Qual è la vera epidemia? Noi e gli altri

06/03/2020 di:

Trovo che ci sia qualcosa di singolare in questa storia dell’emergenza Coronavirus. Non mi riferisco alla diffusione del virus, né al dibattito sulle misure prese per prevenirla, ancor meno alla triste strumentalizzazione politica del virus, cui abbiamo purtroppo dovuto assistere. Mi interessa di più la riflessione che si fa intorno a quest’emergenza. Perché il virus fa anche pensare. Anche solo aver dovuto rallentare i ritmi, tenersi un po’ in disparte, crea una predisposizione favorevole al pensiero. Allora vorrei provare a mettere insieme due spunti di riflessione che mi è parso di cogliere qua e là in relazione a questa emergenza.

Il primo spunto nasce dalla considerazione che le epidemie, per quanto diverse, hanno tutte delle caratteristiche comuni: scatenano paure primordiali, ma anche fantasie incontrollate, e costituiscono laboratori di ingegneria sociale. Intorno alle epidemie c’è sempre stata una risposta politica e un’innovazione nelle forme di controllo, nell’intento di rafforzare il confinamento del contagio e l’attacco al contagioso. Mi pare strano allora che ci si meravigli tanto delle forme di controllo legate all’epidemia di Coronavirus.

Ci lamentiamo delle restrizioni nella mobilità e nella socialità, delle ricadute sull’economia e sul turismo. Ma tutto questo succede – ci dice qualcuno – perché questa epidemia viene governata stringendo la presa e il controllo sui corpi, sequestrati, isolati, immobilizzati; e diffondendo il panico, spinto da una politica emergenziale. Mi riferisco in particolare a un articolo di Giorgio Agamben su il manifesto del 26 febbraio (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2020/02/27/unemergenza-immotivata-e-lo-stato-di-eccezione/), in cui rilancia il suo concetto di stato d’eccezione: la risposta all’epidemia di Coronavirus ne sarebbe una dimostrazione eclatante.

Questa figura dello stato d’eccezione è stata proposta da Agamben negli anni Ottanta come la ri-trascrizione del concetto di bio-politica, coniato da Michel Foucault nei suoi corsi al Collège de France degli anni 1977-1979, e ha finito per imporsi in Italia come l’interpretazione di quel concetto. Ma con bio-politica, Foucault aveva inteso definire un tratto essenziale, non eccezionale, del moderno modo di governare, in cui il rapporto politico è fra lo Stato e la sua popolazione, governata nel suo aspetto biologico, cioè come masse di corpi che nel vivere corrono dei rischi fisici (la malattia, la vecchiaia, la morte) dai quali lo Stato si propone di proteggerli. Si tratta di una forma particolare di potere, che organizza la protezione sociale e si lega al sapere scientifico, in particolare alle scienze della vita, visto che questo tipo di potere si gioca sulla vitalità. In questo senso la bio-politica è tutt’altro che la militarizzazione, l’eccezionalità del controllo spinto in uno scenario di guerra; si tratta al contrario di una forma di governo ordinario.

Pensarlo come un’eccezione non aiuta a capire. Perché, cosa copre? Copre il fatto che, se ci pensiamo meglio, il corpo è al centro dello scontro politico da molto prima della comparsa del Coronavirus. I corpi dei migranti, che qualcuno vuole salvare e altri affondare, che qualcuno rinchiude in celle infami e altri scaraventano allo sbaraglio, che qualcuno usa come scudi umani e altri come merce di scambio sono da anni luogo di battaglia. La stessa paura del contagio non è nata con il Coronavirus; l’abbiamo vista e sentita nelle invettive contro chi sui gommoni era accusato di portarci ogni tipo di malattia. Il modello di contenimento della quarantena ci è apparso innanzitutto nella figura di quelle navi fantasma, piene di naufraghi, che abbiamo visto vagare per giorni e settimane senza poter toccare terra. Per non parlare della politica d’emergenza, che ormai da anni ci fa guardare come emergenze fenomeni del tutto strutturali. Insomma, pensare il trattamento politico di questa crisi epidemica come un’eccezione rischia di non farci vedere il fatto che la presa sui corpi e l’uso della paura abitano la normalità della politica dei nostri tempi.

Forse allora la vera novità viene dal secondo spunto di riflessione che mi è parso di cogliere, che mette il dito su un cambiamento di prospettiva.

Abbiamo passato tanto tempo, e con tanto furore, a pensare in termini di “noi e gli altri”: l’altro come tutto ciò che non siamo noi, chi è diverso, chi viene da fuori, prima noi e poi gli altri. E poi tutt’a un tratto ci tocca riconoscere che l’altro siamo noi. Siamo noi che veniamo scansati agli aeroporti o respinti alle frontiere, siamo noi i migranti, siamo noi gli untori – come diceva da Chicago il maestro Muti in un’intervista a la Repubblica qualche giorno fa. Così impariamo ad assolutizzare concetti relativi: perché ognuno è sempre l’altro per qualcuno. «Per l’Altro, l’altro siamo noi», ci ricordava spesso e volentieri Andrea Camilleri.

In questo senso, mi è parsa esemplare la vicenda della Sea Watch a Messina qualche giorno fa. Viene assegnato il porto di Messina per lo sbarco dei 194 naufraghi, ma il governatore della Sicilia Musumeci di Fratelli d’Italia non ci sta, prende a pretesto il coronavirus e chiede che vengano tenuti in quarantena per due settimane sulla nave. La ONG rifiuta, si tratta, e finalmente il 27 febbraio i naufraghi sono fatti sbarcare e messi in quarantena a terra. Bene, i volontari di Sea Watch avevano dovuto spiegare ai naufraghi che sarebbero stati messi in quarantena. Ma loro hanno equivocato, perché erano preoccupati all’idea di sbarcare in Italia con l’epidemia di Coronavirus in corso, e hanno pensato che li si volesse così proteggere dal rischio d’infezione… Solo dopo hanno capito che li si metteva in quarantena perché si sospettava che il virus lo portassero loro!

Chi è l’untore di chi? Ecco. La vera differenza è che ora lo siamo diventati noi; per questo denunciamo la militarizzazione, perché adesso queste strategie politiche toccano noi, e non più solo gli altri…

Se il Coronavirus ci aiutasse a uscire dall’epidemia di razzismo che ci ha travolti, gliene saremo collettivamente grati.