Qatar, il finto centro del mondo sportivo

image_pdfimage_print

Il Qatar è il centro motore dello sport mondiale?

Fresco dell’ospitalità organizzativa ai mondiali di atletica 2019, porta all’attenzione globalizzata dell’agonismo la preparazione per i mondiali di calcio 2022. Come dire dall’uno all’altra a ventaglio le due più grandi manifestazioni del calendario internazionale, Olimpiade esclusa. Per il primo evento la disciplina più prestigiosa, per il secondo quella più popolare. Con alcuni evidenti stravolgimenti tecnico/logistici che non possono passare inosservati. In un caso e nell’altro i rumor per l’assegnazione delle candidature si sono sprecati e hanno lasciato una scia sanguinolenta di processi, di carriere dirigenziali stroncate, di mazzette in transito. Per ribadire che il Qatar quando non ha diritti acquisiti se li compra. E che la sua improvvisata leadership sportiva è figlia del potere economico e della voglia di emergere in un consesso mondiale sempre più agguerrito, machiavellicamente (“il fine giustifica i mezzi”).

I mondiali di atletica peraltro mediaticamente sono stati un successo. E il Qatar ha potuto aggiungere la ciliegina a una torta già ricca con la medaglia d’oro conquistata nel salto in alto da Barshim, trovando collocazione anche davanti all’Italia (non ci voleva tanto per la verità). L’audience ha trionfato con picchi impressionanti di ascolto. Sancendo un record assoluto per la piccola Finlandia con un viewing average di 45,6. Come dire che un finlandese su due era avvinto dalle gare qatarine. La Rai si è distinta in negativo (forse in linea con le scarse aspettative sulle squadra azzurra) rinnegando il proposito di dirottare la diretta su Rai due, eccezione fatta per i 100 metri di Tortu, complice forse l’intervento di qualche sponsor influente e ben pagante.

Comunque anche al telespettatore nostrano è apparsa evidente l’anomalia di far disputare gare di gran fondo con temperature ben superiori ai 30 gradi e con un’umidità considerevole. Le prestazioni di maratona e marcia sono illuminanti. Gli uomini hanno corso sui tempi delle donne e queste ultime su crono da amatori in un grande profluvio di ritiri, di squalifiche (dovute alla fatica e all’impossibilità di mantenere un corretto stile). Il caldo globale è un gran problema anche per Tokyo e per i Giochi del 2020 dato che si è pensato di spostare la maratona in un’area protetta assolutamente lontana dalla capitale nipponica.

L’elefantiasi dei grandi eventi propone tematiche ancora più delicate per il football. Qui lo strappo è gigantesco dato che, con una grande effrazione rispetto al pacifico svolgimento dei campionati nazionali, l’evento dei mondiali 2022 è stato programmato dal 21 novembre al 22 dicembre. Sì, perché in estate a Doha il termometro inclina verso i 50 gradi. Trecento miliardi di Pil trasformano un piccolo Paese in una nation leader in senso sportivo e non solo. Con scarso riguardo per i lavoratori migranti nepalesi sfruttati per il varo delle strutture (si parla di 1400 morti, addirittura).

Un mese di full immersion in un periodo assolutamente inconsueto con lo stop appena prima di Natale. La FIFA ha digerito la diversione e continua a mettere l’accento sull’aspetto del business. Il suo ex segretario Valcke, licenziato ufficialmente per vendite parallele di biglietti e malversazioni assortite, pare sia uscito dalla massima organizzazione mondiale con un benefit qatarino. Non è un caso che uno degli argomenti più dibattuti sia il possibile allargamento della partecipazione ai mondiali a 48 squadre dalle 32 odierne. Come dire “accontentiamo tutti” per evitare che qualche grande potenza calcistica rimanga esclusa dalla competizione (è stato il caso dell’Italia per il 2022).

Lo spostamento dei mondiali in una data inconsueta rischia di provocare anche qualche strategica rinuncia individuale. Un po’ sul modello dei migliori maratoneti del mondo che hanno rinunciato alla gara iridata per intascare i soldi della classica di Berlino o stabilire una inclassificabile migliore prestazione mondiale su un circuito ad hoc e con l’ausilio irregolare e fuori copione di lepri. Più un generale lo sport va verso un ridimensionamento delle regole e dell’aspetto tecnico in ragione della vendita dei diritti e dello sviluppo dei mercati nei paesi relativamente vergini rispetto al fenomeno agonistico. E il Qatar, senza troppi scrupoli, reclama su di sé l’attenzione del mondo.

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

Vedi tutti i post di Daniele Poto

One Comment on “Qatar, il finto centro del mondo sportivo”

  1. Attenzione a mettere troppo l’accento sulle inadeguatezze climatiche dell’area del Golfo arabico/persico per la pratica degli sport! Punti sul vivo, i quatarini potrebbero decidere di porvi rimedio usando una parte del mare di petrodollari in cui nuotano, imitando (in grande) i loro amici/nemici di Dubai (dove come noto da parecchi anni funziona uno ski-dome) costruendo qualche gigantesco athleticdome e/o footballdome o altro mega-ecomostro!

Comments are closed.