A margine dei fatti di Bibbiano: welfare mix, clinica e contesto

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Il welfare mix

  1. Vorrei dire in premessa che non intendo assolutamente entrare nel merito degli aspetti giuridici dell’inchiesta “Angeli e demoni” ‒ che saranno discussi da una corte nei modi e nei tempi richiesti da qualsiasi giudizio ‒ e che desidero solo occuparmi di alcuni aspetti clinici e di politica sanitaria che emergono, a mio modo di vedere in maniera quasi didascalica, non tanto dall’evento in sé quanto da una analisi storica di ciò che è accaduto nel sociale e nella sanità reggiana negli ultimi decenni.
  2. Il punto di partenza per me è la svolta che avviene in sede locale agli esordi della seconda repubblica, e precisamente subito dopo l’atroce fallimento della giocosa macchina da guerra occhettiana, che spinse, prima ancora che nascesse l’ipotesi nazionale del centrosinistra prodiano, a una alleanza locale fra la dirigenza reggiana del PDS e quegli ex-democristiani di sinistra che non avevano aderito al progetto berlusconiano.
  3. Uno degli cardini di questa nuova alleanza era il ridisegno del sistema locale di welfare che, partito in pompa magna attraverso una storica “Intesa” fra nidi e scuole per l’infanzia comunali e private cattoliche (1994), poi rapidamente fu esteso a tutti i settori sociali, sanitari e psichiatrici diventando di fatto il primo luogo in cui fu sperimentato il prodiano “welfare mix”. I dirigenti sanitari della mia generazione ancora ricordano un incontro all’Oratorio Don Bosco di Reggio in cui dovettero sorbirsi un’incredibile attacco della Flavia Franzoni che tendeva a denigrare un insieme di esperienze che fino a qualche mese prima erano portate ad esempio in tutta Italia.
  4. Il primo governo Prodi pose le basi per la solidificazione del modello reggiano e per la sua estensione urbi et orbi. E lo fece essenzialmente attraverso la legge Bassanini, che assegnava ai sindaci un ampio potere discrezionale su tutto un insieme di questioni, fra le quali quelle inerenti il personale e il sociale; e attraverso la Legge Treu che di fatto istituiva il lavoro precario.
  5. In questo modo da una parte con la Bassanini si estendeva ai sindaci ciò che già era nei poteri dei Direttori Generali delle AASSLL (legge De Lorenzo!), di fatto scardinando nei pubblici uffici i vecchi sistemi di selezione e legittimando l’arrivo di una nuova classe di dirigenti che, più che sulla base del merito, cominciarono ad essere chiamati in base alla loro fedeltà ai politici. Cominciò a stratificarsi in questo modo nei servizi una doppia dirigenza: la prima, più anziana e figlia delle riforme precedenti, che ha continuato a operare sul campo; la seconda più giovane e selezionata in base a questi nuovi criteri, che dapprima si affianca a poi sostituisce la vecchia dirigenza, operando in stretto rapporto con gli amministratori, e di fatto autorizzando i processi di aziendalizzazione e di esternalizzazione.
  6. Dall’altra con la legge Treu si apriva la strada al privato no profit o profit, che potendo contare su assunzioni meno care e precarie, divenne il grimaldello che favorì l’emergere del cosiddetto principio di sussidiarietà del privato rispetto al pubblico. Sussidiarietà che all’inizio era subordinata alle scelte strategiche del pubblico, ma che grazie all’azione della politica e dei politici nazionali e locali ben presto vide il rovesciamento dei criteri si sussidiarietà. L’esempio delle leggi Turco, che di fatto consegnavano il sociale ai privati, sono solo i più lampanti esempi di ciò che è accaduto in questi ultimi lustri. Mentre il privato profit (che necessita di una forte iniezione iniziale di risorse finanziarie) ha preso a crescere grazie a una variante ancora più truffaldina del principio di sussidiarietà: il privato convenzionato, che è fiorito sicuramente in maniera più rigogliosa in regioni come la Lombardia e il Lazio, ma che pure in Emilia raggiunge percentuali significative.
  7. Alla base di tutto ciò c’è il comune riferimento sia del centrodestra che del centrosinistra alle logiche neoliberiste: «Che aspettate a spostare il welfare italiano dal capitolo della spesa a quello delle entrate? Ci dicono a Bruxelles» affermava ancora al crepuscolo della prima repubblica il ministro Vizzini in una trasmissione di Santoro! E quello che non riuscirono a fare allora i Goria, gli Andreotti etc, hanno fatto poi sia i Prodi, i Ciampi, i D’Alema che Berlusconi, Monti e Renzi, attraverso: – il taglio dei fondi derivanti dalla fiscalità (cioè le rimesse dei lavoratori); – le aziendalizzazioni e le tikettazioni; – le esternalizzazioni in base a una politica degli appalti che privilegia sempre e in maniera opaca gli amici degli amici; – e infine le dismissioni, rovesciando il peso della cura sulle famiglie e sulle donne. Sedimentando a livello locale un insieme di affari e una rete di clientele che, nella sostanza, nei territori governati dal centrosinistra non sono molto dissimili da quelli governati dal centrodestra.

La clinica

  1. La nuova dirigenza clinica che autorizza e avvalora tecnicamente le esternalizzazioni nella migliore delle ipotesi rinuncia a gestire direttamente porzioni crescenti di welfare appaltandole agli “amici degli amici” indicati dai politici; nella peggiore rinuncia perfino a riflettere sulle risposte da dare alle vecchie e nuove emergenze epidemiologiche, affidando questa riflessione, e ciò che ne consegue da un punto di vista programmatico e operativo, a ciò che vien fuori dal rapporto prettamente affaristico fra politici locali e vertici del privato profit e no profit.
  2. Lentamente, ma inesorabilmente dapprima fa da battistrada l’intesa fra i nidi e le scuole per l’infanzia comunali con le materne private (prevalentemente cattoliche); poi passano al privato buona parte delle strutture intermedie psichiatriche e per la disabilità, interrompendo una tradizione che nel ventennio precedente aveva visto il pubblico come protagonista; molta parte del sociale, e tutte le nuove emergenze (ad esempio quelle per i migranti) che sono ab initio affidate ai privati. Mentre nel privato profit nascono un insieme di strutture diagnostiche e di cura che immediatamente si convenzionano con il pubblico.
  3. Si definisce in questo modo una serie di reti che ben presto assumono carattere oligopolistico, che fanno il bello e il cattivo tempo nella sanità e nel sociale, escludendo di fatto ogni concorrenza anche grazie a un insieme di leggi e di norme locali create ad hoc. E in certi casi questo insieme di reti diventa sovra-provinciale ed entra a vele spiegate nel novero dei cartelli che gestiscono una pluralità di strutture anche extra-regionali: è il caso di molte strutture che forniscono servizi di pulizia, i pasti etc. all’interno delle istituzioni, nonché assistenza e sostegno nella scuola.
  4. Durante la prima repubblica il welfare italiano si biforcava e diventava welfare dei sussidi nelle zone in cui imperava la Dc e welfare dei servizi nelle cosiddette regioni rosse. La caratteristica principale del welfare dei servizi, ciò che cioè costituiva il suo marchio di fabbrica, era la presenza del cosiddetto “territorio”, che non era una entità geografica, ma un luogo fittamente intrecciato di servizi pubblici, universalistici e spesso gratuiti, che erano in stretto rapporto fra di loro sia sul piano programmatico che operativo. Ora invece, mano a mano che cresce il welfare mix, quel tipo di territorio sparisce e viene sostituito da questo tipo di servizi oligopolistici, centrati solo sul proprio particulare e sullo sfruttamento dei giovani precari che operano in essi.
  5. A Reggio Emilia uno degli ultimi “fortini” del vecchio welfare era rappresentato dal gruppo interprofessionale che, sicuramente fino al 2009, seguiva le famiglie multiproblematiche. Si trattava di un insieme di professionisti che facevano capo al Servizio di Psicologia Clinica della Ausl, che operavano sia sui bambini che sulle famiglie, sia sugli affidi che sulle adozioni, e anche sull’abuso, in stretto rapporto, quando necessario, sia con i magistrati che con le forze dell’ordine. Il gruppo era supervisionato dal dott. Busso e non ha mai dato adito a problemi di sorta, oltre quelli, già gravi e gravosi, derivanti dal fatto di operare in un ambito che genera sofferenza in tutti i soggetti coinvolti, compresi gli operatori.
  6. Non mi risulta che questo gruppo sia stato sciolto. Certo è che qualche tempo dopo è stata sciolta la Psicologia clinica dell’Ausl e gli psicologi in essa operanti sono stati distribuiti nei servizi psichiatrici per adulti o per minori. E poco dopo in Val d’Enza è nata l’Unione: una specie di consorzio fra comuni che in tema di affidi e di abuso ha deciso di affidarsi alla Onlus (Associazione non lucrativa di utilità sociale) Hansel e Gretel, che prende ad operare sia sul piano diagnostico che su quello terapeutico. In questo modo tutte le procedure e i protocolli che l’Unione si dà vedono, almeno come coprotagonisti, i clinici della Associazione Hansel e Gretel. Ma confrontando questa nuova conduzione dei problemi con ciò che deriva dalla tradizione dei servizi pubblici reggiani, e al di là degli eventuali profili penali che la vicenda di Bibbiano assume, sorgono una serie di domande.
  7. Come mai pur in presenza di una tradizione “sufficientemente buona” nel pubblico, l’Unione si riferisce a un’associazione che non garantisce alcun punto di continuità (e di prossimità!) con ciò che c’è nel pubblico? E, più terra terra, perché gli operatori operanti nel pubblico non sono coinvolti anche se hanno acquisito negli anni una competenza in materia?
  8. E infine chi, di fatto, ha acconsentito che un servizio specialistico che normalmente viene dislocato in sede provinciale o al massimo distrettuale, sia stato decentrato in un insieme di piccoli comuni, e cogestito con privati che non hanno mai avuto a che fare con una tradizione di cui tutta l’Ausl era a conoscenza?

Il contesto

  1. Il territorio reggiano ha visto concentrarsi nell’arco di due sole generazioni un processo che l’ha condotto da una realtà contadina e proto-industriale in una realtà dapprima industriale avanzata e poi sempre più terziarizzata. Se si considera che questo processo in Francia e in Inghilterra è avvenuto rispettivamente nell’arco di sette-otto generazioni, si comprendono i rischi cui è andata e va incontro la realtà reggiana. Su questo processo, già di per sé problematico, a partire dagli anni ’90 un ulteriore elemento di accelerazione è stato rappresentato dall’arrivo in massa dei migranti, che ben presto hanno fatto di Reggio Emilia una realtà multietnica.
  2. Rischi di anomia, in cui i vecchi valori che caratterizzavano la vecchia cultura reggiana sono diventati rapidamente obsoleti, mentre i nuovi valori non sono ancora sufficientemente condivisi. Rischi accentuati dalla coeva rapida scomparsa di quel solidarismo laico e di quello spirito cooperativo, che pure erano stati decisivi nel favorire il modello di cambiamento, ma anche il decollo del modello provinciale di welfare. In questo clima è indubbio che la rinuncia dell’Ente Locale a giocare un ruolo su tutte le vecchie e le nuove contraddizioni, ad esempio affidando ai privati il problema dell’immigrazione, pesa enormemente nell’accentuare gli squilibri, soprattutto nel momento in cui dall’interno stesso del privato no profit emergono problemi anche sul piano della gestione dei migranti.
  3. Rischi accentuati enormemente dal dilagare in questo vuoto di valori della sinistra di una vena di razzismo e di xenofobia che si è espressa pericolosamente anche nelle recenti elezioni amministrative dove il PD è andato al ballottaggio per la prima volta nella storia locale: e ci è andato scontrandosi con una lista di destra!
  4. Un PD che fin dagli esordi della seconda repubblica ha concentrato ogni sforzo, insieme ai suoi predecessori ex-Pci ed ex-Dc, nella creazione di un blocco sociale costruito intorno a quattro direttive: 1) la speculazione edilizia che è andata cementificando la città, incanalandola sempre più in una vera a propria situazione di stress ecologico, e di soggezione alla ‘ndrangheta; 2) la finanziarizzazione dell’economia e il suo allontanamento dall’economia reale; 3) l’assalto ai beni comuni, che ha in Iren il suo caposaldo, e che consiste essenzialmente nella  finanziarizzazione dei servizi e nella privatizzazione dell’acqua in tandem con l’alta finanza; 4) da ultimo – come abbiamo cercato di dimostrare – proprio la sostanziale privatizzazione del welfare locale trasformato in un affare e in una fabbrica di clientele elettorali.
  5. Infine nel mondo del lavoro una tradizione di lotte sindacali viene dilapidata in una guerriglia sorda all’interno della Cgil, che pure da oltre un secolo era stata l’anima di tutte le battaglie per il lavoro, fra fautori di un sindacato autonomo dai partiti da una parte e filo-Pd dall’altra. Mentre sui luoghi di lavoro – e soprattutto nei luoghi in cui si concentrano le nuove forme di lavoro – il precariato passa rapidamente dal 20% della fine degli anni ’90 all’80%, e oltre, dei primi anni 2000. Questa presenza, che già era stata minata alla base dal decentramento produttivo e dal diffondersi del lavoro a domicilio, tende ora a diventare sempre più sottile e ininfluente, sguarnendo pesantemente il territorio e, di fatto, privandolo di una voce critica e di una storica roccaforte.
  6. È in questo contesto, che ho cercato di riassumere solo nei tratti che riguardano da vicino la sanità e il sociale, che nasce “Bibbiano”. A mio avviso, se si vuole andare oltre la questione giudiziaria che giustamente deve rimanere in mano ai giudici, è di qui che occorre partire.

About Leonardo (Dino) Angelini

Leonardo (Dino) Angelini, psicologo psicoterapeuta, ha studiato Sociologia a Trento e Gruppoanalisi presso la Sgai di Milano. Vive a Reggio Emilia, dove dal 1971 ha lavorato dapprima nel CIM di Jervis, e successivamente nell’Ausl occupandosi sempre di bambini, adolescenti, famiglie, pre-scuola e scuola. È stato responsabile del Consultorio Giovani dell’Ausl di Reggio Emilia.

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