Non ancora un paese per donne

Un otto marzo di lotta che ha visto decine di migliaia di donne in tutta Italia manifestare per un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale, autonomia e libertà di scelta sulle vite e sui corpi, ridistribuzione del carico di lavoro di cura e aborto libero e sicuro. Nel Paese del disegno di legge Pillon, dei femminicidi, degli stupri, degli insulti e delle molestie per strada e nei posti di lavoro, delle discriminazione sulle donne disabili, lo sciopero transfemminista globale, indetto anche in molti Paesi di tutto il mondo, è stata la risposta a politiche di welfare inesistenti. 

La crisi degli ultimi dieci anni ha contribuito ad aggravare un assetto socio-economico che colpisce in primo luogo i poveri e le donne, emarginandoli in un mondo fatto di precarizzazione e penalizzazione salariale, di ricerca di lavori non all’altezza delle competenze o della aspettative. La conseguenza non è solo quella di una società più ingiusta ma anche quella di una riduzione del potenziale di crescita dell’intero Paese. 

Lo denuncia anche la SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) nel rapporto “Questione femminile: l’altra faccia della questione meridionale”, che anticipa alcuni aggiornamenti dei dati di una ricerca sulla condizione delle donne nel Sud, dalla quale emerge con chiarezza come il tasso di occupazione femminilie nel Sud Italia sia il più basso d’Europa, e per le occupate la dequalificazione lavorativa è all’ordine del giorno. Nonostante i passi in avanti fatti, quindi, sono ancora tante le donne costrette a fare i conti con una serie di barriere che limitano l’accesso al lavoro, la completa disposizione dei proprio corpi, la libertà dagli stereotipi, un’equa ridistribuzione del lavoro di cura. In presenza di un sistema di welfare incompleto e privo di sviluppo, i vecchi modelli sociali si stanno riproponendo con una rapidità disarmante, restituendo la fotografia di un Paese caratterizzato da segregazione occupazionale, impieghi poco qualificati, employment gap e sottoccupazione. 

Anche secondo il World Economic Forum la parità di genere è fortemente collegata al prosperare delle economie e delle società. Centrare l’obiettivo di un tasso di occupazione femminile del 60%, pensato dalla strategia di Lisbona per rendere più competitivo il mercato europeo, significherebbe un beneficio di un +7% del PIL italiano, a testimoniare quanto l’intero sistema economico verrebbe a trarre assoluto vantaggio da una maggior partecipazione femminile.

La quinta edizione dello studio “Women, business and the law 2018” (Donne, business e leggi 2018) firmato dalla Banca Mondiale, analizzando le economie di 189 Paesi, ha certificato come le barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e restringono la possibilità di lanciare un’impresa non impattano solamente sull’equità di genere, ma hanno effetti negativi anche sulla crescita globale. 

Non soltanto una battaglia politica allora. La parità di genere in tutti gli ambiti della vita e quella per un reddito di dignità e autodeterminazione per tutti e per tutte vanno a braccetto e si trasformano in  battaglia economica comune, con l’effetto non solo di intaccare la forbice delle disuguaglianze e di evitare lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, ma soprattutto di migliorare il sistema di welfare restituendo così dignità a milioni di cittadine, di rafforzare la coesione sociale e di arginare la guerra tra poveri.

L’articolo è pubblicato anche su www.numeripari.org