Il cervello che legge

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” il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino,  maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”. (I. Calvino, Lezioni americane)

Maryanne Wolf è una famosa neuroscienziata cognitivista americana. Madre di un figlio dislessico, si è specializzata nello studio del cervello che legge e degli aspetti cognitivi e neurologici del processo della lettura. Grazie alle nuove tecniche di scansione cerebrale, infatti, siamo in grado ormai di stabilire come la lettura, non prevista dall’evoluzione biologica (non esistono strutture cerebrali specializzate per leggere né geni specifici), cambi però il cervello. Quando il bambino impara a leggere il suo cervello impara a realizzare nuovi circuiti neuronali, collegando regioni preesistenti la cui organizzazione e il cui programma genetico avevano altri scopi. Aumenta l’attività del sistema limbico (sede della vita emotiva) e si attivano i collegamenti con i processi cognitivi. Insomma, non siamo nati per leggere, ma leggere crea un nuovo circuito nel nostro cervello. Tutto ciò la Wolf aveva spiegato in un saggio, Proust e il calamaro, Vita e Pensiero 2009, cui ora segue, presso lo stesso editore, Lettore, vieni a casa, in cui, sotto il colloquiale espediente di nove lettere indirizzate al lettore, l’autrice approfondisce i temi del precedente libro, allargando l’orizzonte al campo sociale e politico (in senso lato) ormai dominato dal digitale. Che non è la bestia nera dell’autrice, ma oggetto di analisi neurologiche che portano a conclusioni preoccupanti. E che preoccupano gli stessi esperti, se Tristan Harris, un tecnologo della Silicon Valley citato a p.118, può affermare “Mai prima d’ora nella storia le decisioni di un pugno di progettisti (in gran partte maschi, bianchi, che vivono a San Francisco e di età compresa fra i 25 e i 35 anni) che lavorano in tre società [cioè Google, Apple e Facebook] ha avuto un tale impatto su come milioni di persone nel mondo investono la propria attenzione. […] Dovremmo avvertire l’enorme responsabilità di rettificare questa situazione.”
In sintesi, le ricerche della Wolf, e di molti altri suoi colleghi, partono dalla constatazione che siamo nel passaggio cruciale “da una cultura basata su testi a stampa e sulla parola scritta a una cultura digitale, molto più rapida e basata su uno schermo tecnologico” (p.42).
Ma questo passaggio da una cultura alfabetizzata a una cultura digitale modifica anche il nostro modo di stare al mondo. La lettura profonda, come dimostrano i tracciati neurologici, sviluppa la plasticità neuronale, è sensorialmente evocativa, cioè consente di formarci delle immagini mentre leggiamo: “insieme, noi e l’autore, costruiamo immagini partendo da una serie di dettagli sensoriali accuratamente scelti e comunicati soltanto attraverso le parole.” (p.44) E quindi, consentendoci di rivivere le emozioni e la visione di altri, di immedesimarci nei personaggi di un racconto a esempio, fa nascere nel lettore quel sentimento fondamentale che è l’empatia, cioè comprendere “che cosa significa essere qualcun altro e che cosa questo qualcun altro sta provando” (p.165) e quindi collegare la nostra lettura con la nostra sensibilità morale, magari anche incrementandola. La lettura profonda diventa perciò anche una forma di resistenza in un mondo in cui il surplus di informazione si ribalta in distrazione. Non solo. La lettura tradizionale, questo “miracolo fecondo di una comunicazione in seno alla solitudine” (Proust, Sulla lettura), consente il dialogo con l’autore, e nel confronto fa emergere aspetti nuovi di chi legge e, reciprocamente, arricchisce il testo di nuove possibilità interpretative. Cosa che già gli antichi avevano ben compreso e la tradizione ermeneutica poi teorizzerà: ogni vero lettore è sempre un artifex additus artifici.
La lettura digitale, invece, specie se praticata fin da piccoli, con il misto di immagini e testo e i continui rimandi, porta alla dispersione, a un’attenzione sempre parziale, a una lettura di sorvolo, alla decontestualizzazione dei dati e dell’informazione. Conosciamo i particolari, ma l’insieme diventa una specie di fata Morgana. Ci illudiamo di essere informati e invece siamo solo distratti, ci sfugge il senso. Abbiamo l’archivio ma non la memoria; prigionieri di un frenetico meccanismo di stimolo/risposta, rischiamo di smarrire il ragionamento discorsivo, diacronico e lineare. Come scrive la Wolf “mescoliamo quotidianamente l’informazione con la conoscenza, e la conoscenza con la saggezza – con il risultato che tutte e tre diminuiscono.” (p.179)
Maryanne Wolf dedica ben tre delle nove “lettere” del suo libro alla lettura infantile e ai danni che, in particolare ai più disagiati socialmente, un’educazione esclusivamente o soprattutto digitale può arrecare. E propone una introduzione graduale al digitale nei primi cinque anni di età; poi, per il periodo che va dai cinque ai dieci anni, un apprendimento e una lettura su testi a stampa e su testi digitali: una sorta di “bilinguismo” che consenta di passare facilmente “da un codice all’altro” e sviluppi un cervello “bialfabetizzato, capace di assegnare tempo e attenzione alle abilità di lettura profonda a prescindere dal mezzo usato.” (p.165). E ricorda (p.185) quanto scriveva profeticamente nel 1997 Martha Nussbaum in Coltivare l’umanità (tr. it. Il Mulino, 2006): “Sarebbe una catastrofe se il nostro Paese [gli USA] fosse pieno di persone con competenze tecniche, ma prive dell’abilità di riflettere criticamente, di esaminare sé stessi e di rispettare l’umanità e la differenza degli altri. Eppure (…) è proprio in un paese di questo tipo che potremmo ritrovarci a vivere.” E auspica “cittadini che si facciano carico del proprio pensiero, che possano considerare ciò che è diverso ed estraneo non come una minaccia da affrontare, ma come un invito a esplorare e comprendere.” Parole che non hanno bisogno di commento: Trump è presidente degli Stati Uniti dal gennaio 2017; da noi Salvini imperversa dal giugno di quest’anno.

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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One Comment on “Il cervello che legge”

  1. Un post come questo dovrebbe dare il via a una “presa di coscienza” assistita.
    La transizione dall’analogico al digitale, se si vuole contribuire ad evitare il rischio di una “innovazione sociale” pilotata dalla “cultura tecnica”, richiede un’attenzione istituzionale, analoga a quella che alcune Università accordarono ai fisici, quando si trovarono a dover scegliere i sistemi informatici necessari alle loro ricerche [fine anni Sessanta].
    Consiglierei la lettura del libro “The Game” di Alessandro Baricco, per la storia che racconta
    https://libreriamo.it/libri/the-game-alessandro-baricco-racconta-rivoluzione-rete/
    e per capire che occorre superare i limiti dello storytelling …
    https://www.illibraio.it/the-game-baricco-905389/
    con una ricerca [assistita, appunto, a livello istituzionale] su come farlo ….
    ma ci vuole una logica “di sistema”, che la scuola non ha potuto insegnare, adeguata a farci riconoscere, del passato, gli errori da recuperare [Error Recovery].

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