Certezza della pena o certezza del carcere?

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Dall’inizio dell’anno trentacinque persone si sono tolte la vita in carcere, undici dei quali tra luglio e agosto, con un ritmo impressionante nelle ultime settimane.

Il Ministro della giustizia ha deciso, quindi, di avviare una ispezione, non sappiamo se per accertare le cause dei singoli episodi o per capire le ragioni del fenomeno, ma è un inizio e come tale va apprezzato. Senza dimenticare, però, che non siamo all’anno zero. Giusto un anno fa la Conferenza Stato-Regioni approvava il Piano nazionale di prevenzione del rischio suicidario in carcere, cui stanno seguendo (con la legnosità tipica della pubblica amministrazione italiana) l’approvazione dei piani regionali e locali, istituto per istituto.

Sono trent’anni, ormai, che l’Amministrazione penitenziaria affronta il problema, da quella prima circolare sui “nuovi giunti” firmata da Nicolò Amato nel 1987, quando la tragedia dei suicidi venne associata al trauma dell’ingresso in carcere. Da allora abbiamo imparato che anche i passaggi processuali possono essere a rischio, e finanche la prospettiva di un ritorno in libertà senza rete e senza prospettive. Per non parlare delle condizioni ambientali e relazionali in carcere, dal degrado degli spazi ai rapporti con il personale e i compagni di detenzione. Sono trent’anni che, pur tra molta medicina e burocrazia difensiva, si sperimentano nuove e buone prassi di prevenzione, come – per esempio – la formazione di peer supporter tra gli stessi detenuti che, come mi è capitato di vedere a Civitavecchia, sono capaci più e meglio degli operatori di intercettare e intervenire sul disagio della detenzione.

Ma il problema dei suicidi in carcere non si risolve in carcere, sarebbe come tentare di svuotare il mare con un bicchiere.

Diffondendo la notizia di un recente episodio di suicidio, giustamente il Garante nazionale delle persone private della libertà ha richiamato l’attenzione della società civile e delle istituzioni locali e nazionali sulle condizioni di vita dentro e fuori le carceri, e su quanto potrebbe essere fatto per garantire ai detenuti una speranza di vita migliore prima ancora che vengano arrestati. È il vecchio tema sollevato tanti anni fa dal migliore dei magistrati di sorveglianza e dei capi dell’amministrazione penitenziaria che questo Paese abbia avuto, Alessandro Margara, di cui qualche settimana fa abbiamo ricordato la scomparsa. Margara denunciava la natura del carcere come discarica sociale e proprio per questo elaborò una proposta di riforma dell’ordinamento penitenziario volta a liberare la marginalità sociale dal carcere.

Purtroppo quella proposta è rimasta lettera morta. Così come sono destinate a restare lettera morta le proposte elaborate nell’ambito degli Stati generali dell’esecuzione penale e della Commissione ministeriale di attuazione della delega alla riforma penitenziaria. Sulla base di nuovi e oscuri calcoli temporali, che – di fatto – hanno prorogato la vigenza della delega fino a ottobre, il Consiglio dei ministri ha approvato una terza versione dello schema di decreto legislativo di riforma dell’ordinamento penitenziario. Sulla base della confusione tra certezza della pena e certezza del carcere, sono stati cancellati dalla proposta del Governo tutti i riferimenti alle alternative al carcere. Il rifiuto ideologico delle alternative al carcere arriva fino al punto che nel nuovo schema di decreto sono state cancellate finanche la sospensione della pena per gravi motivi di salute psichica (cosa su cui è chiamata a pronunciarsi a breve la Corte costituzionale, che non potrà che parificare la malattia mentale alle patologie fisiche) e l’alternativa terapeutica per i malati di mente. Intanto, al 31 luglio, i detenuti sono arrivati a 58.506, 1.740 in più dell’anno precedente.

Dal contratto tra Lega e M5S e dagli interventi pubblici del Ministro Bonafede sappiamo qual è l’indirizzo di Governo: la pena non può che essere detentiva; poi, lì in carcere, potranno essere promosse attività lavorative per il futuro reinserimento sociale dei condannati; i migliori tra i migliori (quelli che non abbiano reati ostativi, che non si comportino male, che abbiano risorse familiari e sociali significative e la fortuna di trovarsi in un istituto e in un territorio che offrano opportunità di lavoro e di reinserimento sociale) magari riusciranno a finire la loro pena fuori dal carcere.

Si tratta di ricette antiche, secondo cui la pena detentiva è di per sé rieducativa e le alternative sono benefici straordinari. Ricette che hanno dimostrato nel tempo la loro inefficacia sotto i due profili costituzionalmente rilevanti del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e della prospettiva di reinserimento sociale dei condannati.

Sul primo versante, non dobbiamo mai dimenticare che la privazione della libertà è una condizione innaturale e sempre a rischio di trattamenti contrari al senso di umanità. Proprio quando constatiamo la progressione dei suicidi in carcere, non dobbiamo dimenticare che la loro frequenza è di circa diciassette volte superiore a quella riscontrata nella società libera. Dunque, la prima misura di prevenzione del rischio suicidario è quello di non abusare del carcere, sia in attesa del processo che dopo la condanna, e riservarlo esclusivamente ai reati più gravi (non certo alla detenzione di lieve entità di sostanze stupefacenti, come è accaduto di registrare in più di uno dei casi di suicidio delle ultime settimane).

Quanto al reinserimento dei detenuti, va da sé che un’attività di istruzione, formazione e inserimento lavorativo in carcere sia auspicabile, ma deve essere offerta a tutti i condannati e deve avere, appunto, la prospettiva di proseguire anche fuori, e il modo migliore perché la abbia è che possa svilupparsi in una alternativa al carcere già durante l’esecuzione penale, quando gli operatori della giustizia, degli enti locali, del mondo del lavoro e del terzo settore possono cooperare nel sostegno al reinserimento sociale di chi venga da una storia complicata, detentiva e non.

Il neo-Ministro va molto fiero del progetto “Mi riscatto per Roma”, promosso con l’Amministrazione capitolina e che vede coinvolti decine di detenuti nella manutenzione urbana, dei parchi e delle strade. E certamente ne saranno contenti i detenuti che vi partecipano, che hanno così la possibilità di uscire dal carcere, fosse pure per lavorare sotto il sole e lo sguardo vigile della polizia penitenziaria. Ma tutto ciò avviene sulla base di una previsione di legge che consente prestazioni di attività a titolo volontario e gratuito per progetti di pubblica utilità. Lasciamo perdere la questione della volontarietà, e se cioè delle persone detenute possano essere “libere” di prestare opera “volontariamente”, come prevede la norma, e se non si tratti piuttosto dell’ennesimo scambio per accedere ai vagheggiati benefici penitenziari. E lasciamo pure perdere l’osservazione di chi contesta che, nel caso specifico, queste attività non generino servizi nuovi per la cittadinanza, ma compensino responsabilità amministrative del Comune che per esse dovrebbe avere e stanziare risorse proprie in bilancio. Stiamo al punto che ci interessa: se la prestazione a favore dell’Amministrazione comunale fosse retribuita, meglio se alle dipendenze di un soggetto terzo, che possa garantire la continuità del rapporto di lavoro, si potrebbe sperare che quell’esperienza – oltre alla formazione, oltre allo svago, oltre all’utilità per il Comune – possa essere l’inizio di un percorso di reinserimento sociale che, attraverso il lavoro esterno e un’alternativa al carcere in fine pena, prosegua in libertà. Altrimenti finirà lì e non si andrà lontano.

Questo resta il modo migliore per prevenire i suicidi e per produrre sicurezza nell’esecuzione di misure penali: non chiudere dietro le mura di una prigione o le sbarre di una cella, ma scommettere sulle alternative al carcere sin dall’irrogazione della pena o, per i reati più gravi, nel corso della sua esecuzione. Seguire e accompagnare in un diverso progetto di vita, riconoscendo la distinzione tra la persona e il fatto per cui è stato condannato: è questo il primo, vero cambiamento di cui l’esecuzione penale ha bisogno.

About Stefano Anastasia

Stefano Anastasia, docente di filosofia e sociologia del diritto nell’Università di Perugia, è stato tra i fondatori dell’associazione Antigone di cui è presidente onorario. Autore di numerose pubblicazioni in materia di carcere e pena, è attualmente Garante dei detenuti della Regione Lazio e portavoce dei garanti territoriali dei detenuti.

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One Comment on “Certezza della pena o certezza del carcere?”

  1. Grazie Stefano,
    la situazione è davvero problematica. Qui nelle tre carceri del pavese il sovraffollamento genera un aumento degli atti di violenza e autolesionismo. Inoltre è tremenda la precarietà della situazione sanitaria, 6 medici non hanno rinnovato il contratto, vi sono tre medici per coprire le 24 ore che vengono a turno anche da Vigevano e Voghera, non c’è personale infermieristico che copra 24 ore al padiglione protetti che conta 360 detenuti.
    I magistrati sono molto rigidi sulle pene alternative e sono in forte arretrato sui giorni id liberazione anticipata…
    Che dire?

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