Giudici e pubblici ministeri: avanti a destra

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La magistratura è un apparato dello Stato di cui si parla spesso (sia per notizie di cronaca che per i suoi rapporti con la politica) ma le cui dinamiche e i cui orientamenti profondi sono, in realtà, poco noti. Soprattutto negli ultimi anni, nei quali la corporazione si è chiusa in se stessa rinunciando in gran parte a prese di posizione nel dibattito pubblico (demandate, di fatto, a pochi esponenti, pubblici ministeri in particolare, diventati, per il loro ruolo in alcuni processi, ospiti fissi di questo o quel talk show). Il recente rinnovo del Consiglio superiore della magistratura può essere un’utile occasione per un approfondimento al riguardo, riprendendo il commento fatto nell’immediatezza.

Le elezioni dei componenti togati del Consiglio (svoltesi l’8 e il 9 luglio) hanno visto una netta vittoria delle correnti di destra e una débacle di quel che resta della sinistra.

Nell’immediato il giudizio è stato unanime. Poi, soprattutto nella magistratura “progressista”, sono cominciati i distinguo e c’è chi si è spinto a dire che non è poi andata così male (considerando la perdita di 3 seggi su 7 una sorta di accidente…). Le spiegazioni consolatorie dopo le sconfitte elettorali sono, del resto, un classico. Basta scegliere i dati su cui operare i confronti. Nel caso del Consiglio superiore i confronti e le valutazioni si fanno, da sempre, sull’elezione dei rappresentanti della Cassazione, la sola in cui c’è una competizione reale su un collegio unico nazionale (mentre, per le altre categorie, il sistema elettorale produce accordi locali inquinanti o rende il voto inutile stante la coincidenza tra il numero dei candidati e quello dei posti in palio). Basta dimenticarlo e spostare i dati di riferimento. O basta omettere di considerare il numero totale dei votanti. Così il gioco è fatto e le disfatte possono diventare, se non delle vittorie, quanto meno dei pareggi o delle sconfitte di misura. Tanto più se si evita di analizzare, insieme ai numeri, il segno politico del voto e il suo contesto.

Esaminiamo dunque i dati, numerici e politici:

1) il primo vincitore è all’evidenza Magistratura indipendente: aveva tre seggi ed è passata a cinque; aveva, nella competizione per i rappresentanti della Cassazione 1344 voti e ne ha, ora, 1761 (pur essendo reduce dalla scissione guidata nientemeno che da Davigo). Per di più ha ottenuto uno dei due consiglieri di spettanza della Cassazione, fatto importante negli equilibri del Consiglio e che non le riusciva da oltre vent’anni (tra l’altro con una candidata priva di notorietà mediatica e, dunque, difficilmente in grado di aggiungere un numero significativo di consensi alla dote del gruppo). Ebbene – merita ricordarlo –, Magistratura indipendente è il gruppo che da sempre raccoglie i giudici e i pubblici ministeri conservatori, e a volte reazionari. Egemone fino agli anni Settanta e tradizionale bacino di provenienza dei vertici giudiziari (non senza qualche imbarazzante incursione nella loggia P2), essa aveva poi imboccato la via del declino, riprendendosi solo nell’ultimo decennio sotto la guida di Cosimo Ferri, campione nell’arte del sottogoverno e fustigatore (a parole) della politicizzazione del corpo giudiziario ma più di ogni altro legato alla destra politica e ai maneggi della partitocrazia (transitato dal CSM all’incarico di sottosegretario per la giustizia in quota Forza Italia e poi, senza soluzione di continuità, alla candidatura per la Camera e alla conseguente elezione nelle file del PD renziano);

2) il secondo vincitore è Autonomia e indipendenza. Era alla sua prima esperienza elettorale per il Consiglio e aveva, in quello uscente, un solo rappresentante (fuoruscito da Magistratura indipendente): ora ne ha due, uno dei quali, Piercamillo Davigo, proveniente dalla Cassazione e recordman di preferenze (ben 2522 su 7525 voti espressi per candidati della categoria, pari al 33,5 per cento). Merita aggiungere che ne avrebbe tre se, con maggior accortezza tattica, avesse puntato su un solo giudice di merito anziché dividere i propri voti. Il gruppo – anche qui è bene ricordarlo – è una “costola” di Magistratura indipendente, da cui si è separato nel 2015, insofferente per i metodi spregiudicati e clientelari di Ferri. È, dunque, la faccia pulita della destra, di cui, peraltro, conserva tutte le stigmate: concezione della magistratura come garante dello status quo (pur emendato dalle volgarità corruttive), autostima a prova di bomba (con atteggiamenti sprezzanti e sopra le righe verso il resto del mondo), arroccamento nella propria cittadella. C’è chi sminuisce tale vittoria considerandola come un successo elettorale contingente del suo leader maximo. Affermazione a dir poco curiosa, almeno ai fini delle valutazioni politiche. È vero, Davigo ha portato in dote un numero ingente di voti di stima personale (doppiando i consensi dell’altro eletto del gruppo) ma non è certo approdato per caso ad Autonomia e indipendenza e, poi, il leaderismo populista è anch’esso parte della cultura della destra. Ancor meno calzante il rilievo che molti avrebbero votato Davigo per le sue promesse di liberare l’autogoverno dal correntismo clientelare, sorvolando sulla sua concezione della giustizia: se così fosse significherebbe solo che i magistrati sono interessati più alle questioni interne alla corporazione che alla dimensione generale della giustizia (e non è certo un’opzione di sinistra);

3) tra gli sconfitti c’è, anzitutto, Unità per la Costituzione, che da sempre intercetta l’anima funzionariale della corporazione, aliena da estremismi e contrapposizioni (interne ed esterne). La sua sconfitta non è di voti e di seggi (questi ultimi rimasti, in realtà, invariati) ma di egemonia. La perdita, a beneficio di Magistratura indipendente, della rappresentanza della Cassazione (di sua spettanza ab immemorabili), è, infatti, un segnale importante sia per le dinamiche dell’autogoverno sia per la Cassazione (di cui – non va dimenticato – Unità per la Costituzione ha espresso negli ultimi tempi quasi tutti i giudici costituzionali di competenza);

4) ma la sconfitta più grave, che dà il senso politico del voto, è quella di Area, la corrente “progressista”, scesa da 2178 a 1528 consensi nel voto per la Cassazione, e, complessivamente, da 7 a 4 seggi, quasi dimezzando la propria rappresentanza, e rimasta, dopo 5 consiliature, senza il seggio della Cassazione. Area è la corrente risultante dalla fusione, avvenuta per gradi nell’ultimo decennio, tra Magistratura democratica e il Movimento per la giustizia: una fusione a freddo che ha prodotto un soggetto post ideologico dall’incerta identità, paralizzato dalle diversità tra le due componenti, incapace di dare un’immagine forte di sé dentro e fuori la corporazione, travolto da metodi clientelari e logiche di potere nella gestione dell’autogoverno e nella dirigenza di importanti uffici. Anche qui c’è chi minimizza attribuendo il risultato al sistema elettorale, all’effetto Davigo, a circostanze contingenti. Significa non avere capito nulla di quanto è successo: il sistema elettorale è lo stesso delle ultime tre tornate, l’effetto Davigo non è un accidente ma il segno che le componenti progressiste hanno perso la capacità egemonica di un tempo, la “tenuta” nella categoria dei giudici di merito dimostra solo la metamorfosi del gruppo da centro di elaborazione culturale a collettore di voti mediante accordi clientelari nei territori. Superfluo dire che la sconfitta non è attenuata, ma aggravata, dalla circostanza che la perdita del seggio della Cassazione è l’esito di un’imboscata organizzata dall’interno nei confronti della candidata simbolo di Magistratura democratica (imboscata risultante per tabulas dal numero delle schede bianche e nulle, corrispondente a quello dei voti delle primarie dissoltisi nell’urna). Ciò è, infatti, un’ulteriore sconfitta politica che segna il fallimento di una strategia.

Il quadro complessivo è, dunque, desolante.

E ancor più lo diventa se si analizzano, parallelamente, i cambiamenti in atto nella giurisdizione, dove sempre più spesso si assiste alla confusione tra legalità e manette e si riscopre l’obbligo di fedeltà comportamentale del lavoratore nei confronti del datore di lavoro, in attesa del riemergere del “vilipendio nei confronti dell’organizzazione Fiat”, perla della giurisprudenza degli anni Cinquanta. Le elezioni per il Consiglio superiore proiettano nell’autogoverno la situazione di una magistratura chiusa in una logica corporativa, refrattaria alle critiche, spesso allineata ai desiderata della politica e del Governo, insofferente per le regole che devono presiedere all’agire giudiziario. Di una magistratura cambiata nell’anima. Anche per questo non siamo di fronte a un avvicendamento contingente. Al contrario, le elezioni portano a compimento una svolta che chiude un’epoca. Soprattutto considerando il clima politico-culturale del Paese (che già ha inciso sulla scelta – lottizzata al ribasso – dei componenti laici del Csm e che, inevitabilmente, incide su pubblici ministeri e giudici) e il profondo ricambio intervenuto nel corpo giudiziario (con ben 1700 magistrati di prima nomina su poco più di 8000 votanti). Orbene a fronte di questa svolta non c’è, nella magistratura un tempo progressista, una reazione politica forte (non importa se e quanto minoritaria) ma solo la negazione dell’evidenza e l’interrogativo su chi meglio intercetta gli umori della corporazione.

Se è così – e mi sembra difficile contestarlo –, non serve accanirsi in terapie palliative su un malato diventato inguaribile. L’associazionismo giudiziario avrà ancora un futuro come catena di trasmissione per l’autogoverno (fino a quando un sistema elettorale purchessia non sarà soppiantato dal sorteggio…) e, in esso, Area potrà anche recuperare qualche voto e qualche seggio. Ma come luogo di elaborazione culturale sulla giustizia e di affrancamento da modelli imposti dall’esterno esso non ha futuro. La lunga stagione ispirata a quegli obiettivi, iniziata oltre cinquant’anni fa con il congresso di Gardone dell’Associazione nazionale magistrati e con la nascita di Magistratura democratica, si è chiusa. Definitivamente. Inutile perdersi in rimpianti e recriminazioni che non modificano la realtà. Chi, in magistratura, crede nella possibilità di un’altra giustizia (costruita intorno al principio di uguaglianza sostanziale e garante dei diritti e delle libertà di tutti) deve cercare nuove strade e costruire una nuova cultura (capace ovviamente di influenzare, dall’esterno, anche l’autogoverno). Ma per farlo non deve avere timore di inoltrarsi in mare aperto e di navigare con nuove navi, magari insieme ad altri marinai (dagli avvocati ai giuristi in genere).

About Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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One Comment on “Giudici e pubblici ministeri: avanti a destra”

  1. Ampiamente condivisibile l’analisi di un quadro davvero desolante, intelligentemente svolta da Livio Pepino. Importante il richiamo finale alla collaborazione con avvocati e giuristi, delle cui idee per lo più la magistratura ha tenuto conto solo in quanto occasionalmente ‘utili’. Un poco generico e vago il riferimento ad “un’altra giustizia costruita intorno al principio di uguaglianza sostanziale e garante dei diritti e delle libertà di tutti”. Il principio di uguaglianza, se non ulteriormente articolato, può significare tutto e niente; e, quanto ai ‘diritti’ e alle ‘libertà’, sono inseparabili dai ‘doveri’ che costituiscono per così dire il rovescio della medaglia. Preferirei parlare di giustizia fondata sul rispetto dei principi costituzionali – tutto sommato meno vaghi – e sulla soggezione del giudice alla legge, con un costante controllo della conformità di quest’ultima alle fonti sovraordinate della Costituzione e delle Convenzioni internazionali; e questo anche ad evitare impulsi demiurgici e ‘creativi’ da parte della magistatura.

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