Poveri, noi

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Nel 2017 l’esercito degli “assolutamente poveri” in Italia ha raggiunto la cifra record di 5.050.000, pari all’8,4% della popolazione complessiva. Questo è il dato sconvolgente contenuto nella nota annuale dell’Istat su La povertà in Italia. Mostra l’immagine di un paese sprofondato in una condizione di degrado sociale pesantissima, soprattutto se si tiene conto che il numero complessivo e l’incidenza percentuale del fenomeno è esattamente il doppio rispetto a un decennio fa. Nel 2007, l’anno immediatamente precedente all’inizio della crisi, infatti, erano in condizione di povertà assoluta 2.427.000 individui, pari al 4,1% della popolazione, distribuiti in 975.000 famiglie (ora sono 1.778.000).Questo significa che per effetto della crisi il numero dei poveri in senso assoluto è raddoppiato!
E’ opportuno ricordare che, secondo i protocolli dell’Istat “la soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali” per condurre una vita dignitosa. Cioè per alimentarsi, vestirsi, curarsi, abitare, riscaldarsi, e in sintesi assicurarsi i beni e i servizi minimi indispensabili. Essa è misurata sul valore monetario distinto per aree geografiche, dimensioni del comune di residenza e ampiezza della famiglia.
A sua volta il numero di individui in condizione di “povertà relativa” – cioè con una capacità di spesa mensile inferiore del 50% rispetto alla media nazionale – è salito a 9.368.000 pari al 15,6% della popolazione (nel 2007 erano 7 milioni 542 mila, quasi due milioni in meno).
La presenza di minori si conferma come un fattore determinante per la condizione di povertà: la percentuale di famiglie in condizione di povertà assoluta sale infatti al 10,5% tra quelle con almeno un minore a carico, e addirittura al 20,9% se i figli minori sono tre o più, cioè tra le famiglie numerose, a dimostrazione di una strutturale, scandalosa assenza di politiche di contrasto alla povertà minorile nel nostro Paese.
Si conferma anche, drammaticamente, il divario nord-sud: è nel meridione che si è registrato il più forte peggioramento rispetto al 2016, con un incremento del (già elevatissimo) tasso di povertà assoluta di quasi due punti percentuali per le famiglie (dall’8,5% al 10,3%) e per gli individui giunti a rappresentare l’11,4% della popolazione. Sconvolgente, in particolare, l’impennata della povertà assoluta nei comuni Centro di aree metropolitane dove la percentuale è addirittura raddoppiata passando del 5,8% al 10,1%.
Il fatto è particolarmente impressionante se si tiene conto che, strutturalmente, questi indicatori si “muovono” con relativa lentezza, e scostamenti di pochi decimi di punto sono, per gli analisti, comunque rilevanti: un “salto” di cinque punti percentuali, e il raddoppio del tasso, indicano quindi un vero e proprio sommovimento tellurico nel tessuto sociale. Un aumento significativo della povertà assoluta si registra anche nei piccoli comuni (inferiori a 50mila abitanti) dove l’incidenza passa dal 7,8% al 9,8%. E – cosa cui prestare particolare attenzione – anche nelle periferie delle aree metropolitane del Nord, il che spiegherebbe la più recente geografia elettorale, con il voto “populista” in particolare crescita appunto nelle periferie delle grandi città e nei comuni minori.
Poveri sono i giovani (sotto i 35 anni la povertà assoluta è doppia rispetto agli ultra-sessantenni: 9,6% contro 4,6%). Gli operai: “nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%)”; quella relativa sfiora il 20% (una famiglia operaia su cinque è povera). I meno scolarizzati e qualificati: “Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%”. Gli stranieri: per i quali “l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno)”.

In un bell’editoriale su” La Stampa” intitolato Ora servono misure straordinarie Linda Laura Sabbadini ha scritto: “La povertà nello scorso anno è aumentata, 5 milioni i poveri assoluti secondo l’Istat. Il Sud sprofonda, in un solo anno 321 mila poveri assoluti in più. Pare strano che la povertà possa crescere in concomitanza con la crescita – da ben 15 trimestri – del Pil, seppure a ritmi piuttosto blandi. Sapete che cosa vuol dire? Se c’è chi peggiora sempre di più la propria condizione, ma il Pil aumenta, vuol dire che c’è chi la migliora e anche di molto. Lo dice anche la Banca d’Italia: i più ricchi sono sempre più ricchi…”. Linda Laura Sabbadini è una che di queste cose se ne intende, e molto. Di statistiche, di statistiche sociali, e di misurazione della povertà. E’ stata Direttora Centrale delle indagini su condizioni e qualità della vita dal 2001 al 2011 e Direttora del Dipartimento delle statistiche sociali e ambientali dal 2011 al 2016, prima di essere scandalosamente marginalizzata da una Presidenza dell’Istituto quantomeno miope. Ho lavorato con lei e ne ho conosciuto l’altissimo valore alla Commissione povertà, prima che fosse “normalizzata” e poi sciolta da governi che della povertà temevano perfino i numeri. Quando parla (e scrive) sa quel che dice.

 

Per un confronto con i dati pre-crisi si veda il Rapporto CIES (Commissione d’indagine sull’esclusione sociale)  del 2008.