La lotta mancata alla povertà

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Sono 10 anni di fila che nel nostro paese le disuguaglianze continuano a crescere: economiche, sociali, geografiche, culturali, di genere, di reddito, di opportunità. L’aumento di disuguaglianze e povertà danneggia tutti e tutte, non solo chi ne è colpito, minando democrazia e coesione sociale nel profondo. Le forze politiche che si ispirano o che accettano il modello economico neoliberista sostengono che sia una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi della crescita e dell’efficienza dei mercati. La realtà dopo 10 anni ci racconta invece di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza. Un paese nel quale sono le mafie, la corruzione e il populismo a trarre il massimo beneficio dall’aumento del disagio sociale e dei bisogni. Sono le mafie ad aver aumentato il loro potere di penetrazione sociale e culturale nei luoghi e nelle periferie dove è cresciuto il disagio. In questi luoghi man mano che diminuisce la presenza delle istituzioni e delle politiche sociali, crescono la presenza criminale, il lavoro informale, la zona grigia. Se all’aumento della povertà non si risponde mettendo in campo fondi, investimenti e politiche sociali adeguate, capaci di garantire i diritti a tutti e non solo a una piccola parte, si determinano situazioni sociali esplosive che portano a una guerra tra poveri e alla negazione stessa della cultura giuridica fondata sulla necessità di garantire protezione ai soggetti più deboli, a quelli svantaggiati e alle vittime. La povertà, dunque, come una colpa e uno stigma. Ed è quello a cui stiamo assistendo nel nostro paese.

L’odio non è mai dato, ma viene costruito. Le scelte politiche di questi anni sono responsabili dell’aumento senza precedenti della povertà economica e culturale, della violazione sistematica dei diritti costituzionali di milioni di italiani, dell’esplosione del clima d’odio che vede nei più poveri e nei migranti i colpevoli, del rafforzamento di ideologie e forze politiche xenofobe e razziste, dell’aumento della zona grigia, della precarizzazione del lavoro, del rafforzamento di quelle culture e di quei comportamenti complici e funzionali alle mafie. Si doveva e si poteva fare molto di più e meglio. Lo diciamo chiaramente, perché se finalmente lo si capisce si possono imboccare strade diverse e invertire la rotta.

I numeri di questi anni del resto sono emblematici e fotografano una vera e propria apocalisse umanitaria. L’ultimo rapporto ISTAT denuncia come le persone in povertà assoluta nel nostro paese abbiano superato il numero di 5 milioni. Quelle che hanno smesso di curarsi, perché non se lo possono più permettere, sono 12 milioni. Il CENSIS segnala come oltre il 30 per cento della popolazione sia a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa.

Se compariamo la nostra condizione a quella degli altri paesi europei, ci accorgiamo che tutti i dati sulle disuguaglianze nel nostro paese sono superiori alla media europea e sono tra i peggiori in termini assoluti. Questo dato rivela più di tutti il fallimento dell’attuale classe dirigente politica italiana che è riuscita nell’impresa di fare peggio di quasi tutte le altre in questi 10 anni di crisi. Perché si poteva fare diversamente anche in regime di austerità, e anche in presenza di una crisi che è si globale e di sistema, ma che è stata affrontata meglio da quasi tutti gli altri paesi europei, investendo su politiche sociali e sostenendo forme di reddito minimo garantito per quanti fossero in difficoltà. Si poteva e si può ancora attraverso il nostro sistema di protezione sociale ridurre l’aumento della povertà computabile all’austerità e alla crisi globale.

Se non lo si è fatto è per scelte politiche precise e perché le priorità erano e sono altre. Basti guardare quanto speso dal governo Renzi per gli 80 euro (9,1 miliardi), per la decontribuzione fiscale sul Job Act (12 miliardi) e per il salvataggio delle banche (20 miliardi). Più di 40 miliardi usati attraverso la fiscalità generale che non sono andati a chi è in povertà, né hanno rilanciato la domanda aggregata, né i consumi delle famiglie. Ma è vero anche che grazie a queste misure i miliardari nel nostro paese sono triplicati, arrivando, secondo Oxfam, a 324. Questo dato spiega, qualora ce ne fosse ancora bisogno, chi ha tratto vantaggio dalla crisi e dalle scelte politiche di questi ultimi dieci anni.

Per la povertà invece sono stati stanziati la miseria di 1,8 miliardi di euro che forse arrivano addirittura a 2 nei prossimi anni. L’hanno chiamato Rei, reddito di inclusione, ma siamo lontanissimi da quello che l’Europa definisce reddito minimo garantito. Il Rei raggiunge infatti solo il 38 per cento del totale delle persone in povertà assoluta e a queste concede una somma misera molto lontana da quanto stabilisce l’Europa nella Carta di Nizza all’art. 34, che stabilisce come nessun cittadino europeo debba scendere sotto la soglia del 60 per cento del reddito mediano procapite del paese di origine. Una soglia limite sotto la quale non scendere che indica il reddito necessario a garantire un minimo di dignità. In Italia questa misura corrisponde a circa 800 euro e i circa 120 euro previsti dal Rei a componente familiare di un nucleo sotto i 6000 euro di ISEE sono una cifra molto lontana da quanto previsto nei regimi di reddito minimo garantito europei. Senza contare l’obbligo del lavoro come condizione per il beneficiario e la scadenza di 12 mesi, rinnovabili per massimo altri 6. Obbligo di lavoro e scadenza del “diritto al reddito” che le risoluzioni europee dal 1992 non prevedono di certo, anzi stabiliscono chiaramente come il reddito minimo garantito possa essere sospeso solo quando è mutata la condizione di disagio. Altrimenti non se ne capirebbe il senso, e rimarrebbe una misura spot o peggio meramente assistenziale, come il Rei. Siamo davanti, come ci ricordano i costituzionalisti, a misure che introducono forme di universalismo selettivo che sviliscono la dignità delle persone e violano il principio di universalismo del nostro welfare.

Crescono costantemente allo stesso tempo la precarietà e forme di lavoro con bassi salari. Il lavoro non stabile è aumentato di circa 200 mila unità anche lo scorso anno. Così siamo costretti a sommare ai quasi 3 milioni di disoccupati tutti quelli che svolgono lavori con contratto a tempo, che non godono di stabilità nell’impiego o che non ricevono retribuzioni adeguate a garantire una vita dignitosa. Le persone che vivono questa condizione secondo i dati di Unimpresa sono 6,55 milioni. A fine 2017 il numero totale di persone che vivono un profondo disagio sociale è arrivato a 9,29 milioni, circa 197 mila in più rispetto al 2016.

Le prospettive per chi cerca lavoro e non dispone di una famiglia ricca o di una forte rendita di posizione sono nere. Una volta se nascevi figlio di operaio finivi per fare l’operaio e a questa situazione ci si ribellava. Oggi l’ascensore sociale è completamente bloccato e se nasci figlio di operaio con ogni probabilità non farai nemmeno quello. Secondo tutti gli istituti di indagine e ricerca siamo in presenza della popolazione giovanile più impoverita della storia della repubblica. Dopo tanta retorica sui giovani, questo dimostra come nonostante il linguaggio della politica nella realtà le scelte compiute sono andate in direzione opposta.

E le prospettive, se non si cambia rotta, sono peggiori. La crescita delle forme di automazione e digitalizzazione dell’economia, in assenza di un forte intervento pubblico capace di orientare e porre regole, sono destinate ad aumentare ulteriormente la precarietà lavorativa e a ridurre i redditi e i salari della maggior parte dei lavoratori. La cosiddetta “gig economy”, i voucher, il lavoro “on demand”, la fabbrica 4.0, algoritmi e “machine learning” sono sempre più diffusi. Gli studi fatti su questo trend sono chiari e parlano in maniera unanime di una enorme contrazione del lavoro nei paesi occidentali. Tecnica e capitalismo sono diventati una cosa sola. Siamo dinanzi a un gigantesco processo globale di precarizzazione, flessibilizzazione e individualizzazione del lavoro iniziato con la crisi, amplificato nel nostro paese dalle riforme come il Job Act, dalla legge sulle pensioni, dai tagli al sociale, dall’istituzionalizzazione della povertà.

Dobbiamo porci il tema di quanti cercheranno lavoro, non lo troveranno, non hanno altri strumenti di sostegno economico e non sono ricchi. È questa la situazione reale e non teorica, che abbiamo davanti. Lavoro e reddito non sono in contrapposizione, anzi. La piena occupazione non è mai stata garantita nemmeno negli anni d’oro, figuriamoci adesso. Il tema è più urgente che mai. Vogliamo o no garantire a tutti e tutte il diritto all’esistenza? Le attuali politiche in campo evidentemente no!

Per queste ragioni, ma non solo, continuiamo a proporre l’introduzione del Reddito di dignità come previsto dai pilastri sociali europei definiti a partire dal 1992 in tutta Europa. Il diritto all’esistenza deve essere garantito attraverso tre misure che la CE chiede a tutti i paesi di introdurre: il reddito minimo garantito (non condizionato a forme obbligatorie di lavoro), il diritto all’abitare, l’offerta di servizi essenziali di qualità. Tre cose che da noi mancano del tutto e che determinano l’aumento senza fine delle disuguaglianze e lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, classiste e razziste. Se anche nel nostro paese mettessimo al centro i pilastri sociali europei e attuassimo quanto stabilito dalla nostra Costituzione, risolveremmo la maggior parte dei problemi, restituiremmo la dignità a milioni di cittadini, spezzeremmo il ricatto delle mafie in molti luoghi in cui sono cresciuti povertà e solitudine, rafforzeremmo la coesione sociale e la partecipazione dei cittadini alla politica, riformeremmo finalmente il nostro welfare che ha da sempre schiacciato le donne nel ruolo di cura, daremmo un forte colpo all’aria grigia che nel mondo del lavoro sfrutta le debolezze e i bisogni di chi soffre, daremmo speranza alla generazione di giovani più impoverita della storia del paese, consentendole di investire sulla propria autonomia e formazione, arresteremmo la guerra tra poveri ed erigeremmo un argine fondato sui diritti contro odio e populismi.

È l’analisi predisposta per Libera da Giuseppe De Marzo, responsabile nazionale dell’Associazione per le politiche sociali.

About Giuseppe De Marzo

Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.

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