Contro la meritocrazia

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A urne chiuse l’aspirante premier Luigi Di Maio sembra avere rinunciato a insistere nell’istituzione di quel “ministero della meritocrazia” che aveva anticipato nell’ultima fase della campagna elettorale. L’abbandono del progetto, a dir poco balzano, non rimuove, peraltro, il problema. L’evocazione della “meritocrazia” come chiave di volta per il cambiamento della società, infatti, è ormai diventato un leitmotiv dell’accademia, dei media e della politica, di destra e di sinistra (si deve all’allora astro nascente Matteo Renzi, nel 2014, la perentoria affermazione secondo cui «la meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione»). Eppure è difficile trovare una sciocchezza maggiore, rivelatrice, come poche altre, del degrado del pensiero e del linguaggio nel nostro Paese (e non solo). Ma tant’è. Si dice: «se a decidere fossero i più capaci, sarebbe tutt’altra musica!». E tutti ad assentire quasi che l’affermazione avesse almeno un po’ di credibilità. E, invece, non ne ha nessuna. Una crescita generalizzata di competenza e di capacità, garantita da controlli adeguati a tutti i livelli, sarebbe, ovviamente, un fatto auspicabile e positivo. Ci mancherebbe! Ma l’affidamento delle sorti del Paese ai (presunti) migliori è tutt’altra cosa e porta con sé, come corollari, conseguenze devastanti.

Si dice ancora: «Le cose, nel nostro Paese non funzionano perché tutti (anche i somari) fanno carriera e arrivano al massimo grado». L’ho sentito centinaia di volte, nella mia precedente vita di magistrato, con riferimento alla giustizia. Ma la cosa vale anche per la scuola, per la sanità e per ogni settore della vita sociale. Orbene, i sistemi di verifica e di controllo, nel settore pubblico e non solo, sono spesso deficitari, con conseguenti insufficienze e veri e propri disastri (basti pensare all’andamento del settore bancario…). Ma cosa c’entra questo con la meritocrazia, cioè – per usare la definizione del Devoto-Oli – con «un sistema di valutazione e valorizzazione degli individui, basato esclusivamente sul riconoscimento dei meriti da loro acquisiti»? Niente, a ben guardare. Il modello meritocratico è, infatti, strutturalmente inidoneo e realizza, anzi, un rimedio peggiore del male. Sotto tutti i profili. Andiamo con ordine, cominciando dagli aspetti meno gravi.

Anzitutto nessuno ha ancora scoperto come si misura il merito o, se si preferisce, come si selezionano i migliori. Si dice: concorsi rigorosi, controlli di qualità, cooptazione. Metodi – tutti – che servono, come insegna un’esperienza secolare, a selezionare gli omogenei, non certo i migliori: basta pensare allo stato delle nostre Università (dove pure, e ben a ragione, qualche decennio fa si progettò di sostituire l’insostenibile sistema dei baroni con quello dei più capaci…). Del resto, basta prestare attenzione a chi principalmente invoca il primato del merito, ovviamente per gli altri. È quel ceto dirigente dell’economia, della finanza e delle professioni che si perpetua grazie alla trasmissione di imprese, aziende e ruoli professionali per via ereditaria e per il quale il merito consiste per lo più nell’essere figli, mogli, nipoti, cognati e via seguitando. L’attenzione alla provenienza svela il senso dell’appello al primato del merito: perpetuare lo status quo ed evitare che alcune, limitate posizioni di rilievo sfuggano a quella logica.

Ma poi, se anche si trovasse un metodo serio e oggettivo per selezionale i migliori, la cosa non servirebbe a nulla, almeno nella gran parte dei settori di rilevanza sociale. Prendiamo gli insegnanti, i giudici o i medici. Una volta che si sia riusciti a mettere in fila i bravissimi, i bravi, i mediocri, gli appena sufficienti, chi e con quali criteri deciderebbe come ripartirli? Se tutti abbiamo (dovremmo avere) diritto a pari istruzione, pari cure e pari giustizia e se le relative funzioni sono egualmente delicate incidendo sulla vita, sulla formazione, sulla libertà dei cittadini, come stabilire a chi spetta il bravo insegnante e a chi quello mediocre? a chi il medico eccellente e a chi quello appena sufficiente? a chi il giudice competente e acculturato e a chi quello in scarsa sintonia con il diritto e il buon senso? La domanda, apparentemente paradossale, rivela, in realtà, la radicale inadeguatezza del metodo. Non per caso ma perché in una società giusta, o quanto meno non troppo ingiusta, la predisposizione di risposte attendibili alle domande sociali diffuse richiede non già la selezione dei migliori professionisti e funzionari ma la crescita professionale di tutte le categorie interessate. E a ciò devono essere dedicati sforzi e risorse.

Ma c’è di più. Passiamo al piano dei cittadini, cioè dei destinatari dei servizi e delle provvidenze dello Stato. Anche per loro ormai, in forza di una anomala proprietà transitiva, si invoca il merito come discrimine fondamentale. Basti pensare al dibattito che accompagna la proposta di garantire un reddito di base o un reddito minimo: sì, dicono i più aperti, ma solo a chi dimostra, con comportamenti concreti, di meritarlo… C’è da non crederci. Una volta selezionati i meritevoli e i migliori (con conseguente attribuzione di questo o di quel beneficio dello Stato sociale), infatti, cosa fare dei non meritevoli o dei non capaci (che sono, nel pensiero dominante, legione: marginali, malati, alcolisti, tossicodipendenti, sofferenti psichiatrici, clandestini e via elencando potenzialmente all’infinito)? Costruire un’immensa rupe Tarpea da cui precipitarli? Sembra un paradosso ma non lo è, come la storia insegna. Eppure, non molti anni fa persino il futuro ministro dell’economia dell’ultimo governo di centro sinistra, Tommaso Padoa Schioppa (che, detto per inciso, non è stato neppure il peggior titolare del ministero), in un articolo sul Corriere della sera, nell’auspicare un ampio programma di «riforme strutturali», precisò che le stesse devono essere ispirate a «un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità».

Ecco il vero volto della meritocrazia: premiare chi ha qualità, sanzionare chi ha handicap o difetti. Che sia la chiave di volta per un governo giusto, o almeno accettabile, della società non mi sembra così pacifico.

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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