La resistenza climatica passa dai tribunali

La notizia di azione per il clima più importante della settimana ce l’hanno portata tredici minorenni (il più piccolo ha nove anni) delle isole Hawaii, quasi tutti indigeni, e arriva ancora una volta dalle aule di tribunale. Anzi, in questa occasione il caso non è nemmeno arrivato in tribunale. Lo Stato americano, visti anche i precedenti legali sfavorevoli, ha scelto di dare ragione ai giovani senza nemmeno arrivare a processo. La causa è stata coordinata dalla ONG Our Children’s Trust (di cui sentiremo ancora parlare, visto che di recente ha vinto un altro caso simile in Montana) e ha costretto le Hawaii a trasformare la sua generica agenda climatica sui trasporti in un piano dai tempi precisi, eseguibile e soprattutto vincolante.

Sono due gli aspetti interessanti del caso. Il primo è che le Hawaii sono considerate uno degli Stati americani più attenti al clima, ma la loro agenda di transizione a lungo termine era ancora vaga e non vincolante, prima di questo accordo stragiudiziale. La strategia dell’attivismo è questa ora: mettere pressione anche alle amministrazioni più ecologiste, il ruolo dei movimenti è alzare l’asticella sempre e comunque. Il secondo aspetto degno di nota è che questo era un contenzioso climatico “settoriale”, rivolto soltanto ai trasporti e al relativo dipartimento dello Stato delle Hawaii. Uno dei punti cruciali era l’espansione della rete autostradale, che a questo punto viene seriamente messa in discussione.

L’accordo copre tutti i mezzi interni allo Stato (mare, terra e aria) e vincola legalmente le Hawaii alle zero emissioni nei trasporti entro il 2045, dirottando gli investimenti verso trasporti pubblici e l’elettrificazione. Come ha spiegato Denise E. Antolini della University of Hawaii, una delle massime esperte di questo tipo di processi al mondo, «questo accordo è una cosa enorme, fa tutta la differenza del mondo, quella che c’è tra una promessa e la realizzazione di un piano». Tutto questo accade in uno degli stati americani simbolo della crisi climatica: un anno fa gli incontrollabili incendi a Maui hanno fatto più di cento vittime e cinque miliardi di dollari di danni.

Questa settimana è uscito anche un nuovo studio della London School of Economics sulla lotta ai cambiamenti climatici che passa dai tribunali. È una fotografia interessante di uno strumento che continua ad affilarsi. In sintesi: stanno aumentando le cause contro le aziende (quando per anni sono state principalmente portate avanti contro gli stati e i governi), stanno aumentando le cause che potremmo definire “controclimatiche”, delle aziende contro le ONG, e stanno aumentando le cause nel Sud globale.

Dal 2015 sono state avviate 230 azioni legali contro aziende del settore fossile, e i due terzi di queste sono partite negli ultimi quattro anni. Incremento notevole. Escludendo gli Stati Uniti, quattro cause climatiche su dieci aperte nel mondo sono contro il settore privato, tra queste c’è quella di Greenpeace e ReCommon contro l’italiana Eni, che la settimana scorsa si è fermata per volere delle ONG in attesa di un parere della Cassazione. È un segnale generale importante: la società civile ha registrato qual è il nodo di resistenza principale a una transizione veloce e giusta, i consigli di amministrazione delle aziende. Solo nel 2023 nel mondo sono partite 47 nuove cause contro il greenwashing. Sono 30 invece quelle che si ispirano al principio: chi inquina paga, con gigantesche richieste di risarcimento per danni climatici (in questo caso quella di più alto profilo è della California contro sei gruppi petroliferi che hanno operato nello Stato). «Sono il settore in più rapida espansione», si legge nel rapporto. Cittadini contro il business fossile: oggi è questo il fronte più promettente della lotta contro i cambiamenti climatici. E funziona. Più della metà delle cause per greenwashing arrivate in giudizio (54 su 77) tra il 2016 e il 2023 è stata vinta.

E poi c’è la controreazione: 50 cause contro le politiche ambientali e gli obblighi di incorporazione del rischio climatico nel processo decisionale, oppure azioni strategiche contro la partecipazione pubblica. Infine, sono in crescita quelle nei paesi del Sud globale: oggi sono 200 su 2.666, l’8 per cento del totale.

L’articolo è tratto da Il Domani del 1 luglio

Gli autori

Ferdinando Cotugno

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