Danilo Dolci, dentro la pedagogia della nonviolenza

Non mi è facile scrivere o parlare di Danilo Dolci, tanto è stata una figura centrale per la mia formazione. A 18 anni, nel 1956, diplomato maestro elementare a Gubbio, gli scrissi indirizzando presso la rivista Cinema nuovo che aveva pubblicato un “documentario fotografico” di Enzo Sellerio sulla sua attività a Partinico (provincia di Palermo), e un ottimo redattore, il documentarista Michele Gandin, trasmise la mia lettera a Danilo che mi convocò a Roma in un giorno di fine anno, subito prima del Capodanno.

Mi accompagnò mio padre – meccanico, militante socialista – perché voleva capire se poteva lasciarmi nelle sue mani. Sulla vecchia giardinetta che degli amici ricchi gli avevano donato, scendemmo da Roma al porto di Napoli in compagnia di tre persone che diventarono anche loro importanti nella mia vita: Rocco Mazzarone (quasi un secondo padre, tricaricese, tra i fondatori della medicina sociale in Italia), Maria Sacchetti Fermi (insegnante, sorella di Enrico Fermi e madre di una insegnante, Ida, che già lavorava con Danilo) e Mimma Trucco (nata in Francia da emigrati antifascisti, un’assistente sociale che era stata l’ultima fidanzata di Rocco Scotellaro, morto trentenne due o tre anni prima). E c’erano cinque o sei bambini nel retro della giardinetta, figli della vedova di Trappeto che Danilo aveva sposato, la bravissima Vincenzina (il marito, contadino e pescatore, era stato fermato una sera nei campi, tornando al villaggio, da mafiosi che gli chiesero del denaro altrimenti lo avrebbero ucciso, e lui, poverissimo, si era messo a letto ed era morto d’angoscia). I bambini chiamavano quello spazio “il canile” e questo faceva molto arrabbiare Danilo. A Napoli ci separammo, Maria e Rocco e Mimma ci lasciarono e i rimasti salimmo con la giardinetta sulla nave della Tirrenia che collegava ogni notte Napoli a Palermo. Dormivamo sul ponte, ma Danilo mi svegliò perché vedessi le eruzioni dello Stromboli, restandone incantato quanto all’alba dalle coste della Sicilia, che mi fecero tornare alla lettura scolastica dell’Odissea.

Cominciò così la mia vita pubblica o semi-pubblica; dopo lo sciopero a rovescia organizzato a Partinico da Danilo con l’aiuto del sindacato, del Pci e del Psi, e finito con l’arresto di decine e decine di disoccupati e, per me minorenne, di un foglio di via, tornai a Partinico da clandestino e mi occupai dei bambini del nostro quartiere, Spine Sante, e delle “storie di vita” che Danilo andava raccogliendo e trascrivendo, in giro per la provincia con me al seguito, che le battevo poi a macchina con vera passione… (ho imparato in questo modo il lavoro di redattore editoriale di cui più tardi ho campato). Ho un ricordo vivissimo degli incontri con braccianti disoccupati o occupati solo a periodi, con contadini, pescatori, pastori e straordinarie “magare” (guaritrici) personaggi d’altri tempi e forse eterni. Un mondo con il quale, dalla mia Umbria contadina e artigiana e ancora un po’ medievale, non avrei mai immaginato di dovermi confrontare e, in qualche modo, finire per farne parte.

Se mi sono dilungato su questi inizi è per dire quanto vi fosse di inedito e inatteso nel lavoro di Danilo Dolci, insieme poeta e maestro, politico e profeta, alle cui intuizioni aggiunse una nuova consapevolezza l’amicizia di Aldo Capitini, teorico della nonviolenza e studioso di Gandhi. Il processo per l’occupazione della “trazzera vecchia”, Danilo lo aveva voluto far precedere da un giorno di digiuno collettivo sulla spiaggia di Trappeto, per insistere sul nostro rifiuto della violenza pochi giorni dopo che la polizia aveva ucciso a Venosa, durante una manifestazione, il giovane bracciante Rocco Girasole.

Danilo aveva già pubblicato un libretto, Fare presto e bene perché si muore, presso De Silva, una piccola casa editrice animata da Franco Antonicelli, la stessa che aveva appena pubblicato Se questo è un uomo di Primo Levi, Gli intellettuali e la guerra di Spagna di Aldo Garosci e Non siamo d’accordo di don Zeno Saltini, che era stato il primo maestro di Dolci. E aveva dato a Laterza i suoi Banditi a Partinico. Dei libri che seguirono fu editore Einaudi (Inchiesta a Palermo, Spreco, la bellissima raccolta dei Racconti siciliani e altri), anche di quelli a carattere pedagogico (soprattutto il più esemplare Chissà se i pesci piangono, e le Conversazioni siciliane, singolare esperimento di assemblee con contadini e operai sui temi fondamentali dell’esistenza) mentre le poesie le raccolse per Feltrinelli. Era partito da lì, anche in contatto amicale col giovane Pasolini (e già se ne trovavano in una antologia di poesia religiosa di Valerio Volpini per Vallecchi). Un giorno Danilo mi impose di bruciare tutta la sua vecchia corrispondenza, ma io vi sbirciai dentro alla ricerca di una lettera che era in realtà indirizzata a me dal mitico Giuseppe Di Vittorio (gli avevo scritto, come ad altri, per conto di Danilo per invitarlo a un convegno palermitano sulla piena occupazione e si doleva di non poter venire), e vi trovai una lettera di Pasolini che rispondeva di no al suo invito a seguirlo in Sicilia perché, in quanto omosessuale, gli avrebbe certamente creato dei problemi.

Il poco che ho imparato viene dal lavoro che feci, propostomi da Dolci, con i bambini e con gli adulti del Cortile Cascino di Palermo andando a vivere in una delle baracche, dai digiuni fatti al suo fianco, dalle inchieste (e anche, perché ne fossi testimone, dagli incontri coi suoi eccellenti visitatori e anche con certi uomini politici al potere, dopo carcere e processo, perché loro e la polizia smettessero di perseguitarci) e da tutta una quotidianità di confronti dentro gli anni più importanti della mia gioventù (insieme a quelli torinesi nei Quaderni rossi e al Centro Gobetti). Danilo diventò un teorico e pratico della nonviolenza al seguito di Capitini, e ricordo ancora le reazioni al “metodo” di Dolci da parte di due grandi scrittori siciliani: Sciascia che le considerava inadatte all’epoca e all’ambiente e Vittorini che invece le trovava più che adeguate alla Sicilia contadina e proletaria del tempo.

Le esperienze di Dolci e del suo gruppo sono in realtà tra le poche davvero innovative in Occidente nel modo di intendere il “lavoro sociale” e il “lavoro politico” e c’è ancora tanto da impararne ancora oggi, e appena ieri tra la fine di un secolo e l’affermazione di un altro in cui le più negative previsioni della “fantascienza sociale” si facevano vere. Gli anni difficili di Dolci furono quelli – difficili per tanti intellettuali del tempo – di una società che cambiava fin troppo rapidamente, di un “miracolo” che imponeva analisi nuove dentro un “sottosviluppo” che si faceva “sviluppo”, gli anni dell’abbandono delle campagne e della progressiva cetomedizzazione degli italiani. I sogni dello sviluppo perdevano forza nel momento in cui era “il sistema” a farsene attore e divulgatore, e le dighe per cui si lottava era “il sistema” a farsene carico, e con esso per certi versi la stessa mafia attratta da nuove ricchezze, e sì, anche Danilo fece fatica a trovare una nuova strada. La cercò nella pedagogia sociale con esperienze e risultati ancora da analizzare quanto meritano, pieni di stimolanti provocazioni anche per il metodo delle “conversazioni” da lui animate con ampi gruppi di proletari e di giovani, su temi sociali e filosofici fondamentali, ma tornando contemporaneamente a dare un valore primario, come forse aveva fatto in gioventù, alla poesia. Già, “chissà se i pesci piangono”…

L’ultima volta che l’ho visto, malatissimo, a Trappeto stava attaccato al telefono per organizzare, a distanza e con le poche forze che aveva, una “marcia della pace” che, in Sardegna, doveva concludersi davanti a una sede militare di impronta americana. La pedagogia della nonviolenza è qualcosa, continuava a dire e a pensare, di estremamente attuale, è qualcosa di molto concreto e di molto politico.

L’articolo è tratto da il manifesto del 23 giugno

Gli autori

Goffredo Fofi

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One Comment on “Danilo Dolci, dentro la pedagogia della nonviolenza”

  1. Dove Danilo si è dichiarato non violento? io non sono riuscito a trovare uno scritto chiaro in proposito.
    Un caro saluto
    Tonino

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