Dalla parte delle vittime, per non cedere all’orrore

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Ogni volta, ogni volta che qualcuno di loro muore, ci ricordiamo di questa storia immensa. Sì. L’obbligo umanitario continua a incendiare alcune esistenze. I samaritani sono tutt’altro che dispersi e smarriti, sono creature assolutamente diverse in un mondo dove si punta sul tornaconto, sull’esito, il successo, la garanzia. Ogni volta è lo stesso turbamento (rimorso? dubbio? ipocrisia?) di fronte all’evidenza concreta fino al sacrificio di sé della ideologia umanitaria, volti, nomi, non sigle o acronimi. Noi che stiamo davanti al televisore per vedere; e nelle immagini invece coloro che hanno sagomato la loro vita su questa determinazione cogente, esser vicino all’uomo dovunque è vittima della natura ma soprattutto di altri uomini. Non esigono contropartite, sono spesso scudisciati da delusioni e amarezze, da raffiche feroci di obiezioni: perché siete lì voi, piagnucolio umanista? Di chi siete strumento occulto? L’ideologia vogliamo sapere. Avete fatto l’esame a quelli che aiutate per vedere se lo meritano?

E poi per chi ha deciso di servire le vittime lungo lo stremante corso del tempo, servirle perché risorgano, ecco: la morte colpiti da un drone israeliano. In un giorno qualunque di un secolo che è già l’occasione di vasti delitti, in mezzo a rovine spoglie, bombe, niente pudore, la fame, malefici di ogni tipo. Gaza: ennesima sigla di un luogo dove si utilizza senza scrupoli il materiale umano, dove sfamare può costare la vita, dove perfino gli aiuti, paracadutati dal cielo perché la terra è proibita dalla “necessità” israeliana della guerra, diventano oggetti assassini schiacciando coloro che si voleva salvare. Dove tutte le spiegazioni e le ragioni politiche militari di una tragedia lunga settantacinque anni e che oppone ragione e ragione senza possibilità di scioglimento, soffocano in questo misto che dura da mesi di violenza e quotidianità, si spengono nelle lunghe file di uomini donne e bambini palestinesi che deambulano con lo sguardo spento, senza più scopo in uno spazio-incubo.

Che siano loro, gli umanitari, gli ultimi rappresentanti dell’Occidente, dell’Universale, che noi abbiamo abbandonato? La loro morte non ci costringe, finalmente!, a guardare negli occhi gli altri morti, dieci venti trentamila, che abbiamo lasciato scorrere nelle settimane e nei mesi di operazione israeliana: impotenti, indifferenti, consenzienti? Aveva ragione la sguattera di Brecht: terribile è la tentazione di esser buoni.

Ebbene credo che sia obbligatorio porsi domande: che cosa è diventato l’Umanitario, il mestiere di salvare corpi dall’agonia, in un mondo sempre più in guerra? Non sono gli umanitari gli strumenti, puri, di un grande inganno, la loro pietà non è, anche a Gaza, un modo per coprire l’impotenza, la viltà o il calcolo di chi, gli Stati Uniti, non vuole rischiare niente se non chiacchiere e missioni inutili della diplomazia per fermare il macello?

Non vengono inseriti, cinicamente, come una pedina, nel gioco della guerra e della sua economia? Gli Stati Uniti, l’Europa, perfino i regimi arabi fratelli dei palestinesi, non vogliono o non possono porre un termine alla vendetta di Israele. E allora si mandano avanti le Ong, le agenzie dell’Onu fino quando non sono vietate, perfino i monarchi aviatori: vedete, facciamo il possibile… Così si anestetizzano le opinioni pubbliche, e si scoraggiano le iniziative di chi ha i mezzi finanziari politici, la forza, e il dovere, di fare di più. Ma non vuole.

Il dubbio è antico, Etiopia 1986, il debutto fragoroso delle star del soccorso umanitario. C’è la follia del negus rosso, Menghistu, la deportazione dei contadini etiopici decisa con ferocia staliniana e cinicamente realizzata proprio utilizzando lo slancio generoso del mondo accorso a colmare il vuoto omicida della carestia voluta, creata. E l’umanitario divenne senza volerlo strumento di una gigantesca e criminale ristrutturazione della geografia che serviva al regime. E poi la Somalia, altra impotenza della politica mondiale: i sacchi di farina servono a salvare i bambini denutriti ma anche a rafforzare la prepotenza dei signori della guerra che decidono la loro distribuzione. E ancora il Ruanda: dove a Goma nel fiume dei relitti umani che fuggono alla vendetta dei tutsi sono mescolati, in modo inestricabile, le vittime e la manodopera e i registi del terzo genocidio del Novecento. Come si fa a distinguere?

Come impedire che siano proprio gli assassini armati a decidere come scegliere tra le vittime? Si aiuta: unica risposta possibile.

L’articolo è tratto da La Stampa del 3 aprile dove è stato pubblicato con il titolo
I samaritani che ci obbligano a guardare l’orrore “

Gli autori

Domenico Quirico

Reporter per il quotidiano torinese La Stampa, caposervizio esteri. È stato corrispondente da Parigi e inviato di guerra. Nell'agosto 2011 viene rapito in Libia e liberato dopo due giorni, il 9 aprile 2013 di lui si perde ogni traccia mentre si trova in Siria come inviato di guerra, il 6 giugno viene diffusa la notizia che è ancora vivo E Viene infine liberato l'8 settembre 2013, dopo 5 mesi di sequestro. Nel 2015 vince la sezione saggistica del Premio Brancati con "Il grande califfato". Nel 2016 in chiusura delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, viene presentato fuori concorso il documentario Ombre dal Fondo diretto da Paola Piacenza in cui di fronte alla telecamera Domenico Quirico ripercorre il suo rapporto con il giornalismo e il rapimento in Siria. Tra le sue numerose opere: Squadrone bianco. Storia delle truppe coloniali italiane, Mondadori, 2003; Adua. La battaglia che cambiò la storia d'Italiai, 2004; Primavera araba. Le rivoluzioni dall'altra parte del mare, 2011; Il paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria, 2013; Il grande califfato, 2015. Esodo. Storia del nuovo millennio, 2016; Succede ad Aleppo, 2017; Morte di un ragazzo italiano - In memoria di Giovanni Lo Porto, Neri Pozza, 2019; La sconfitta dell'Occidente, con Laura Secci, 2019.

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