Papa Francesco ha ragione: Kiev ha (quasi) perso, ma non c’è solo la vittoria

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Per due anni siamo stati convinti che Putin non avrebbe mai prevalso sul “Bene”, cioè noi occidentali, ma è l’esaurimento degli uomini sul campo di battaglia a decidere il conflitto, e Kiev è quasi alla fine. Vorrei dire: finalmente! Recidere con le parole il giusto e l’ingiusto, il razionale e il folle. Solo il Papa poteva avere il coraggio di far questo. Parole dette scritte mandate alte, che diventano sfida esempio tentazione al contrario. Osare l’impronunciabile per gli usi della bizantina ipocrisia: ovvero dire arrendersi, alzare bandiera bianca, trattare. Questo è la virtù profetica, lo Scandalo sacro della verità. Per due anni abbiamo ascoltato senza fare quasi domande, prendendo atto, per immersione, magari per abitudine, restando in maggioranza inerti, superficiali, racchiusi dal giro intricato delle cose. Il conflitto straziava nel lungo, i morti fissavano il cielo rigato di missili sonanti. Sulla guerra in Ucraina abbiamo vissuto sotto il dominio soffocante di una cosmogonia omogenea. Putin, la Russia, aggressori arroganti, saranno puniti, non hanno con la loro potenza di cartapesta alcuna possibilità di prevalere sul Bene, cioè su di noi. Gli eroici ucraini e le nostre armi e i nostri soldi sconfiggeranno il Male.

Nessuno metteva in dubbio, tutti hanno interiorizzato. Siamo stati convinti con la intensa soddisfazione di vivere in diretta l’avvenimento grandioso della Guerra Giusta: e inevitabilmente vittoriosa. Il cretinismo infinitesimale di singoli eventi orribili: le carcasse dei carri, le trincee divelte, le sviscerate tumefazioni delle città, ecco servito il paradigma del tutto è cronaca. Ha banalizzato l’orrore, consentendoci come spettatori di autoescluderci e di pensare di poter usufruire di un rifugio perpetuo. Il nostro fare nulla, l’accontentarci della sicurezza della vittoria che ci veniva garantita da color che sanno, politicanti, economisti, generali, esperti, intellettuali rendeva la impotenza e la indifferenza felici, legittime e rassicuranti.

Mese dopo mese tutte le possibilità intermedie sono state, una dopo l’altra, eliminate, smascherate come inganno, abdicazione all’avversario. Dalle due parti, Kiev e Mosca, con un progetto metodico, è stata lasciata soltanto una possibilità: la propria vittoria totale. Con un ribaltamento che spesso avviene nelle guerre, la politica, russa, ucraina, occidentale, si è ridotta miseramente a continuazione della guerra con altri mezzi, uno schermo per dimostrare la necessità del massacro temperato dalla certezza che alla fine avremmo vinto noi. Anche le grida domenicali, appassionate, del Papa, in fondo, sono state ridotte a una parte di questo disegno di illusione, invocare la pace era null’altro che rinviare a qualcosa di utopico e impossibile: perché la pace doveva essere ovviamente giusta, perfetta, riparatrice per le vittime e punitiva per i colpevoli. Perfino il pacifismo dei virtuosi, degli uomini di buona volontà (non molti per la verità) è stato immiserito a rito accomodante, gratificazione delle coscienze singole, fuga nella buona azione del fine settimana: manifestate, manifestate che tanto poi…

La vittoria era l’unica soluzione per avere la pace, inseguita descritta vaticinata in modo inevitabile dalle cancellerie e dai vertici dell’Alleanza via via che il campo di battaglia la dimostrava sempre più remota, irraggiungibile, mostruosamente costosa per chi la combatteva al fronte. I registi della guerra a Mosca e a Kiev e in Occidente hanno a poco a poco dimenticato i morti, feriti, i mutilati delle trincee, gli uomini che muoiono dopo un’ora o un anno, la vita per un istante sotto l’impeto della mitraglia… Poi subito afflosciata, affondata a picco come una pietra. Si sono impadroniti della morte, i guerrafondai in mimetica o doppiopetto, le fanno la guardia come mastini: questi sono i Nostri Morti quelli sacri giusti gloriosi, i loro morti sono criminali e maledetti. E mentre chi li ha amati entra nell’inesplorato bosco del dolore, gli alti comandi, gli encomiatori da lapide, i cappellani del massacro, estranei e compatti, affidavano ai proclami il loro rancore di superstiti: saremo noi i buoni perché vinceremo!

Occorreva che qualcuno prendesse la parola per i morti, per quelli già spazzati via e per quelli che verranno… Ancora un paio di anni e vinceremo! Un niente! Bisognava che qualcuno dicesse quello che i politici e i generali non hanno il coraggio di dire: che è l’esaurimento degli uomini nelle trincee e negli assalti e non delle munizioni o dei droni a decidere la vittoria e la sconfitta. In questa matematica inumana la Russia è in vantaggio, vincerà. Mentre Putin continuerà a attingere al suo immenso materiale di vite sacrificabili, largheggiando senza rimorsi, come è nello stile, sotto qualsiasi segno ed epoca, di un dispotismo abituato alla cieca obbedienza, Kiev è quasi alla fine, una generazione è stata spazzata via o ha cercato la salvezza fuggendo. Alcuni generali hanno cercato di dirlo a Zelenzky ma sono stati licenziati o allontanati: perché Zelenzky come Putin è ormai prigioniero della logica della vittoria totale che gli abbiamo garantito.

Solo il Papa poteva spezzare il tabù, solo lui ne ha la forza morale. Usando parole sconfitta, negoziare, bandiera bianca che costerebbero l’accusa di tradimento, di collaborazionismo con il nemico. Ma questa è la Chiesa, quando sa lasciare agli altri i distinguo, i silenzi, il non detto, le formule felpate, le maledizioni sul nemico sempre Assoluto. La macchia bianca del Papa è una insegna, una biografia, un memento. È muta di colore, biancheggia sempre di più, perché il suo messaggio spezza il tempo. Esemplifica, aspetta al varco la responsabilità di ognuno, ripropone. Al contrario dei politicanti batte e ribatte sulle chiusure umane, giustizia i diaframmi che impediscono l’ascolto, non accetta riposo, è portatore di difficili e rivoluzionarie meraviglie. Ci impone di non insabbiarci nei dubbi, strazi, interessi di uomini e di sistemi, in una terra dove per vincere dovremo scendere in campo direttamente, disseminata di silos in cui dormono mostri a testate multiple, meraviglie della demenza che possono vetrificare il pianeta, e in fondo agli oceani scivolano, silenziosi e ciechi, sottomarini con missili ciascuno dei quali può annientare centinaia di migliaia di esseri umani: allora torna il conto dopo due anni, o è follia?

L’articolo è tratto da La Stampa dell’11 marzo

Gli autori

Domenico Quirico

Reporter per il quotidiano torinese La Stampa, caposervizio esteri. È stato corrispondente da Parigi e inviato di guerra. Nell'agosto 2011 viene rapito in Libia e liberato dopo due giorni, il 9 aprile 2013 di lui si perde ogni traccia mentre si trova in Siria come inviato di guerra, il 6 giugno viene diffusa la notizia che è ancora vivo E Viene infine liberato l'8 settembre 2013, dopo 5 mesi di sequestro. Nel 2015 vince la sezione saggistica del Premio Brancati con "Il grande califfato". Nel 2016 in chiusura delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, viene presentato fuori concorso il documentario Ombre dal Fondo diretto da Paola Piacenza in cui di fronte alla telecamera Domenico Quirico ripercorre il suo rapporto con il giornalismo e il rapimento in Siria. Tra le sue numerose opere: Squadrone bianco. Storia delle truppe coloniali italiane, Mondadori, 2003; Adua. La battaglia che cambiò la storia d'Italiai, 2004; Primavera araba. Le rivoluzioni dall'altra parte del mare, 2011; Il paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria, 2013; Il grande califfato, 2015. Esodo. Storia del nuovo millennio, 2016; Succede ad Aleppo, 2017; Morte di un ragazzo italiano - In memoria di Giovanni Lo Porto, Neri Pozza, 2019; La sconfitta dell'Occidente, con Laura Secci, 2019.

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