«La Corte internazionale non può tradire i propri precedenti»: intervista a Nimer Sultany

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In attesa della risposta della Corte internazionale di Giustizia (Cig) sul caso Sudafrica vs Israele, abbiamo intervistato Nimer Sultany, giurista palestinese e docente di diritto all’Università Soas di Londra.

La presentazione sudafricana è stata molto densa, correlata di prove il cui punto centrale era il contesto. Come ha scritto sul Guardian, il Sudafrica ha affermato che lo status di territorio occupato di Gaza sfida la giustificazione dell’offensiva israeliana come autodifesa. Può spiegarci?

La presentazione del Sudafrica ha dimostrato che le azioni di Israele negli ultimi tre mesi sono ingiustificabili, che equivalgono a un genocidio e che il popolo palestinese di Gaza è a rischio imminente di ulteriori atti genocidiari. Smonta la narrativa filo-israeliana dominante, soprattutto nei media e nei governi occidentali, ovvero che Israele agisca per autodifesa contro un attacco esterno da parte di un’organizzazione terroristica. Ma questa narrazione ignora la storia, il consenso delle autorità giuridiche internazionali sullo status di Gaza come occupata e l’imposizione da parte di Israele di un sistema di apartheid, anche attraverso l’assedio di Gaza. Israele ha usato per decenni argomenti di sicurezza per giustificare il sistema di apartheid. Si finge che le 500 pagine scritte da Human Rights Watch e Amnesty International – che descrivono dettagliatamente il sistema di apartheid sui palestinesi – non esistano. Eppure le hanno pubblicate nei due anni precedenti il 7 ottobre, e nel dicembre 2022 l’Assemblea generale dell’Onu ha deferito lo status dell’occupazione israeliana alla Cig. È successo perché c’è un crescente consenso tra esperti e comitati per i diritti umani delle Nazioni unite sul fatto che l’occupazione pluridecennale di Israele equivale ad apartheid. La narrazione che ha seguito il 7 ottobre ha completamente ignorato questo contesto. In ogni caso il Sudafrica ha chiarito che, anche se si presumesse l’autodifesa, è comunque legalmente e moralmente vietato che questa sia giustificazione a commettere un genocidio.

Il team legale israeliano non si è concentrato sulla risposta alle accuse, ma sulla responsabilità di Hamas nell’iniziare la guerra e nel massacro stesso dei palestinesi. È una difesa che può reggere?

La reazione generale degli studiosi di diritto è stata molto critica verso la performance di Israele. Il team israeliano ha mostrato debolezza giuridica: si è concentrato su narrazioni politiche perché la posizione giuridica è indifendibile. Ha fatto diverse affermazioni false. Ad esempio, sugli aiuti umanitari, la carestia e le malattie. Non ha risposto alle prove sudafricane basate sulle dichiarazioni ufficiali dell’Onu. La difesa si è basata sul tentativo di confondere le acque rispetto alle dichiarazioni genocidarie dei funzionari israeliani e su ciò che ha fatto Hamas. Il Sudafrica aveva già definito tale punto irrilevante: non importa cosa abbia fatto Hamas, la risposta israeliana non può violare il diritto internazionale. Si spera che i giudici della Cig resistano alle pressioni politiche, penso alle dichiarazioni tedesche, canadesi e statunitensi degli ultimi giorni di sostegno alla difesa israeliana.

A questo proposito, c’è chi ritiene che la composizione della giuria non porterà alla decisione di fermare l’attacco militare, per la presenza di giudici provenienti da paesi violatori dei diritti umani e di giudici di paesi alleati di Israele. Il tribunale è veramente indipendente?

Diritto e politica sono sempre intrecciati. La politica influenza il diritto. I giudici di qualsiasi tribunale sono influenzati dal contesto in cui operano. I giudici della Cig dovrebbero essere imparziali. Il team sudafricano, composto da avvocati sudafricani, irlandesi e inglesi, ha mostrato alla Corte le recenti sentenze emesse in diversi casi. Ad esempio il Myanmar: in quel caso i governi occidentali hanno abbassato l’asticella e sostenuto una definizione espansiva di genocidio e ora vogliono tornare indietro, preoccupati di una «politicizzazione» della Convenzione sul genocidio. Se la Corte si pronuncerà in modo diverso nel caso di Israele, non emettendo misure provvisorie significative, agirà in modo incoerente con il proprio passato. Dimostrerà ancora una volta che il diritto internazionale è selettivo e che l’idea di regole basate sull’ordine internazionale non protegge le popolazioni non bianche come i palestinesi di Gaza.

Alcuni osservatori ritengono plausibile che l’attacco non venga fermato, ma che a Israele venga chiesto di punire l’incitamento al genocidio. Nel caso in cui, invece, non vengano adottate misure provvisorie, Israele potrebbe ritenere di avere il via libera a commettere crimini di guerra?

L’incapacità delle istituzioni internazionali e dei governi di fermare la guerra di Israele contro Gaza, nonostante il tributo di vite umane, fa sì che la Corte internazionale di giustizia sia l’ultima possibilità. La sentenza in questa fase non determina se Israele abbia o meno commesso un genocidio. È sufficiente che il Sudafrica dimostri che esiste un rischio serio. La soglia è bassa, per questo gli esperti si aspettano che la Corte emetta degli ordini. Qualsiasi misura provvisoria, anche se non si tratterà di un cessate il fuoco completo, manderebbe un messaggio: c’è il rischio di genocidio e tutti i governi che hanno sostenuto finora la guerra selvaggia di Israele potrebbero esserne complici, di per sé una violazione della Convenzione sul genocidio.

L’impressione è quella di un paese con una storia di apartheid, del sud globale, che si riappropria del diritto internazionale ancora sottoposto a doppio standard e colonialismo giuridico. Da domani, comunque vada, il diritto internazionale sarà diverso?

Il diritto internazionale ha una lunga storia coloniale. Essendo mescolato alla politica, sarà sempre selettivo nonostante la retorica universale. C’è quindi qualcosa di potente nel fatto che il Sudafrica, ex colonia, ex Stato di apartheid, agisca in solidarietà con un’altra nazione colonizzata a cui vengono negate libertà e uguaglianza da uno Stato colonialista. Sfidando la più alta corte internazionale, espone anche l’ipocrisia dei governi occidentali che si sono affrettati a sostenere il caso del Gambia contro il Myanmar ma non sostengono quello sudafricano contro Israele. Altrettanto forte è il fatto che la Namibia, una colonia formale che ha subito un genocidio per mano della Germania, stia svelando l’ipocrisia tedesca. Si tratta di una battaglia legale e politica tra sud e nord del mondo in un’istituzione legale internazionale. Se il tribunale non riuscirà a salvare le vite dei palestinesi e a chiedere conto a Israele, dimostrerà ancora una volta che il diritto internazionale è una presa in giro. I palestinesi sono passati dalla lotta armata ai negoziati di Oslo, alla ratifica delle convenzioni internazionali dopo lo stallo dei negoziati, alla ricerca di misure legali, ma sono stati respinti dalla Corte penale internazionale e la sentenza contro il muro della Cig non è mai stata fatta applicare. Il diritto internazionale li deluderà di nuovo? La Palestina è una cartina di tornasole.

L’intervista è tratta da il manifesto del 17 gennaio

Gli autori

Chiara Cruciati

Giornalista pubblicista dal 2011. Caporedattrice dell’agenzia di informazione Nena News, collabora con diverse testate italiane, tra cui “il manifesto” (redattrice Foreign Desk) e “Left”. Ha pubblicato con Michele Giorgio Israele, mito e realtà. Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo (Alegre 2018) e Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei due Stati (Alegre 2017)

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