Palestina: la legge dei coloni

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La politica aggressiva degli insediamenti dei coloni e ora lo stato di conflitto permanente rendono sempre più difficile la vita ai palestinesi. Sulla strada per Nablus, dopo una breve sosta per curiosare intorno a una colonia israeliana in territorio palestinese, appena dopo uno stretto tornante, un blindato dell’esercito ci sbarra la strada, mentre un colono armato piomba dalla collina polverosa con il suo fuoristrada. È il colono, un civile armato, a dare gli ordini. «Se ti rivedo ti spezzo le gambe», grugnisce contro la nostra guida, un arabo israeliano. “Due popoli e due Stati”, sembrava una promessa buona quando la Cisgiordania era solo Palestina e Israele era solo Israele.

Ma oggi nella “West Bank”, la riva occidentale del Giordano che fa da confine alla Palestina fino alle muraglie erette da Israele, gli insediamenti di occupazione, fortificati e protetti con le armi dei civili e quelle dei militari, sono più di cento e la Cisgiordania non è più un’ininterrotta regione palestinese, ma una provincia mista dove vivono 700 mila coloni e 4 milioni di palestinesi. La convivenza non è nei piani degli occupanti. «Nella prima metà del 2023, i coloni hanno compiuto 591 attacchi nella Cisgiordania occupata, una media di 95 al mese, circa tre al giorno», spiega un report dell’International Crisis Group (Icg). Prima ancora che Hamas compisse la mattanza di 1.200 persone il 7 ottobre, la media delle aggressioni attribuite ai coloni era cresciuta del 39% rispetto al 2022.

Ma gli agguati di cui l’Onu accusa i coloni sono saliti dopo il 7 ottobre, con «le forze israeliane che hanno accompagnato o sostenuto attivamente gli aggressori», scrive l’Igc. Che avverte: «Molti atti di violenza dei coloni non vengono documentati, poiché comportano intimidazioni o molestie ma non danni alla proprietà o lesioni fisiche. Ma anche in questi casi, gli atti creano un profondo senso di insicurezza tra i palestinesi locali, che temono minacce persistenti ai loro mezzi di sussistenza». A confermarlo ci sono alcune organizzazioni israeliane tra cui “Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani”, fondata nel 2005 da un gruppo di israeliane impegnate «per un miglioramento strutturale e a lungo termine dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati».

Hussam Aida, un contadino palestinese che vive a Sinjil, sul confine nord con la Giordania, ha raccontato che i coloni israeliani hanno danneggiato il suo pozzo, dopo avergli rovinato in precedenza il raccolto e la fattoria. «Fino a 100 mila famiglie palestinesi della Cisgiordania dipendono dalle olive e dall’olio d’oliva come fonte primaria o secondaria di reddito. Negli ultimi mesi – denunciano le organizzazioni umanitarie israeliane –, e soprattutto dal 7 ottobre, si sono ripetuti atti di violenza da parte dei coloni che hanno costretto quasi 1.000 palestinesi ad abbandonare le loro case, tra cui almeno 98 nuclei familiari, cacciati da quindici comunità di pastori beduini».

L’esercito di Gerusalemme nel migliore dei casi resta a guardare. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), Herzi Halevi, nello scorso giugno era stato chiaro: «Il terrorismo e le sue terribili conseguenze portano alcune persone a commettere atti che sono legalmente ed eticamente proibiti». Per dirla tutta, secondo Halevi «un ufficiale dell’Idf che sta a guardare mentre un cittadino israeliano sta pianificando di lanciare una molotov contro una casa palestinese non può essere un ufficiale». Ogni tanto qualche colono viene arrestato e sottoposto a detenzione amministrativa, ma non si ha notizia di condanne né di norme che scoraggino il far west. E dal 7 ottobre la spirale dell’odio innescata da Hamas non ha fatto altro che peggiorare le condizioni di vita dei palestinesi di Cisgiordania, pregiudicando l’accidentato cammino verso una pace sempre più lontana.

L’articolo è tratto da Avvenire del 17 dicembre

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