Il campo di battaglia del patriarcato vacillante

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Ci sono due buone notizie nello shock di massa provocato dall’efferato femminicidio n. 106 di Giulia Cecchettin (già diventato il penultimo: l’ultimo, il n. 107, è quello di Rita Talamelli, 66 anni, Fano, strangolata dal marito di settant’anni che poi ha provato a suicidarsi senza riuscirci).

La prima buona notizia è la reazione di Elena, la sorella di Giulia, seguita da quella del corpo studentesco di Padova e di tutta Italia. Con la lucidità che solo il dolore riesce talvolta a dare, Elena ha lanciato quattro messaggi lapidari: che il suo non è un lutto privato ma pubblico e politico, che l’assassino della sorella non è un mostro ma un ragazzo mostruosamente normale (“il vostro bravo ragazzo”), che gli uomini tutti devono mettersi una mano sulla coscienza perché questi ragazzi normali li produce una società di uomini che non rispettano e non sanno amare le donne, che l’unico modo per onorare la morte di Giulia non è piangere in silenzio ma parlare e “bruciare tutto”. Le/gli studenti l’hanno capita al volo, ribaltando il minuto di silenzio programmato dall’alto in memoria di Giulia in un minuto di rumore autogestito dal basso e corredato dallo slogan “vento corri con me”. Basta con i minuti di silenzio, basta con le fiaccolate sommesse, basta pure con le scarpette rosse e le giornate di stato contro la violenza di genere. Ribellarsi è giusto, bruciare tutto, quantomeno metaforicamente, è sacrosanto. Finalmente.
La seconda buona notizia è che stavolta un po’ di uomini hanno finalmente provato a dire, o quantomeno a balbettare, qualcosa di sé. Lo ripetiamo da anni scontrandoci contro un muro di silenzio lesionato solo da poche eccezioni: la violenza contro le donne è una questione maschile; devono risolverla i carnefici, non le vittime. Stavolta il muro s’è rotto, fra scrittori, artisti, attori, uomini di sport, intellettuali, attivisti di sinistra. Contiamo di riscontrarne presto i risultati nelle loro opere e nelle loro pratiche, personali e politiche.

Passiamo alle notizie cattive. Che come sempre vengono dalla televisione, dai giornali mainstream e dalla scena istituzionale, il solito circolo mediatico-politico sempre uguale a se stesso dove anche le tragedie si volgono immancabilmente in farsa. Qui la parola maschile perde ogni barlume di autocoscienza e ritrova il piglio fastidioso e molesto del mansplaining: uomini che pretendono di spiegarci tutto anche di cose di cui non sanno nulla. Esempio, il patriarcato, su cui fior di opinionisti hanno preso a sproloquiare a vanvera. Abituati come sono a fare da trent’anni i ventriloqui della narrativa occidentale dello scontro di civiltà, si erano convinti che il patriarcato è un arcaismo da paesi islamici o da autocrazie orientali, e che noi democratici occidentali ce lo siamo lasciato alle spalle da quel dì.

Senonché nei paesi occidentali le donne continuano a essere massacrate, e in paesi più moderni e paritari del nostro tipo la Svezia ancor più che nel nostro. Il che significa evidentemente che certe strutture patriarcali resistono, o non si dissolvono d’incanto, anche nelle democrazie occidentali più avanzate; ma i nostri mansplainer preferiscono dedurne che i femminicidi non c’entrano niente col patriarcato. Altri, da destra, la fanno più breve: i femminicidi non hanno niente a che fare con il contesto sociale, culturale e politico né tantomeno con ventilate responsabilità o complicità dell’umanità maschile, sono gesti inconsulti ed episodici di criminali da sbattere in galera buttando la chiave, punto e basta. Quanto al patriarcato, è morto e sepolto dal giorno in cui c’è una donna a capo del governo, per giunta, come lei stessa ama sottolineare, nata e cresciuta in una famiglia di donne: e poco importa se guida un partito da lei battezzato Fratelli d’Italia, se si fa chiamare “il presidente”, se ha un piglio fallico da fare invidia ai suoi compagni di ventura e se governa in nome della patriarcalissima triade “dio, patria e famiglia”.

Fra struttura e storia

Tocca ribadire qualche nozione di base, e provare a ragionare. Il patriarcato è una struttura socio-simbolica (cioè un ordine sociale sorretto dall’ordine simbolico e viceversa) basata sulla legge e sul cognome del padre, sul dominio degli uomini, sull’oppressione e sul consenso delle donne. È una struttura transculturale (cioè radicata in tutte le culture), trasversale (cioè né di destra né di sinistra), trans-storica (cioè resistente al cambiamento d’epoca). Il che non significa però né che sia dappertutto uguale né che sia immodificabile o invincibile. Avere a che fare con la cultura patriarcale che permane nelle democrazie occidentali è certamente preferibile a dover lottare contro uno stato patriarcale islamico strappandosi il burqa o il velo di dosso e rischiando la galera o la lapidazione. Tuttavia, la parità di genere e i diritti democratici occidentali di per sé non salvano le donne né dalla misoginia né dalla violenza maschili, che del patriarcato sono ingredienti fondamentali e se ne infischiano sia della parità sia dei diritti, come le statistiche europee sui femminicidi per l’appunto dimostrano. Giulia Cecchettin e decine di donne come lei non sono state uccise perché non avevano diritti; sono state uccise, nonostante li avessero, perché hanno detto “no” a un uomo.

Il “no” che uccide

Quel “no”, che agli assassini sembra evidentemente un capriccio (esattamente come il “no” a un rapporto sessuale non desiderato sembra agli stupratori un mezzo sì), condensa la libertà e l’indipendenza dal desiderio e dalle imposizioni maschili che da un secolo a questa parte le donne stanno conquistando in tutto il mondo, ivi compresi quei pezzi di mondo dove alle donne i diritti non sono concessi, come dimostra il caso dell’Iran. Ed è quel no che gli uomini-killer, e non solo loro, letteralmente non sopportano: perché non ne va solo dell’inappropriabilità e dell’inaddomesticabilità dell’altra, ma della percezione di sé, di un sé evidentemente ancora talmente ingabbiato in un’identità maschile tradizionale, fuori tempo massimo, da non trovare ragioni d’esistenza fuori da quella gabbia.
Non è un caso che al femminicidio faccia seguito tanto spesso un suicidio: come se privato del possesso di una donna, un uomo non solo si sentisse autorizzato a sopprimerla, ma non potesse sopravviverle. Attenzione, perché è qui che interviene l’appello di Elena Cecchettin agli uomini, tutti, perché si mettano una mano sulla coscienza: perché di femminicidi ce n’è “solo” uno ogni tre giorni, ma di relazioni fra un uomo e una donna che vanno a male perché lei finisce annichilita e lui auto-amputato ce ne sono migliaia al giorno. Non c’è donna che, a qualunque età e a qualunque latitudine, non abbia avuto a che fare con un uomo incapace di rapportarsi al di lei desiderio senza distruggerla e senza autodistruggersi.

Senza il credito femminile

Ma se il dominio maschile ha bisogno di queste dosi massicce di violenza per confermarsi, e se le donne non sono più addomesticabili, di quale patriarcato stiamo parlando? “Il patriarcato è finito, non ha più il credito femminile ed è finito”, recitava già più di vent’anni fa un testo della Libreria delle donne di Milano intitolato “È accaduto non per caso”. Quel testo fece scandalo, perché il patriarcato appariva allora, come appare ancora oggi, pieno di risorse. Invece era un testo profetico, perché vedeva che, con la rivoluzione novecentesca della libertà femminile, per l’ordine patriarcale era cominciato il declino, ne gioiva ma contemporaneamente ammoniva che quel declino avrebbe avuto dei costi molto salati. I femminicidi di oggi sono uno, il più terribile, di questi costi. La libertà femminile e la fine del consenso femminile al dominio maschile hanno inferto una ferita insanabile al patriarcato, che proprio perché è ferito e destabilizzato reagisce con maggiore violenza: finché le donne erano addomesticabili e sopportavano in silenzio, lo mostra bene il film di Paola Cortellesi che non a caso di questi tempi riempie le sale, non c’era bisogno di sopprimerle, bastava un ceffone di prima mattina per tenerle in riga. Oggi siamo più a rischio non perché siamo più oppresse, ma perché siamo più libere.

La legge del padre non fa più ordine

Ma il patriarcato vacilla anche per altre ragioni, e sotto spinte di tutt’altro segno. Lungo tutto il corso della modernità la legge del padre, che non è solo dominio ma anche principio di autorità e dispositivo simbolico garante del rapporto fra desiderio e legge, ha funzionato come presupposto e collante di un ordine sociale che procedeva dalla famiglia alla fabbrica allo stato subordinando le pulsioni individuali e collettive a fini superiori e condivisi.
Ma oggi, e non da oggi, questa coerente sequenza è saltata e la legge del padre non fa più ordine né nella sfera privata né nella sfera pubblica. E non solo perché, come tutti sono pronti a riconoscere non senza nostalgie sospette, la famiglia patriarcale si è disfatta, i ruoli di genere sono cambiati e la trasmissione generazionale si è inceppata. Bensì perché il “discorso del capitalista”, come lo chiamava Jacques Lacan, ha soppiantato la legge del padre, imponendo un’economia psichica e un ordine – o un disordine – sociale basati sul principio di prestazione e sul godimento immediato dell’oggetto e dell’altro ridotto a oggetto, che non tollerano il differimento del desiderio, la frustrazione della mancanza e la smentita di un “no”.
Se il possesso di una donna diventa così irrinunciabile e il suo diniego così insopportabile, le ragioni vanno ricercate anche nell’economia psichica propria dell’impero della merce e del mercato, che non genera mostri devianti ma figli disciplinati e conformi, perfettamente assoggettati alle sue norme: “i nostri bravi ragazzi”, insospettabili fino a un attimo prima di estrarre un coltello dallo zaino.

Il fuoco amico che viene da destra

Senonché questo impero indiscusso della merce e del mercato, della prestazione e del possesso compulsivi, non è privo di nemici interni, e prospera sotto il rischio costante del fuoco amico. Il libertarismo senza padri e senza autorità, senza mancanza e senza limiti del “discorso del capitalista” non poteva non produrre il suo doppio speculare e reazionario e infatti l’ha prodotto, nella sagoma dell’autoritarismo neo-patriarcale e sovranista che il rapporto con l’altro lo risolve innalzando muri e fili spinati e armando fino ai denti le nazioni, i popoli e gli individui (maschi) sotto la già citata formula “dio, patria e famiglia” riesumata dal cimitero della storia. E qui a doversi mettere la mano sulla coscienza sono le destre oggi ovunque dilaganti, perché se il romanzo di formazione maschile torna a essere un romanzo militarista e violento osannato nella sfera pubblica non ci si può poi scandalizzare delle sue ricadute nella vita personale e nei rapporti con l’altro sesso.
Nella cascata di commenti sui fatti di Vigonovo brilla l’assenza di qualunque riferimento al contesto di guerra permanente in cui le giovani generazioni maschili si stanno formando. Eppure qualcuno il nesso lo vede eccome: “Contro la deriva del neomatriarcato serve appellarsi ad Abramo”, titola un articolo del Foglio del 23 novembre, e così fra Vigonovo e la tragedia israelo-palestinese il cerchio della violenza si chiude.
I femminicidi non sono un fatto nuovo nella lunga storia del patriarcato. Ma ne sono, di tempo in tempo, un sintomo. Quelli di oggi parlano di un patriarcato ferito e vacillante, sottoposto alle spinte contrapposte della libertà femminile da un lato e della macchina capitalistica dall’altro, e oggetto di pericolosi desideri di restaurazione e di revanche da parte dei nostalgici dell’ordine perduto. Il patriarcato non è un relitto del passato e non è un destino che ritorna sempre uguale: è un campo di battaglia di cui è nelle nostre mani decidere le sorti. Nostre, cioè di noi donne e degli uomini che sapranno e vorranno fare la differenza dal “maschile come valore dominante”, come titolava un testo inaugurale del femminismo di fine anni sessanta, e dalle maschere con cui non smette di ripresentarsi. Nei falò accesi in memoria di Giulia si riaccende la miccia di un desiderio politico ormai antico e sempre nuovo.

L’articolo è tratto da Internazionale del 23 novembre 2023
Foto in homepage: Bologna, 22 novembre 2023. In piazza Maggiore durante la manifestazione per Giulia Cecchettin. (Michele Lapini)

Gli autori

Ida Dominijanni

Ida Dominijanni è giornalista, saggista e filosofa. Dal 1982 al 2012 ha lavorato al quotidiano “il manifesto”, dapprima alla sezione culturale e poi come notista politica ed editorialista. È stata docente di filosofia sociale presso l’Università Roma Tre. Collabora attualmente con il Centro per la Riforma dello Stato (CRS). Ha scritto, tra l’altro, “Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi” (Ediesse, 2014).

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One Comment on “Il campo di battaglia del patriarcato vacillante”

  1. Il fatto di cronaca di Fano riportato erroneamente come femminicidio non lo è; si tratta di purtroppo caso di omicidio- suicidio di caregiver familiare. Sono anni che denunciamo il fenomeno, inascoltati. Anche questo tipo di grave fatto dipende dall’assoluto vuoto istituzionale in cui sono lasciate le famiglie, nel caso specifico nn coniuge ad occuparsi magari non volendolo o non essendo in grado di farlo del partner non più autosufficiente. Quando le autorità, i giornalisti etc inizieranno a distinguere e a considerare i casi di omicidio-suicidio agitj dai caregiver familiari allora forse fiat lux e si capirà la necessità di una legge fatta bene che riconosca questa categoria. Consiglio la lettura de “l’esercito silenzioso- caregiver familiari” l’unico libro italiano che parla di questo fenomeno ancora non studiato nel nostro paese.

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