Il razzismo di oggi è lo stesso del secolo scorso. L’Italia ammetta le sue colpe

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Sta rinascendo in Italia la peste dell’antisemitismo, che credevamo estinta come un virus sconfitto dalla medicina. Chi ha profanato a Roma le pietre d’inciampo non può credere che delle decisioni di Netanyahu siano corresponsabili Michele, Giacomo ed Eugenio Spizzichino o Aurelio Spagnoletto, assassinati ad Auschwitz nel 1944. Quel gesto può avere un solo significato: chi l’ha compiuto aderisce oggi al verbo nazi-fascista di ieri, e usa cinicamente gli scontri di Gaza per rilanciare lo sterminio non degli israeliani, ma degli ebrei d’ogni tempo. Offende perfino i terroristi di Hamas, perché considera le loro incursioni, le morti e la cattura degli ostaggi come innescati non da aspri conflitti territoriali, ma dal proposito di perseguire il progetto nazista di sterminio totale degli ebrei. Si insinua così nelle coscienze più deboli non solo l’erronea convinzione che tutti gli israeliani condividano le politiche di Netanyahu (che ha invece moltissimi oppositori), ma anche la pretesa equivalenza fra “ebreo” per discendenza e religione anche se cittadino italiano e “israeliano” per cittadinanza (come se Israele non avesse almeno due milioni di cittadini non-ebrei, in gran parte palestinesi).

Ma l’oltraggio alle pietre d’inciampo e simili indizi non si possono liquidare come gesti estemporanei dettati dall’ignoranza, perché mai e poi mai l’ignoranza può giungere al punto di attribuire le politiche di Israele oggi a chi fu trucidato ottant’anni fa. No, quello di oggi non è un “nuovo antisemitismo”, è l’antisemitismo di sempre, identico a se stesso. Quello che accusava gli ebrei di ogni perfidia confezionando perfidamente a loro danno un falso smaccato (i famigerati Protocolli dei Savi di Sion). Quello che esplose in Italia quando Mussolini scoprì di essere ariano come Hitler e impose a un’Italia servile le infami leggi del 1938. Quello di una rivista come Difesa della razza, che ebbe tra i suoi artefici Giorgio Almirante, ancor oggi spirito-guida di una destra impenitente che, al riparo di una sbandierata distanza generazionale, ha saputo trar profitto dall’inerzia di quel che fu la sinistra per insediarsi al governo.

Già, le generazioni. A chi abbia oggi più di sessant’anni non c’è bisogno di spiegare quel che fu la Shoah: e chi pur sapendolo venera i busti e gli scritti del Duce-che-fu dovrebbe avere il coraggio di sventolare fasci e svastiche, e non bugiarde professioni di democrazia. Mio padre, capitano del Genio, prigioniero venti mesi nel lager di Wietzendorf per non aver aderito alla Repubblica di Salò, fu liberato dalle truppe inglesi e trasferito al lager di Bergen-Belsen, dove per un giorno gli affidarono la custodia di una baracca piena di scheletrici ebrei sulla soglia della morte. Già da bambini, raccontò a mio fratello e a me quel che con i suoi occhi aveva visto, e lo racconto ora io ai miei figli. Ma le nuove generazioni non hanno nel proprio Dna né l’immediata memoria degli eventi né altre difese immunitarie. Perfino il senso ultimo della parola “genocidio” si è diluito nelle coscienze, anche per i troppi eccidi che vediamo compiersi nel mondo. Eppure nessuno di essi, nemmeno il massacro degli armeni nel morente impero ottomano, condivide con la Shoah due dati che la caratterizzano: una lunghissima storia alle spalle (l’antisemitismo in Europa ha molti secoli di storia) e lo scudo di una giustificazione pseudo-scientifica fornita da compiacenti medici, storici, antropologi.

L’esame di coscienza della Germania in ginocchio, divisa e ridotta in rovine, stentò a decollare ma fu poi profondo e radicale. Lo stesso non può dirsi dell’Italia, che tende ad auto-assolversi di quei delitti, come anche dei misfatti perpetrati nelle sue sfortunate colonie. La mitologia mendace degli “italiani brava gente” finisce per coprire anche i più scellerati aguzzini. Nessuno di chi scriveva sulla Difesa della razza ha pagato per quella colpa imperdonabile: né il suo direttore Telesio Interlandi, prontamente amnistiato, né Almirante che ne era redattore, né collaboratori come il medico Nicola Pende, fautore di una “bonifica umana” eugenetica. E nessuna pena ha scontato il francescano Agostino Gemelli, fondatore e rettore dell’Università Cattolica, secondo cui (1939) nelle leggi razziali «vediamo attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria».

Impossibile sfogliare l’enorme dossier di simili impunità. Ma quale sarà mai la medicina per sconfiggere il virus di un antisemitismo mai morto, che ora rialza la testa? Le Giornate della memoria e le gite ai lager, ha ragione Lucetta Scaraffia (La Stampa, 3 novembre), non bastano a orientare le coscienze dei più giovani. E nemmeno i libri di storia, nemmeno la condanna postuma di qualche gerarca reso inoffensivo dalla morte. Meno che mai «la retorica che accompagna fatalmente le commemorazioni, le stesse parole, sempre fatalmente le stesse, ripetute da rappresentanti del potere costituito» (Scaraffia). Innalzando l’immane tragedia della Shoah sul piedistallo di un evento irripetibile, materia di celebrazione e in qualche modo fuori dalla storia, stiamo forse creando una distanza eccessiva non tanto fra noi vivi e quei milioni di vittime innocenti, ma tra le nuove generazioni e il loro futuro.

«”Mai dimenticare” non può significare semplicemente “ricordare sempre”, perché la memoria si è dimostrata uno strumento rozzo e non abbastanza ampio. La memoria può intrappolare i suoi seguaci in un circolo vizioso. Scatena a sua volta una logica omicida»: lo scrive Linda Kinstler in un libro recentissimo, Il contrario dell’oblio (Einaudi), dopo aver indagato – anche nella propria famiglia – la sinistra pista delle brigate della morte al servizio dei nazisti in Lettonia. Il contrario dell’oblio non è la memoria, è la giustizia (Yerushalmi), una giustizia bifronte rivolta tanto al passato quanto al presente. In nome del futuro. In Italia dovremmo saper combattere l’oblio mediante la confessione delle colpe di chi, fra i vivi, ha professato una fede fascista e razzista, e troppo facilmente si auto-concede la patente di democrazia col misero argomento che quelle cose le diceva cinque o dieci anni fa, e ora, sulla sua comoda poltrona (para)governativa, ha cambiato idea. Spieghi come mai coltivava quei pensieri, e da quando e perché non è più così. Ci aiuti a disfarci di quegli orrori.

Nessuno tocchi Caino, è vero; ma tutti ricordino che ha ucciso il fratello e potrebbe ucciderne altri. Il solo vero esorcismo della violenza che incombe è saperla fermare prima che si scateni.

L’articolo è tratto da La Stampa del 6 novembre

Gli autori

Salvatore Settis

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