Ascoltate i sopravvissuti israeliani: non vogliono vendetta

«Tutti parlano di unità. Ragazzi, l’unità è terribilmente bella, ma in campo c’è la vendetta, e c’è crudeltà… Avremo tutta la vita per essere in lutto, e saremo in lutto. Ma ora c’è un solo obiettivo: vendicarsi e essere crudeli». Queste sono le parole del soldato riservista israeliano Guy Hochman – di solito un intrattenitore e influencer del web – in un’intervista su Channel 12 nel primo giorno dell’assalto di Israele alla Striscia di Gaza in seguito ai massacri del 7 ottobre da parte di miliziani di Hamas. In poche parole Hochman ha colto il sentimento che sembra essersi affermato in Israele, dall’estrema destra fino ai molti che si auto-identificano come persone di sinistra: giustificazione della catastrofe che Israele attualmente sta infliggendo a oltre 2 milioni di palestinesi a Gaza.

Alcuni spiegano la loro giustificazione in termini di «sconfiggere Hamas». Altri, come Hochman, mettono una vendetta indiscriminata sopra ogni cosa. È quindi ancora più degno di nota che a fronte del sentimento politico prevalente, sempre più di quegli israeliani che sono sopravvissuti ai massacri, o i cui cari si trovano sequestrati a Gaza, stiano prendendo parola e esprimano un’inequivocabile opposizione all’uccisione di palestinesi innocenti, e dicano «nessuna vendetta».

Nell’elogio funebre per suo fratello Hayim, un attivista anti-occupazione che è stato assassinato nel Kibbutz Holit, Noi Katsman ha esortato il suo Paese: «Non usate i nostri morti e il nostro dolore per causare morte e dolore di altre persone o di altre famiglie. Chiedo che fermiamo il circolo di dolore e comprendiamo che l’unica via è la libertà e la parità di diritti. Pace, fratellanza, e sicurezza per tutti gli esseri umani». Anche Ziv Stahl, direttrice esecutiva dell’organizzazione per i diritti umani Yesh Din, è una sopravvissuta del fuoco infernale a Kfar Aza, si è espressa con forza contro l’assalto di Israele a Gaza in un articolo su Haaretz. «Non sento bisogno di vendetta, niente farà tornare coloro che non ci sono più», ha scritto. «Bombardamenti indiscriminati a Gaza e l’uccisione di civili non coinvolti in questi orribili crimini non sono una soluzione». Yotam Kipnis, il cui padre è stato assassinato nell’attacco di Hamas, nel suo elogio funebre ha detto: «Non scrivete il nome di mio padre su un proiettile. Lui non lo avrebbe voluto. Non dite, “Dio vendicherà il suo sangue”. Dite: “Possa la sua memoria essere una benedizione”». Michal Halev, la madre di Laor Abramov, assassinato da Hamas, in un video postato su Facebook ha gridato: «Sto pregando il mondo: fermate tutte le guerre, smettete di uccidere persone, smettete di uccidere bambini. La guerra non è la risposta. La guerra non è il modo di sistemare le cose. Questo Paese, Israele, sta attraversando l’orrore… E io so che le madri a Gaza stanno attraversando l’orrore… In mio nome, io non voglio vendetta». Maoz Inon, i cui genitori sono stati assassinati il 7 ottobre, ha scritto su Al Jazeera: «I miei genitori erano gente di pace… La vendetta non riporterà in vita i miei genitori. Non riporterà indietro nemmeno altri israeliani e palestinesi uccisi. Farà l’opposto… Dobbiamo rompere il circolo».

Quando un giornalista ha chiesto Yonatan Ziegen, il figlio di Vivian Silver – che si ritiene sia stata sequestrata – cosa penserebbe sua madre di quello che Israele sta facendo ora a Gaza, ha risposto: «Sarebbe mortificata. Perché non puoi curare neonati morti con più neonati morti. Abbiamo bisogno di pace. Questo è quello per cui lei ha lavorato per tutta la sua vita… Dolore è dolore». E, in un video che da allora è diventato virale, un sopravvissuto diciannovenne del massacro nel Kibbutz Be’eri ha proposto un commovente monologo sull’abbandono dei residenti del sud da parte del Governo, in cui ha implorato: «Ritorno degli ostaggi. Pace. Moralità e equità… Forse alcuni di voi troveranno difficile sentire queste parole. Per me è difficile parlare. Ma con quello che ho passato a Be’eri, me lo dovete».

Glielo dobbiamo. Io li ascolto e leggo le loro parole, e mi inchino di fronte al loro coraggio. E penso alla strana insistenza da parte di così tanti in questo momento, comprese persone cosiddette di sinistra, di misurare il nostro grado di solidarietà, dolore o rabbia in base alla nostra volontà di sostenere il fuoco che il nostro esercito sta facendo piovere su Gaza. Cosa direste a questo padre in lutto? A quel sopravvissuto al massacro? Anche loro mancano di solidarietà? Da dove arriva il coraggio di determinare cosa sta accadendo in ciascuno dei nostri cuori e delle nostre menti spezzati?

Io vedo le accuse contro coloro che pregano per una fine a questa inutile carneficina, questo terribile e minaccioso crimine di guerra a Gaza, e penso alla frase pronunciata da Ben Kfir, un componente del Bereaved Families Forum, che è rimasta scolpita nella mia mente anni fa quando parlò dell’inutilità della vendetta: «Io ho perso mia figlia, non la testa». Quest’uomo, che ha perso la persona più cara che aveva, e molti altri che ora si sono uniti al circolo del lutto, capiscono ciò che oggi così tanti rifiutano di capire: che la strada che ci viene offerta, di più sangue e più “deterrenza”, è esattamente la strada che ci è già stata offerta così tante volte, e che ci ha portati agli orrori che oggi vediamo.

Oltre l’immoralità del giustificare le atrocità che Israele sta commettendo a Gaza, la prospettiva che questa carneficina di massa possa portare a un risultato diverso da quello di tutte le precedenti campagne militari – che non hanno ottenuto altro che rendere più profondi la disperazione, la sofferenza e l’odio dalla parte palestinese – è un terribile autoinganno il cui prezzo sarà pagato di nuovo dai residenti del sud. Non dite che Israele lo sta facendo per loro. Israele ha abbandonato il sud in un crimine colossale e non può redimere il suo crimine con il sangue di innocenti a Gaza. Invece di indulgere in questo desiderio di vendetta, ascoltiamo le famiglie delle vittime.

L’articolo, della giornalista israeliana Orly Noy, è tratto dal sito Local Call, versione inglese +972 Magazine. La traduzione, realizzata per il manifesto, è di Sveva Haertter

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Orly Noy

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