Suad Amiry: «Ue e Usa ci lasciano morire. Non hanno valori»

Intervista alla scrittrice palestinese Suad Amiry. Nel suo ultimo romanzo, Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea, Suad Amiry fa quello che fa da tanti anni: racconta, con un’ironia che è solo sua, il trauma individuale e collettivo della Nakba del 1948, la catastrofe del popolo palestinese, la cacciata dalle proprie terre dell’80% della popolazione palestinese dell’epoca, tra 800mila e un milione di persone. Nipote di rifugiati, rifugiata lei stessa, architetta e scrittrice, Amiry è autrice di opere fondamentali della narrativa palestinese, da Murad Murad a Sharon e mia suocera.

I volantini lanciati venerdì sul nord di Gaza dall’esercito israeliano – “Andatevene per la vostra sicurezza, tornerete a operazione conclusa” – hanno fatto subito rivivere ai palestinesi quanto avvenuto 75 anni fa. Che ruolo ha l’immaginario dell’esodo e della diaspora sulla popolazione di Gaza e su chi vive fuori?

La cosa che mi ha più addolorato è stato vedere i palestinesi del nord di Gaza lasciare le loro case, per non andare da nessuna parte. Mi ha fatto rivivere il 1948. Abbiamo sempre detto che non ci sarebbe mai stato un altro 1948, un altro abbandono delle nostre case. Ed ora lo vediamo in tv. Da bambina chiedevo sempre con rabbia ai miei genitori perché se ne fossero andati. Abbiamo sempre dato la colpa alle generazioni dei nostri genitori: perché ve ne siete andati? È un sentimento profondamente radicato. E lo riviviamo oggi: un milione di palestinesi è esattamente lo stesso numero che se ne andò nel 1948. E queste persone sono profughi del 1948. Posso capire che se ne vadano. Un mio amico mi ha detto: «Se gli israeliani mi dicono che bombarderanno la mia casa, prenderò le mie due figlie e me ne andrò, perché sono un padre e sono un essere umano». In tutte le guerre la gente scappa. Nessuno guarda alla morte e la aspetta. È un’immagine fortissima per i palestinesi perché richiama l’inizio del conflitto. Tutti oggi affrontano il conflitto come se fosse iniziato il 7 ottobre. Ma queste persone che lasciano le loro case riportano al 1948. Dopo 75 anni ci saremmo aspettati che il mondo dicesse a Israele che non si possono sradicare le persone dalle loro terre senza subire condanne.

Gli chiedono di spostarsi a sud di Gaza, ma anche lì non ci sono rifugi sicuri.

Queste persone a cui gli israeliani chiedono di andare a sud sono originarie di città venti chilometri a nord della Striscia, Ashkelon, Ashdod. Se volete proteggerli, riportateli nelle loro case, a cui appartengono. Non chiedete all’Egitto di aprire il confine e di prenderli. Israele vuole cacciare i palestinesi e chiede ad altri Paesi di assumersi la responsabilità dei suoi atti criminali. Abbiamo bisogno di una soluzione politica. Senza porre fine all’occupazione, senza porre fine all’assedio di Gaza, senza lo stop agli insediamenti in Cisgiordania, senza fermare i coloni e le loro violenze, non ci sarà una fine. Cosa si aspettano da noi? Come possiamo resistere a tutto questo, ogni giorno, da 50 anni? Questa è la domanda che dobbiamo porci. Se non avremo una soluzione politica, vi assicuro che ci sarà un altro ciclo di ostilità.

Lei viaggia molto, ha una casa in Italia, in questo momento è negli Stati uniti. Come legge la reazione internazionale?

Siamo lasciati a morire, non importa a nessuno. Questo è il messaggio che l’Europa e l’America ci stanno inviando. Non hanno valori. Dateci una guida su come resistere e noi la seguiremo. Ciò che mi fa arrabbiare più degli attacchi israeliani è l’animosità europea e statunitense contro i palestinesi. Il mondo assiste a bombardamenti di edifici con le persone dentro e si limita a guardare. Ora sono negli Usa: il sentimento contro i palestinesi è incredibile. In Germania cancellano la partecipazione a un festival letterario di Adania Shibli. Shibli è una scrittrice, una donna pacifica. La stessa cosa in America: c’è stato un festival letterario all’Università della Pennsylvania a cui ho partecipato, stanno chiedendo alla direttrice di dimettersi perché ha ospitato dei palestinesi. Qualsiasi cosa facciamo, veniamo criticati. Se andiamo a un festival letterario, veniamo attaccati. Se vinciamo un premio letterario, veniamo attaccati. Se a Gaza la gente si impegna in manifestazioni pacifiche per mesi, nessuno si chiede perché, nemmeno ne parla. E ora tutto il mondo è in rivolta contro di noi: non siamo uguali nella morte e non siamo uguali nella vita.

Lei ha vissuto la prima Intifada e il processo di Oslo. Né disobbedienza civile popolare né dialogo funzionarono.

Ho vissuto la prima Intifada quando Rabin faceva spezzare le ossa ai bambini perché lanciavano pietre. E ho partecipato ai negoziati per tre anni con la squadra palestinese a Washington. Ci facevano perdere tempo. Venivano nella stanza e dicevano: oggi discutiamo di come dividerci le zanzare, argomenti senza senso solo per perdere tempo. Come se noi palestinesi venissimo dalla luna. Siamo le persone che vivono in questo Paese da sempre. Qual è la nostra colpa, esattamente? Quando si vive una vita senza giustizia, senza uguaglianza, si impazzisce. Hanno passato 20 anni a negoziare con noi in modo insensato per arrivare a Oslo, che significava transizione per cinque anni. E i cinque anni sono diventati 30. Cosa vogliono, uno Stato unico? Siamo pronti. Uno Stato unico con pari diritti? Siamo pronti. Ma Israele non lo vuole. Due Stati? Noi siamo pronti, ma loro non lo vogliono. Vogliono continuare a occuparci e pretendono che restiamo zitti. Non sto dando la colpa agli israeliani, sto incolpando gli europei per la loro posizione: la prima cosa che l’Europa ha detto dopo il 7 ottobre è stato proporre il taglio degli aiuti ai palestinesi. Come può questo aiutare la pace? Dovremmo cercare delle soluzioni. Non dovremmo continuare solo a condannare Hamas o a condannare gli israeliani. Condannare è una posizione da intellettuali. Voglio che l’Europa si alzi in piedi e dica: come poniamo fine al problema?

Si dovrebbe tornare alla radice?

Trattano la situazione come se la storia fosse iniziata il 7 ottobre, come se non ci fosse una storia di occupazione di decenni. Condanno sicuramente e con forza qualsiasi uccisione di civili. Ma a livello militare, gli israeliani hanno fallito tremendamente nel proteggere il loro stesso popolo. Non riesco ancora a capire come Hamas abbia potuto fare tutto quello che ha fatto senza che gli israeliani intervenissero per 4 o 5 ore. E ora, invece di mettere Netanyahu sotto inchiesta, attaccano i palestinesi. Netanyahu dovrebbe essere imprigionato per la crudeltà che esercita sulla sua stessa società e su di noi. Quanto è eroico attaccare civili dall’alto per compiacere il proprio popolo? Qual è lo scopo di tutto ciò, sbarazzarsi di Hamas? Posso assicurarvi che Hamas continuerà a esistere. Non sono una sostenitrice di Hamas, ma so leggere la realtà.

L’articolo è tratto da il manifesto del 18 ottobre

Gli autori

Chiara Cruciati

Giornalista pubblicista dal 2011. Caporedattrice dell’agenzia di informazione Nena News, collabora con diverse testate italiane, tra cui “il manifesto” (redattrice Foreign Desk) e “Left”. Ha pubblicato con Michele Giorgio Israele, mito e realtà. Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo (Alegre 2018) e Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei due Stati (Alegre 2017)

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