Il terrore percorre Israele: è tempo di aprire gli occhi sul contesto

Oggi è una giornata terribile. Dopo esserci svegliati con le sirene sotto una raffica di centinaia di razzi lanciati sulle città israeliane, abbiamo saputo dell’assalto senza precedenti dei miliziani palestinesi da Gaza verso le città israeliane confinanti con la Striscia. Stanno arrivando notizie di almeno 40 israeliani uccisi e centinaia di feriti, e anche, secondo quanto riferito, di alcuni rapiti portati a Gaza. Nel frattempo, l’esercito israeliano ha iniziato la propria controffensiva, con la mobilitazione delle truppe lungo le recinzioni e con attacchi aerei che hanno ucciso e ferito decine di palestinesi.

La paura assoluta delle persone che vedono miliziani armati nelle loro strade e nelle loro case, o la vista di aerei da combattimento e carri armati in avvicinamento, è inimmaginabile. Gli attacchi contro i civili sono crimini di guerra e il mio cuore va alle vittime e alle loro famiglie. Peraltro, contrariamente a quanto dicono molti israeliani e sebbene l’esercito sia stato colto completamente alla sprovvista da questa invasione, non si tratta di un attacco “unilaterale” o “non provocato”. La paura che gli israeliani, me compreso, provano in questo momento, è solo una piccola parte di ciò che i palestinesi provano quotidianamente sotto il regime militare decennale in Cisgiordania e sotto l’assedio e i ripetuti attacchi a Gaza. Le parole che sentiamo oggi da molti israeliani – di persone che chiedono di «radere al suolo Gaza» e secondo cui «questi sono selvaggi, non persone con cui si può negoziare», «stanno assassinando intere famiglie», «non c’è spazio per parlare con queste persone» – sono esattamente quelle che ho sentito dire innumerevoli volte nei confronti degli israeliani dai palestinesi dei territori occupati.

L’attacco di questa mattina ha anche contesti di attualità. Uno di questi è la prospettiva incombente di un accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Per anni, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sostenuto che la pace può essere raggiunta senza trattare con i palestinesi o fare loro delle concessioni. Gli accordi di Abramo dell’agosto 2020 hanno privato i palestinesi di una delle loro ultime carte di scambio e basi di sostegno: la solidarietà dei governi arabi (che pure è da lungo tempo incerta). L’elevata probabilità di perdere il sostegno del più importante degli Stati arabi può aver contribuito a spingere Hamas a scelte radicali. Contemporaneamente, da settimane gli osservatori dicono che le recenti escalation nella Cisgiordania occupata stanno producendo conseguenze di grande rischio. Nell’ultimo anno sono stati uccisi più palestinesi e israeliani che in qualsiasi altro anno dalla Seconda Intifada dei primi anni 2000. L’esercito israeliano effettua regolarmente raid nelle città palestinesi e nei campi profughi. Il governo di estrema destra ha dato ai coloni mano libera di creare nuovi avamposti illegali e di effettuare pogrom su città e villaggi palestinesi, accompagnati da soldati che uccidono o mutilano i palestinesi che cercano di difendere le loro case. Nel mezzo delle festività, gli estremisti ebrei hanno sfidato lo status quo attorno al Monte del Tempio – Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, sostenuti dai politici che ne condividono l’ideologia. Nel frattempo a Gaza l’assedio in corso continua a distruggere la vita di oltre due milioni di palestinesi, molti dei quali vivono in condizioni di estrema povertà, con scarso accesso all’acqua pulita e circa quattro ore di elettricità al giorno.

Questo assedio prosegue senza che se ne veda la fine; anche un rapporto dell’Autorità di controllo dello Stato israeliano ha rilevato che il Governo non ha mai prospettato soluzioni a lungo termine per porre fine al blocco, né ha preso seriamente in considerazione qualche alternativa ai ricorrenti cicli di guerra e di morte. Quella del permanere dell’assedio è l’unica opzione che questo Governo, come quelli che lo hanno preceduto, ha sul tavolo. Le sole risposte che i governi israeliani che si sono succeduti hanno previsto a fronte degli attacchi palestinesi da Gaza sono state dei palliativi: se vengono da terra, costruiremo un muro; se passano attraverso i tunnel, costruiremo una barriera sotterranea; se lanciano razzi, installeremo degli intercettori; se uccidono alcuni dei nostri, ne uccideremo molti di più. E così avanti all’infinito. Tutto questo non giustifica certo l’uccisione di civili, che è assolutamente inaccettabile. Ma serve a ricordarci che quanto sta accadendo oggi ha una spiegazione e che – come in tutti i round precedenti – non esiste una soluzione militare al problema di Israele con Gaza, né alla resistenza che emerge in risposta al violento apartheid.

Negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di israeliani hanno marciato per “la democrazia e l’uguaglianza” in tutto il Paese, e molti hanno addirittura affermato che avrebbero rifiutato il servizio militare a causa delle tendenze autoritarie di questo Governo. Ciò che questi manifestanti e riservisti devono capire – soprattutto oggi, quando molti hanno annunciato che interromperanno le proteste e si uniranno alla guerra con Gaza – è che i palestinesi lottano da decenni per quegli stessi obiettivi e anche di più, affrontando uno Stato di Israele che, per loro, è già oggi, ed è sempre stato, totalmente autoritario.

Mentre scrivo queste parole, sono seduto a casa a Tel Aviv, cerco di capire come proteggere la mia famiglia in una casa senza riparo o stanze sicure e seguo con paura crescente le notizie e le voci di eventi orribili che hanno avuto luogo nel territorio israeliano. Città vicine a Gaza sono sotto attacco. Vedo persone, alcune delle quali sono miei amici, che chiedono sui social di attaccare Gaza più ferocemente che mai. Alcuni israeliani dicono che è giunto il momento di distruggere completamente Gaza, invocando in sostanza un genocidio. Nonostante tutte le bombe, il terrore e lo spargimento di sangue, considerano una follia parlare di soluzioni pacifiche. Eppure tutto ciò che sento adesso, che ogni israeliano condivide, è stata l’esperienza di vita di milioni di palestinesi per troppo tempo. L’unica soluzione, come sempre, è porre fine all’apartheid, all’occupazione dei territori e all’assedio di Gaza e promuovere un futuro basato sulla giustizia e sull’uguaglianza per tutti noi. Non dobbiamo cambiare rotta “nonostante l’orrore”,  dobbiamo farlo proprio per questo.

L’articolo è stato pubblicato il 7 ottobre su +972 Magazine, giornale israeliano di notizie e opinioni di sinistra, fondato a Tel Aviv nell’agosto 2010 da quattro scrittori israeliani, che prende il nome dal prefisso telefonico internazionale condiviso da Israele e dai territori palestinesi. Haggai Matar è un pluripremiato giornalista e attivista politico israeliano ed è il direttore esecutivo del giornale. La traduzione in italiano è di Livio Pepino.

Le foto inserite in homepage e nel testo sono di Jamal Awad/Flash90 e di Atia Mohammed/Flash90 e sono state scattate il 7 ottobre nella città israeliana di Ashkelon e al valico di Erez, tra Israele e il nord della Striscia di Gaza.

 

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Haggai Matar

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One Comment on “Il terrore percorre Israele: è tempo di aprire gli occhi sul contesto”

  1. La ragionevolezza, il buon senso e l’obiettività delle parole di Haggai Matar mi hanno profondamente commosso.
    Quanti altri in Israele hanno il coraggio di parlare di soprusi e vessazioni nei confronti del popolo palestinese, che anche noi abbiamo colpevolmente ignorato e sottovalutato.
    Chi nei nostri media ha più il coraggio di parlare di crimini di guerra da una parte ma anche dall’altra?
    Oggi in un programma televisivo ho sentito parlare da parte di una competente funzionaria dell’ONU per i diritti civili,di Risoluzioni dell’ONU disattese da Israele, è stata prontamente zittita…
    Se neanche qui riusciamo ad aver un dialogo civile e obiettivo, come possiamo pensare di arrivare ad una vera pace in Palestina?

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