La retorica anti reddito di cittadinanza è guerra di classe

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Lo Stato italiano e i suoi rappresentanti stanno operando una feroce guerra di classe contro i propri cittadini. Bisogna dirlo forte e chiaro, e bisogna dirlo in molti, per smascherare la profonda meschinità della narrativa dominante che non fa altro che nascondere come funziona la nostra economia.

Invece di puntare il dito contro i cosiddetti fannulloni che sino ad ora hanno preso il reddito di cittadinanza, puntiamo piuttosto il dito su coloro che vivono di ricchezza accumulata, ovvero coloro che il capitalismo dell’austerità continua a favorire. I dati sono eclatanti e incontrovertibili. Il rapporto Oxfam mostra che in Italia lo 0,1% più ricco detiene una ricchezza pari al 60% più povero (https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2023/01/Report-OXFAM_La-disuguaglianza-non-conosce-crisi_final.pdf). Se negli ultimi 10 anni il numero dei minori in povertà assoluta è triplicato (quasi uno su 7), in quegli stessi anni il numero di miliardari è sestuplicato, raggiungendo il numero di 64, con in testa Giovanni Ferrero che detiene un patrimonio di quasi 40 miliardi di dollari.

Diciamolo forte e chiaro: l’idea che si debbano tagliare i sussidi alle famiglie povere perché si tratta di un danno all’erario che costa troppo allo Stato è pura falsità. Come tutti i lettori di questo giornale sanno bene, i soldi ci sono eccome, ma solo per le persone “giuste”. Le briciole risparmiate dalla falcidia del reddito di cittadinanza (attorno a un miliardo di euro), scompaiono nell’abisso della nostra smisurata spesa militare e nei soldi che il fisco non vede mai perché lo Stato ha smesso di tassare i grandi redditi, le eredità e le corporations. Vorrei ricordare a tutti che nel 1974 vi erano 32 aliquote, e l’ultimo scaglione a partire dall’equivalente di 258 mila euro pagava il 72% di tasse, oggi di aliquote ne abbiamo 4 (e presto tre secondo la delega fiscale) e tutti quelli sopra i 50 mila euro pagano il 43% di tasse. Mentre ci curiamo in ospedali fatiscenti, studiamo in classi pollaio e facciamo file chilometriche per rinnovare la carta d’identità, i forzieri di Leonardo, produttore di armi, traboccano dei soldi nelle nostre tasse.

La preoccupazione per il pareggio di bilancio e i danni all’erario sono soltanto pretesti per un obiettivo molto più importante: mantenere saldo il rapporto di forza tra capitale e lavoro, tutto a favore del primo. La fine del reddito di cittadinanza e il diniego del salario minimo rendono evidente che la preoccupazione principale del nostro Governo dell’austerità è quella di mantenere alto il tasso di sfruttamento nel nostro Paese. Togliere i sussidi, infatti, ci rende più propensi alla coercizione economica tipica del capitalismo: quella di vendere la nostra capacità di lavorare per un bassissimo salario al fine di assicurarci la sopravvivenza. Con la cancellazione del reddito di cittadinanza, vedremo presto moltiplicarsi il numero delle famiglie in povertà assoluta (che sono ora più di un milione), ma vedremo anche ingrossare l’esercito di persone in competizione per lavori da fame. D’altra parte, come ha spiegato lo stesso presidente di Confindustria, il sussidio faceva concorrenza ai salari di mercato.

Dall’alto dei loro privilegi gran parte dei nostri parlamentari descrivono un mondo fiabesco, in cui chiunque potrebbe trovare un lavoro ben pagato se solo smettesse di scaldare il divano. Ebbene, non potrebbe esserci una visione più falsa. Nel suo istruttivo libro Le Grandi Dimissioni (Einaudi, 2022), Francesca Coin provvede a un bagno di realtà con un documentatissimo affresco delle condizioni di lavoro del Belpaese: una normalità lavorativa segnata dalla precarietà, dall’insicurezza e dall’insoddisfazione, nella quale il desiderio di cambiare è scoraggiato esclusivamente dalla paura di non trovare un altro posto. Tanto più che siamo agli ultimi posti in Europa per retribuzioni: per Eurostat, i salari lordi medi dei 10 contratti nazionali dei lavori meno pagati sono a 7,79 euro l’ora, che poi sono decurtati del 30% tra imposte fiscali e contributi previdenziali. Anche i dati Istat parlano chiaro: «Nel 2022, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800mila individui) avendo avuto, nell’anno precedente l’indagine, un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano (11.155 euro)».

La fiaba del “basta impegnarsi” non è certo solo l’inganno dei nostri governanti del momento: in realtà è la radice ideologica stessa dei modelli economici che guidano le politiche pubbliche da quasi cent’anni. Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx studiavano il capitalismo tramite la lente della classe e del conflitto tra le classi. A sostituirla è arrivato uno sguardo che ha espulso il concetto stesso di capitalismo (per non parlare di quello di classe), riducendo tutta la realtà sociale a una complessa interazione tra “individui” in armonia, in cui il motore della crescita non è il lavoratore ma l’imprenditore. Mentre il paradigma precedente teorizzava il lavoro come fonte del profitto e interpretava lo sfruttamento come trappola strutturale del capitalismo, gli economisti ortodossi dipingono i rapporti lavorativi come scambi alla pari tra individui alla pari, una strada verso la prosperità per tutti coloro che giocano bene le proprie carte nel libero mercato. Questi economisti hanno spacciato la società di mercato come un luogo in cui tutti, se sufficientemente razionali e virtuosi, possono prosperare. Una tale visione apparentemente emancipatoria è di fatto tra le più classiste, poiché presuppone che le gerarchie sociali siano il riflesso del merito: i ricchi hanno diritto ai loro privilegi, i poveri meritano di esserlo. E così i profitti dei risparmiatori-imprenditori sono il prodotto della loro virtù, che ne determina la capacità di firmare le buste paga degli operai e di “mandare avanti” l’economia. Nessun’arma potrebbe essere altrettanto potente di questo approccio teorico nel privare i lavoratori di consapevolezza del loro potere e nel giustificare la crescita illimitata del profitto privato. Il messaggio è talmente persuasivo che per anni quasi tutti lo abbiamo interiorizzato: se ci sforziamo abbastanza, ognuno di noi può diventare ricco, chi non “fattura” può biasimare soltanto se stesso!

Eppure: quanto può durare la capacità persuasiva di questa fiaba, soprattutto se ci guardiamo in giro e capiamo che l’ascesa sociale è un miraggio lontano? Certamente, la mancanza di serie proteste dopo i fatidici SMS dell’Inps è sintomatica del “successo” dell’austerità nel creare senso di vergogna e silenziare le classi lavoratrici. Ma i tempi potrebbero sempre cambiare e magari stanno già cambiando. Come ci racconta Coin, non soltanto negli Usa, ma anche in Italia molti lavoratori decidono di dimettersi: nel terzo trimestre del 2022 il 3,2% di loro ha lasciato volontariamente il posto. Si tratta di una forte protesta, non ancora organizzata, ai rapporti di sfruttamento imperante, stimolata forse anche dall’esistenza di un reddito di cittadinanza. Le classi dirigenti sono, però, sempre all’erta contro fenomeni che possano mettere in pericolo lo sfruttamento come base della crescita economica: è proprio nei momenti di possibile contestazione che l’austerità fa capolino per disciplinare la gente comune. Eliminare qualsiasi “intralcio”, dal salario minimo ai sussidi, che rischi di abbassare l’asticella dello sfruttamento va poi a braccetto con le politiche monetarie della Bce: l’aumento senza sosta dei tassi di interesse del denaro, si sa, tende a far crescere la disoccupazione, a soffocare così la capacità contrattuale dei lavoratori e a costringerli a chinare il capo. È il momento di vedere queste politiche economiche per quello che sono: una spietata guerra dei pochi contro i molti che va fermata.

L’articolo è tratto da Il Fatto quotidiano del 9 agosto

Gli autori

Clara Mattei

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