Il pacifismo arcaico

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Pacifismo

Combattere contro la guerra. Perché il male è il male, l’idiozia è l’idiozia, il massacro è il massacro. Questo è il pacifismo. La sua virtuosa perennità si radica proprio nel ritenere che nessuna ragione al mondo consente di farsi spettatori passivi, propagandisti o peggio ancora complici della guerra e dei suoi riferibili orrori. Era così ai tempi della battaglia di Romain Rolland e di un altro pugno di uomini celebri e oscuri che si batterono, invano, nel 1914 contro l’inutile strage della Grande Guerra. La gloriosa battaglia dei pacifisti per fermare l’inutile strage in Ucraina (e un’altra guerra mondiale), più di un secolo dopo, appare altrettanto tragicamente destinata alla sconfitta, il doloroso spasimo a vuoto di una impotenza. Con la differenza che oggi non si vedono in giro, al loro fianco, neppure gli intellettuali capaci di resistere almeno con un po’ di ossificata letteratura ai fanatismi e agli interessi, che provino vergogna di invadere perfino la pace; e ricordino che, se bisogna battersi poiché non si può fare diversamente, allora, non bisogna darvisi del tutto, a quella necessità, e pensare al mondo del dopo. Ecco: il gigantesco, devastante tradimento dei chierici.

Pacifismo

Una premessa per chiarire. Per pacifisti intendo coloro che invocano una conclusione senza vinti né vincitori, non certo quelli che si camuffano dietro la parola pace per dar dignità a disfattismi ripugnanti o invitano a diserzioni, aperte o larvate, rispetto alle responsabilità del Prepotente del Cremlino.

Intendo non cenacoli pacifisti da salotto o da editoriale. O che vogliono lucrare qualche preferenza elettorale distinguendosi dal coro degli schierati, dei senza dubbi, dei devoti alle pressioni padronali della atlantica superpotenza. Intendo i non iscritti a niente, umili cittadini, famiglie, gli antichi uomini di buona volontà; come coloro, per esempio, che da 57 sabati, da quando è iniziata la guerra, si ritrovano nel centro di Torino per un raduno di testimonianza. Ebbene: il numero non supera mai la cinquantina, l’attenzione che i passanti dedicano loro, in particolare i giovani, è distratta, indifferente, infastidita.

 

Come nel 1914, con il riscaldarsi degli animi, chi è contro la guerra è solo, svillaneggiato dai fanatici della vittoria, accusato di essere filo putiniano, un codardo o peggio ancora al redditizio servizio delle autocrazie criminali. Perché la pace non riempie le piazze? La risposta è nell’esser rimasto, il suo partito, virtuosamente arcaico, santamente immobile, di ispirazione religiosa o laica che sia: in fondo pre-moderno nella convinzione che l’essere pacifisti è un dovere morale quanto essere buoni, un perbenismo malinconico. Incapace nemmeno di svincolarsi dal marchio che risale alla prima Guerra fredda, quando il pacifista spesso scendeva in piazza solo a comando, a senso unico, per i sovietici e contro l’imperialismo. Di non aver, come Putin, assimilato la lezione del Muro e dell’89.

La guerra e i suoi alchimisti invece hanno fatto enormi progressi non solo nella tecnologia della morte, ma anche nei sortilegi propagandistici, nel renderla accettabile, giusta, sacrosanta, inevitabile, democratica, redditizia. Dalla campagna della «guerra al terrorismo» a «la Russia dopo Kiev vuole arrivare a Lisbona» la comunicazione bellicista continuamente si aggiorna, si modella su nuove necessità, sa meticolosamente occultare la dannazione dell’uccidere e il grande affare che si cela dietro ogni conflitto, ad ogni lucroso aggiornamento tattico dell’arte occidentale di vincere: dal drone al redditizio revival del carro armato, dal super cannone all’antimissile che non erra, tutto passa come pedigree di infallibile modernità occidentale. La dialettica degli entusiasti, politici, analisti, armaioli di tutte le stazze, non soffre timidezze, cammina su binari inflessibili la cui stazione finale è la guerra permanente. Sono riusciti ad imporre una deforme religione collettiva e indiscutibile, una forma di detestabile superbia senza reticenze che entrando dappertutto lascia solo deboli margini alla civiltà abbandonata. Invitano gli intellettuali a starsene quieti nel loro studiolo, a scriver versi o a rimirar le stelle invece di spandere sillabe al vento su «cose di cui non sanno nulla». Ne è un esempio la polemica innescata dalle parole del fisico Carlo Rovelli al concerto del primo maggio sui «piazzisti di strumenti di guerra», e sul ministro della Difesa Crosetto «vicinissimo a una delle più grandi fabbriche di armi del mondo, Leonardo».

Il pacifismo invece è rimasto all’epoca della sfilata di rassegnata testimonianza, allo striscione con i colori arcobaleno, alle colombe più o meno picassiane, ai buoni sentimenti, alla evidenza della santità della pace e dell’orrore della guerra come morte. Le ragioni del rifiuto non sono avanzate molto oltre alla evangelica opportunità di essere buoni e che uccidere è male.

E invece bisogna cambiar metodo, diventare aggressivi, incalzanti, far guerra alla guerra con gli stessi metodi totali, tenendo conto che siam o in tempi di miserabile avarizia morale. Gridar chiaro e tondo che, poiché l’intelligenza non ha impedito lo scoppiare della guerra ed è giusto che ci si batta per il proprio popolo, il pacifismo esige che la guerra non sia né fanatica né totale e che anche coloro che sono sul campo di battaglia, soprattutto loro, mantengano ben salda la cittadella della intelligenza. E che è infame che le diplomazie invece di creare le condizioni di una conclusione onorevole, si lascino inghiottire dal silenzio o dal mito torbido della vittoria che annienta il nemico anche in quanto ha di civile.

Bisognerebbe denunciare sugli striscioni i nomi e i fatturati da un anno a questa parte delle industrie della «sicurezza» che invece si maneggiano come riguardose arcadie produttive, americane, russe, cinesi, italiane, francesi, ucraine, gli stipendi dei loro manager, spiattellare i misteri dei dividendi, i collegamenti con la politica la finanza il malaffare. Ricordare che, esaurite sul campo ucraino senza esiti mirabolanti offensive e controffensive, verrà il momento in cui non potremo accontentarci di guardarli i campi di morte, alimentando l’eroismo dei buoni, dovremo fornire anche uomini, uomini per alimentare il massacro e allora sarà troppo tardi. Chiedere, poiché siamo democrazie, di contare chi è maggioranza e non con i sondaggi: contare i dubbiosi di questa partita senza fine e i favorevoli alla guerra fino alla vittoria.

 

Pubblicato il 3 maggio su “La Stampa” con il titolo “Il pacifismo arcaico: ancorato al passato, il movimento non si è evoluto

 

Gli autori

Domenico Quirico

Reporter per il quotidiano torinese La Stampa, caposervizio esteri. È stato corrispondente da Parigi e inviato di guerra. Nell'agosto 2011 viene rapito in Libia e liberato dopo due giorni, il 9 aprile 2013 di lui si perde ogni traccia mentre si trova in Siria come inviato di guerra, il 6 giugno viene diffusa la notizia che è ancora vivo E Viene infine liberato l'8 settembre 2013, dopo 5 mesi di sequestro. Nel 2015 vince la sezione saggistica del Premio Brancati con "Il grande califfato". Nel 2016 in chiusura delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, viene presentato fuori concorso il documentario Ombre dal Fondo diretto da Paola Piacenza in cui di fronte alla telecamera Domenico Quirico ripercorre il suo rapporto con il giornalismo e il rapimento in Siria. Tra le sue numerose opere: Squadrone bianco. Storia delle truppe coloniali italiane, Mondadori, 2003; Adua. La battaglia che cambiò la storia d'Italiai, 2004; Primavera araba. Le rivoluzioni dall'altra parte del mare, 2011; Il paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria, 2013; Il grande califfato, 2015. Esodo. Storia del nuovo millennio, 2016; Succede ad Aleppo, 2017; Morte di un ragazzo italiano - In memoria di Giovanni Lo Porto, Neri Pozza, 2019; La sconfitta dell'Occidente, con Laura Secci, 2019.

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