Piccoli segnali di una nuova stagione politica

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L’assemblea che si è tenuta il 22 aprile presso la Casa internazionale delle donne, a Roma, per iniziativa della Rete dei numeri pari, protagonisti Gaetano Azzariti e Giuseppe de Marzo, può costituire l’avvio di una ripresa della lotta politica unitaria della sinistra in Italia. All’assemblea hanno preso parte, Elly Schlein, da remoto, insieme a Marta Bonafoni e Marco Furfaro per il PD, Giuseppe Conte per i 5S, Barbara Tibaldi per la Fiom, Maurizio Acerbo per Rifondazione comunista, Luigi de Magistris per Unione popolare e tanti altri. Ricordo e sottolineo: Unione Popolare, una formazione politica della sinistra il cui nome viene taciuto con sistematica faziosità un po’ da tutti i giornali, perfino, in questa occasione, dal manifesto (23 aprile). Per brevità devo rinunciare a citare i tanti che sono intervenuti a nome di diverse associazioni attive nei vari territori del Paese.

Inizio col sottolineare che il primo e più importante merito degli organizzatori è stato esattamente quello di mettere insieme così tante e diverse realtà culturali e politiche, di far sedere allo stesso tavolo i rappresentanti di ben 700 associazioni e i maggiori leader della sinistra. Risultato, non si fa fatica a immaginarlo, di un paziente lavoro di raccordo, di tessitura di rapporti fra esponenti politici e militanti che, di norma e da anni, continuano a battere sempre lo stesso sentiero, a occupare la propria nicchia, incomunicanti gli uni con gli altri, con iterativo e sterile conformismo. Ed è questa l’occasione per dire una sgradevole verità. Circola, nella sinistra italiana, e a volte costituisce una sua cifra dominante, una perniciosa illusione idealistica: la persuasione che sia sufficiente elaborare discorsi politicamente ineccepibili per trasformare le parole in azioni, iniziative dotate di una qualche incisività. Come se la parole, e spesso le chiacchiere, potessero sostituire l’azione. E l’azione in politica – specie in questa fase storica – è soprattutto l’oscuro lavoro organizzativo, la tessitura di legami tra persone con diverse culture ed esperienze, lo sforzo paziente di coinvolgimento in un progetto comune di donne e uomini, spesso segnati da risentimenti e delusioni, sospetti e gelosie, risultato di decenni di lacerazioni e di conflitti interni. L’altro evidente merito degli organizzatori di quell’assemblea è di aver pensato ad essa non come a un evento una tantum, ma come l’inizio di un percorso organizzativo, di una modalità di lavoro comune che potrebbe orientare e promuovere, nei mesi a venire, iniziative di lotte unitarie come non se ne vedono da anni nel nostro Paese. La costituzione di un tavolo permanente di consultazione, proposto il 22 aprile, potrebbe, se ben condotto, costituire un punto di svolta nel campo della sinistra, inaugurare la sperimentazione di come possono cooperare e reciprocamente arricchirsi i partiti e i movimenti, gli organismi politici variamente strutturati, e le associazioni fluide e frammentate, disperse nei territori, a cui non va chiesto di cambiare la loro natura.

Nessuno può negare che a dare un così rilevante significato all’iniziativa della Rete dei numeri pari sia stata la presenza, insieme a tante altre forze politiche a cui di solito si dà l’ostracismo (come Rifondazione comunista e Unione Popolare), dei leader dei due maggiori partiti dell’attuale sinistra istituzionale. La presenza di Giuseppe Conte e soprattutto di Elly Schlein, non era per niente scontata. Siamo onesti. Chi, sino alla conquista della segreteria da parte di questa donna, avrebbe mai potuto immaginare un segretario del Partito democratico partecipare a una assemblea come quella ospitata dalla Casa Internazionale delle donne? So bene che nel campo della sinistra radicale si guarda alla figura della nuova segretaria con sospetto e si tende a sottovalutare gli elementi potenziali di rottura da lei introdotti nella natura e condotta di quel partito. Il mancato rifiuto di continuare a fornire armi all’Ucraina rafforza indubbiamente questa posizione. Io credo, tuttavia, che dovremmo, almeno in via preliminare, separare i giudizi nei confronti della Schlein da quelli dovuti al Partito Democratico.

Consegniamo alla storia la certificazione di una verità difficilmente contestabile. È stato esattamente questo partito a determinare, rispetto ai grandi Paesi europei, lo specifico declino della politica di sinistra in Italia, il più grave arretramento della classe operaia e dei ceti popolari, la riduzione del welfare, la marginalizzazione della scuola e dell’Università, l’assalto privatistico alla sanità ai beni pubblici. Un partito che ereditava il patrimonio ideale della più influente sinistra dell’Occidente si è trasformato – dopo il “lavoro sporco” di apertura al neoliberismo da parte di Pds e Ds – nello strumento di applicazione dei dettati imposti dal capitalismo nazionale ed europeo, senza dare ai ceti popolari colpiti la possibilità di reagire, di organizzare un fronte di difesa. I colpi venivano infatti non da un nemico esterno riconoscibile, ma da un soggetto “amico”, che un tempo li aveva difesi. La condotta del Pd negli ultimi 15 anni è una chiave essenziale per comprendere lo specifico marchio politico del caso italiano. E questo in ragione delle delusioni e dei risentimenti generati tra le grandi masse popolari, che hanno perso ogni punto di riferimento anche culturale, a causa del condizionamento del sindacato, delle leggi di governo con cui ha reso precario il lavoro, messo ai margini le nuove generazioni, abbandonato agli appetiti fondiari il territorio e gli habitat della Penisola. Il Pd che è diventato “la sinistra” nel lessico corrivo dei media e del ceto politico, non solo ha inflitto un grave danno d’immagine a una grande tradizione storica, ma ha anche reso confuso l’orizzonte, dispersa qualunque prospettiva di lotta mirata all’emancipazione dei subalterni.

E tuttavia io credo che il tentativo di Elly Schlein di cambiare natura e condotta di tale partito vada considerato con attenzione e positivamente. Intanto, ricordo che la sua operazione di conquista della segreteria, segno di non comune capacità di manovra, rappresenta, dopo il governo Meloni, l’unica novità di rilievo nel panorama stagnante della politica italiana. E certo non usa un metodo efficace di valutazione chi giudica questa figura stendendo un’anamnesi medica del suo passato. Nel Paese di Machiavelli più proficuamente dovremmo giudicarla tenendo conto delle sue “convenienze” politiche. E quali sono le convenienze di Elly Schlein se non quelle di occupare il vasto spazio di consenso che si apre a sinistra, in competizione/alleanza con i Cinquestelle? Diversa considerazione va fatta sulle possibilità che l’aggregato di poteri che è il Pd le concederà, e fino a che punto arriverà la sua disponibilità al compromesso. La sua posizione sulla guerra in Ucraina costituisce un grave ostacolo alla sua convincente collocazione in uno spazio di sinistra. Innanzi tutto perché è incompatibile con la Costituzione e contribuisce alla continuazione della guerra. In secondo luogo perché una forza di sinistra è obbligata ad avere uno sguardo storico sul presente: e una prospettiva più ampia ci dice che quella in corso non è una guerra di liberazione nazionale degli ucraini, ma un conflitto lungamente perseguito dagli Usa, che utilizza un esercito non suo – una “guerra per procura”, come ormai si riconosce anche in ambienti americani – facendo leva su due nazionalismi in urto reciproco. Fornire armi all’Ucraina, com’è ormai evidente, significa sostenere il progetto americano di un dominio su scala planetaria, che prepara lo scenario della guerra prossima contro la Cina. Che cosa c’è più di destra, oggi, dì più devastante, per il genere umano e per l’ambiente, che la strategia bellicosa della Nato? Tuttavia, nell’attuale condizione in cui versa il Paese, avere almeno una parte del Pd impegnata in una lotta intransigente al governo più ferocemente antipopolare nella storia della Repubblica non sarebbe un acquisto da poco.

A chi nel nostro campo introduce nella discussione i veleni del risentimento, umanamente comprensibili, quando si profilano alleanze con altre forze, occorre ricordare che la sinistra radicale, in tutti questi anni, ha sacrificato alla propria purezza identitaria la ricerca dell’unità tra le forze in campo. Quell’unità che forse ci avrebbe salvato dall’attuale impotenza. Perciò il “tavolo” istituito il 22 aprile, la Casa delle donne e i movimenti della donne, potrebbero svolgere una funzione preziosa di raccordo di un vero fronte antifascista. Perché questo governo è fascista nella sua intima cultura e nella sua prassi al di là delle reticenze, e malgrado gli occasionali contrappesi degli alleati della Meloni.

Ma occorre aggiungere una ulteriore considerazione. Il “tavolo” potrebbe coordinare le tante forze che oggi stanno finalmente entrando sulla scena politica con iniziative dirompenti: i referendum. È la grande novità di questo momento: sta per aprirsi una nuova stagione referendaria con quesiti già pronti e per i quali si stanno già raccogliendo le firme, come quello sul disarmo e sulla sanità, promosso da “Generazioni future”, e quello sul disarmo proposto dal comitato “Ripudia la guerra”. Ma già da febbraio si raccolgono le firme per alcune proposte di legge di iniziativa popolare con la campagna “riprendiamoci il comune”, per la riforma della finanza locale e ripubblicizzazione della Cassa depositi e prestiti, promossa da Arci, Attac e vari altri gruppi. Mentre nuove proposte consimili stanno per apparire, come quello per il Salario minimo da parte di Unione popolare o quello di Felice Besostri, Enzo Paolini e altri giuristi per la riforma in senso proporzionale della legge elettorale. Altri progetti referendari sono in corso di elaborazione, riguardanti il Jobs act, la sanità, i beni comuni, le leggi sull’immigrazione.

Siamo dunque di fronte al ribollire di iniziative e di aperture di fronti di lotta, segno di una mai sopita volontà di riscatto in tanti ambiti della vita italiana, che però procedono in maniera caotica, slegati gli uni dagli altri. Una regia unitaria sarebbe oggi quanto mai necessaria. Essa renderebbe possibile lo svolgimento di una campagna politica di ampio respiro, nella quale migliaia di attivisti incontrano i cittadini nelle strade e nelle piazze d’Italia, fuori dalla bolla di menzogne dei media, in grado di fare emergere l’idea di Paese giusto, solidale e democratico che vogliamo. Un punto di partenza, anche per incominciare a rovesciare, con iniziative dal basso, leggi e poteri imposti dalla controrivoluzione neoliberistica degli ultimi decenni.

L’articolo è tratto da Left del 28 aprile

Gli autori

Piero Bevilacqua

Piero Bevilacqua, già professore di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è scrittore, saggista e politico.

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