Aiutiamoli a morire a casa loro

L’ennesima tragedia dei migranti che muoiono davanti alle nostre coste, che potevano tranquillamente essere salvati prima, ha provocato una reazione unanime nel governo italiano che è stata ben espressa dalla premier addoloratissima per questo ennesimo naufragio: «Basta. Dobbiamo impedire le partenze». Le ha fatto da megafono il ministro Piantedosi: «Non dovevano partire». Giusto, logico e pragmatico, non fa una grinza. Se nessuno parte su un barcone, gommone o altro mezzo, nessuno muore. Per questa intuizione dovrebbe essere conferito alla presidente del Consiglio, unitamente al suo Ministro degli Interni, uno speciale Nobel per pace, magari con una piccola specificazione: «Per la pace eterna».

Cosa significa «dobbiamo bloccare le partenze»? Significa che milioni di profughi che fuggono dalle guerre, dalla fame, dalla miseria, dalla siccità, dalle inondazioni, devono restare a morire nella propria terra. Ma, stia tranquilla, signora presidente del Consiglio: il 94% dei rifugiati, dei cosiddetti diplaced people si spostano all’interno dei loro paesi o in paesi confinanti, come Niger, Congo, Sud Sudan ecc. Solo il 6% emigra verso altri continenti, non necessariamente in Europa.

Quelli che s’imbarcano per raggiungere le coste del Sud Europa sono quelli che non hanno più niente da perdere. Sono una piccola parte dell’1,3 milioni di siriani rimasti intrappolati in Libano in una spaventosa crisi economica che ha generato una forte pressione per rimandarli in Siria dove li attende a braccia aperte Bashar Assad, per dargli l’estrema unzione. Sono i curdi bombardati quotidianamente dal grande “mediatore pacifista” Erdogan, che ricatta persino la NATO per poter giustiziare quei leader curdi che sono rifugiati politici nei paesi scandinavi. Sono tunisini che fuggono dalla miseria che dilaga in questo paese dove le grandi speranze accese dalla Primavera araba stanno definitivamente tramontando. Chi sale, pagando, su un barcone sovraffollato per venire in Italia, sa perfettamente che rischia la vita, ma non ha alternative, non ha una prospettiva diversa, una piccola fiammella di speranza. Bene. Volete farli morire a casa loro in modo da poter dire «abbiamo salvato tante vite umane da quando abbiamo impedito le partenze verso l’Europa»? Avete ragione: occhio non vede cuore non duole. Infatti, quanti europei o nordamericani sanno che gli ultimi 20 paesi del mondo per reddito pro-capite, aspettativa di vita, livello di istruzione ecc. , i cosiddetti Last Twenty, sono per oltre due terzi paesi attraversati da guerre e conflitti? Guerre alimentate dalle nostre industrie delle armi, fomentate da chi vuole prendersi le risorse di questi paesi, guerre dimenticate che producono fame, devastazione ambientale e migrazioni di massa. Non è la mancanza di investimenti, di risparmio, di know how, di tecnologia, che ha provocato l’impoverimento di questi paesi, ma le guerre di lunga durata.

E noi cosa facciamo? Aumentiamo la spesa per armamenti fino al 2% del nostro PIL, in modo tale che possiamo continuare ad aiutare questi popoli a casa loro. Se solo spendessimo una piccola parte di questi miliardi per i corridoi umanitari molti rinuncerebbero a rischiare la vita puntando su una futura possibilità di arrivare dignitosamente nel nostro paese. Come già avviene grazie alla Caritas, a Sant’Egidio e alla Federazione delle Chiese Evangeliche, che finanziano i corridoi umanitari dal Libano, dalla Libia, dall’Afghanistan ecc. Si tratta, purtroppo, di piccoli numeri che hanno un grande valore umano – ogni vita salvata ha un valore – ma non possono offrire una risposta adeguata come potrebbe offrirla lo Stato. E invece il nostro Governo pensa a murare le frontiere, a far morire in mare i profughi impedendo alla ONG di salvarli, spostando verso Nord i porti autorizzati in modo tale che queste navi umanitarie possano salvare il meno possibile; intanto le nostre industrie cercano disperatamente manodopera che non trovano più, devono ridurre le attività per mancanza di personale. Ma neanche i richiami di Confindustria riescono a incidere su un Governo così spietato, cinico, crudele, come non l’avevamo mai visto. Se non ci sarà una ribellione di massa, se la maggioranza degli italiani resterà indifferente rispetto a queste stragi di migranti, allora avremo perso definitivamente la nostra umanità.

L’articolo è tratto da il manifesto del 28 febbraio

Gli autori

Tonino Perna

Tonino Perna, vice-sindaco di Reggio Calabria, è stato professore ordinario di Sociologia economica all’Università di Messina, presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte, della Ong CRIC, del Comitato etico di Banca Etica. Ha scritto una trentina di saggi tra cui “Fair trade” (Bollati Boringhieri, 1998) ed “Eventi estremi” (Altreconomia, 2011). È tra i fondatori di Altreconomia.

Guarda gli altri post di: