La destra italiana che guarda a Trump e Bolsonaro

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Ci vorrebbe una nuova riflessione sull’Italia dopo i fatti del Brasile. Proprio mentre il Governo Meloni accelera sulla grande riforma istituzionale per passare alla nuova repubblica post-parlamentare, i regimi presidenziali mostrano in giro per il mondo segni inequivocabili di usura. In tempi di forte polarizzazione, il gioco del presidente sconfitto è spesso quello di non riconoscere l’esito del voto per aizzare i suoi sostenitori affinché in massa insorgano contro le istituzioni e i (supposti) brogli del vincitore. Un tempo si diceva che i pericoli del presidenzialismo, cioè facilitare derive cesaristiche e approdare con regolarità persino a soluzioni golpiste, erano fenomeni limitati alle repubbliche delle banane. C’era infatti il luminoso esempio della Casa Bianca che mostrava la straordinaria efficacia della separazione dei poteri, il perfetto bon ton istituzionale nel passaggio di consegne e le supreme virtù del costituzionalismo bilanciato. Ora non è più così. Proprio dagli Stati Uniti, dove solo qualche anno fa la Corte suprema decise l’esito controverso del voto a favore dei repubblicani senza alcuna intemperanza dei democratici (che pure ne avrebbero avute di ragioni), è partito l’urlo della rivolta di un presidente sconfitto che si scaglia contro la democrazia competitiva, i giudici, il partito avversario assurto a nemico della nazione. Nel gran rifiuto di riconoscere la sovranità delle schede quando i conteggi sono sfavorevoli, Trump e Bolsonaro si tendono la mano. Non sono dei semplici figuranti impazziti, incarnano i valori dichiarati della nuova destra che, assai radicata nel suo bacino sociale e culturale, cresce nel mondo della post-democrazia come una minaccia sempre più tangibile.

Quando trionfò il “capitano del popolo” brasiliano, Giorgia Meloni sentenziò trionfalmente: «Con Bolsonaro in Brasile si apre finalmente una falla nella rete dell’internazionale radical chic». Se da Roma la leader di FdI chiamava con parole di gioia («La destra vince anche in Brasile, la sinistra sconfitta in tutto il pianeta e dalla storia. Finalmente i popoli si stanno riprendendo la loro libertà e la loro sovranità»), da Brasilia il figlio di Bolsonaro, deputato, assai vicino a Steve Bannon, rispondeva con pari esaltazione («Congratulazioni a Giorgia Meloni, che sarà la prima donna a governare l’Italia. Come il Brasile, ora l’Italia è Dio, patria e famiglia»). La destra populista è un fenomeno politico-ideologico molto esteso che ovunque presenta le stesse simbologie, la medesima base sociale violenta e risentita, che, tra un selfie e una pistola, in abiti pittoreschi cerca di distruggere le libere istituzioni. La polarizzazione politica, con ideologie tradizionaliste e culti religiosi di supporto, restituisce visibilità anche alle manifestazioni della politica armata. Quali sono i tratti del nuovo autoritarismo di Bolsonaro, che Salvini accompagnava nelle colline toscane come un bel soldato delle libertà?

Non è lo specchietto retrovisore che bisogna osservare per vedere se sta arrivando una nuova marcia su Roma. È a Varsavia e a Budapest (“legalismo autocratico” lo chiama Kim Lane Scheppele) che bisogna rivolgere lo sguardo per decifrare la caratura della destra trionfante, che ovunque si insedi mostra il volto ambiguo delle democrature. E sono gli Stati Uniti e il Brasile che occorre sondare per misurare i costi drammatici di presidenti sleali che, investiti dalla marea del neo populismo, aggrediscono le strutture del potere liberale e, una volta rimasti in minoranza, si appellano alla piazza. Violenza e politica. Sembrava un tema desueto, novecentesco. E invece irrompe come un’imprevista onda anomala nella crisi di legittimità della politica. Dopo gli USA invade i Tropici. La destra politica mondiale ha difficoltà ad accettare la sconfitta, e così l’assalto alle istituzioni segue ad ogni perdita del potere da parte del leader populista. Il capo carismatico, salito al comando contro i politici di professione e le élite, non sopporta di essere disarcionato dal popolo reale, che, sperimentato il governo degli antipolitici, non tollera più le narrazioni ingannevoli e semplificatorie degli homines novi.

Carina Barbosa Gouvêa e Pedro H. Villas Bôas Castelo Branco, nel loro interessante libro (Populist Governance in Brazil: Bolsonaro in Theoretical and Comparative Perspective, Springer, 2022), inquadrano il nuovo populismo di destra (“illiberalismo democratico”) come una incombente minaccia alla democrazia pluralista. La deriva non si è arrestata con la sconfitta di Trump nel 2020, e anzi l’assalto dei suoi seguaci al Campidoglio si rivela un evento simbolico dal forte potere contagioso. I due studiosi brasiliani riconducono il successo dell’autoritarismo populista di Bolsonaro alla “criminalizzazione della politica”. In nome della lotta alla corruzione, trionfa una forza anti-establishment e si costruisce un cupo deserto di depoliticizzazione nel quale le istituzioni liberaldemocratiche deperiscono per mancanza di radici. Le politiche pubbliche di Bolsonaro si segnalano per i tentativi, appena eletto, di fabbricare una “pseudo costituzione”, indebolire l’autonomia della magistratura, “rompere le tradizioni democratiche”, con le loro procedure lente e farraginose, ed edificare, in loro sostituzione, un “potere iper-esecutivo”. Ai muscoli del capitano aggiungeva un tocco mistico, utile per gestire la campagna di moralizzazione politico-religiosa. La verità della comunità di fede ben giustificava il peccatuccio della miriade di notizie false che i media del potere diffondevano a ogni istante.

Dinanzi a un’emergenza reale che richiedeva un’effettiva capacità di decisione, come il Covid, Bolsonaro, con la sua necropolitics, ha adottato le stesse soluzioni che Giorgia Meloni, ispirandosi ai filosofi e giuristi no-vax, avallava nei suoi post. Un bel libro di André Duarte (Pandemic and Crisis of Democracy. Biopolitics, Neoliberalism, and Necropolitics in Bolsonaro’s Brazil, Routledge, 2022) restituisce la personalità etico-politica di un capo della nuova destra brasiliana (con ideologia camaleontica ed evanescente forma-partito) che bollava la pandemia come “una nevrosi”. Di fronte a migliaia di morti, il presidente, rispondendo alle domande, «scherzava dicendo che, nonostante il suo secondo nome fosse Messias, non era in grado di fare miracoli! Già qualche giorno prima, aveva dichiarato che non avrebbe commentato tutte quelle morti perché l’argomento si addiceva ai becchini. E poi in fondo morire è il destino di tutti. Ma il 3 marzo 2021 Bolsonaro ha superato tutte le sue precedenti affermazioni gridando sgarbatamente che i brasiliani dovrebbero affrontare i loro problemi e smetterla di piagnucolare, ancora piagnucolare e piangere».

Caratteristica del bolsonarismo è una comunicazione diretta del capo con la massa condotta attraverso i social, gli account di Twitter e Facebook, e il supporto dei gruppi informali di consulenza propagandistica (il cosiddetto “gabinetto dell’odio”, installato all’interno del palazzo presidenziale di Brasilia, accanto all’ufficio del Capo dello Stato). L’appropriazione dei simboli sportivi e nazionali viene esibita come risorsa decisiva per la costruzione di miti, immagini capaci di accendere un forte fanatismo politico. Nella politica dello slogan infinito, la realtà diventa una base del tutto incoerente, mentre il mondo effettivo è solo quello della parola illimitata del capo. Con indubbia efficacia, la sua narrazione riesce a rendere innocuo il codice binario vero-falso, che viene travolto attraverso dosi infinite di menzogne. «Bolsonaro si affida costantemente alla produzione e alla riproduzione di bugie ben orchestrate e a campagne di fake news, le quali più sono assurde, meglio è, poiché è solo così che si creano efficaci cortine fumogene» (André Duarte).

Dopo i fatti del Brasile, è ora di prendere le distanze da una politologia impressionistica che, da Cacciari ad Annunziata, esalta acriticamente il ritorno della politica con Meloni, senza cimentarsi con rigore in alcuni nodi problematici. Prima della conquista del governo da parte dei post-missini, la piazza nera e no-vax ha dato l’assalto al Parlamento e a Palazzo Chigi, devastato la sede della CGIL, bloccato il porto di Trieste. Il sovversivismo dal basso si è al momento placato. Rimane, però, il sovversivismo dall’alto, con l’incognita di una destra radicale che, agitando la modifica della forma di governo, rivendica la rottura della continuità costituzionale; infrange, attraverso il decreto liberticida sulle adunanze giovanili, lo Stato di diritto; costringe, mentre consegna l’angelo al Papa, le navi con i migranti a umilianti traversate lungo i mari d’Italia; evoca, nonostante la promessa di non toccare la legge 194”, la contrazione delle libertà femminili.

L’autocrazia non è strettamente imparentata con il presidenzialismo: in Europa l’assalto allo Stato di diritto lo guidano sistemi politici parlamentari, come la Polonia e l’Ungheria. Democrazie illiberali possono quindi proliferare anche entro regimi di quest’ultimo tipo. L’elezione diretta della carica monocratica, però, sprigiona la tentazione dei capi carismatici spodestati di respingere l’inopinato declassamento, decretato da un popolo ingannato e truffato dai brogli che trova solo nella parola del leader civettante con le prove di ribellione la sua autentica voce. La nuova destra, in America e in Brasile, non tollera il test del ricambio elettorale. In Italia il rimedio presidenzialista è ricercato, oltre che per accarezzare l’ideologia dell’uomo forte, anche per archiviare in maniera definitiva la Repubblica antifascista. Una discontinuità così forte, come il passaggio all’elezione diretta di un capo dello Stato che sia anche vertice dell’esecutivo, immetterebbe una mina nelle basi dell’ordinamento, per cui la costituzione-valore, con la carrozza del Cesare che avanza, ne uscirebbe irreversibilmente trasfigurata. L’opposizione deve contrastare tutto ciò che amplia gli spazi di discrezionalità del potere, affievolisce il controllo e il senso del limite delle istituzioni, accresce la spinta sfrenata dell’autorità alla disinformazione. La sua azione dovrebbe puntare a ricostruire i soggetti sociali del pluralismo, a rafforzare i collegamenti con i partner europei e internazionali, a difendere il garantismo come tratto distintivo dell’ordinamento, a preservare la laicità dello spazio pubblico, a ricostruire la forma-partito come argine alle derive illiberali.

L’articolo è tratto da Il Riformista del 22 gennaio