PD. Bonaccini e Schlein: che differenza c’è?

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Ma che differenza c’è tra Elly Schlein e Stefano Bonaccini? E soprattutto: perché i due principali sfidanti alla guida del Pd evitano di rispondere alla domanda, che è persino banale in una sfida politica per la leadership di un partito? La scorsa domenica televisiva ha alimentato i dubbi: lui a In Onda su La7, lei nel salotto di Fazio su Raitre. Identica la volontà di sfuggire al quesito dirimente.

Certo, c’è il fair play, ancora più comprensibile tra chi fino a poche settimane fa governava insieme la stessa regione. Legittima anche la volontà di non alzare i toni dello scontro, di fugare i rischi di scissione. Lui svicola perché vuole essere ecumenico, sentendosi in vantaggio, almeno tra gli iscritti. Lei invece vuole rassicurare la truppa che intende guidare pur essendosi iscritta al Pd solo ieri, “non sono una marziana”.

E tuttavia la situazione attuale del partito rende questa ritrosia incomprensibile. Goffredo Bettini nel suo ultimo libro ha spiegato che nel Pd convivono un’anima critica verso il modello capitalista ed una apologeta, che vuole fare piccoli ritocchi di tipo redistributivo ma senza scomodare nessuno ai piani alti.

Questa divaricazione è evidente agli occhi di qualsiasi osservatore, si è persino insinuata dentro il dibattito del comitato dei 100 che dovrebbe riscrivere il manifesto dei valori. Personalità come Orlando, Cuperlo, Speranza e la politologa Nadia Urbinati hanno documentato come il Pd sia nato in un’altra era geologica, del tutto sprovvisto degli strumenti per far fronte a una crisi economica e sociale come quella attuale. Un partito buono come perno di governi di unità nazionale e poco più. Altri hanno legittimamente replicato che invece va tutto bene così, che servono solo piccoli ritocchi, che l’impianto di Veltroni del 2007 non ha perso la sua spinta propulsiva: l’unità dei riformismi, la vocazione interclassista, il patto tra produttori che sfuma il conflitto sociale in un pranzo di gala. Sono due posizioni politicamente legittime, in Francia le interpretano Mélenchon e Macron, che però sono avversari politici, non compagni di partito.

Enrico Letta è stato l’ultimo segretario a tentare di far sopravvivere la politica del “ma anche”: come vice ha scelto la liberale Irene Tinagli e il laburista Peppe Provenzano. Ha difeso il governo Draghi come il migliore possibile e poi ha presentato agli elettori un programma schiettamente di sinistra sui temi del lavoro. Ha sostenuto la linea iperatlantista sull’Ucraina ed è sceso in piazza per la pace. Non ha funzionato.

E da questa è sconfitta è scaturita la necessità impellente di fare chiarezza, condivisa da quasi tutti, almeno a parole. Di scegliere una linea e un profilo chiari. Che non vuol dire buttare fuori i liberali (o i socialisti), ma fare come i grandi partiti progressisti europei: al congresso vince una linea, gli altri stanno in minoranza, come fece Corbyn negli anni del blairismo. Il Pd invece è così fragile da non riuscire a permettersi di scegliere, perché i big temono che la maionese impazzisca. Ma sotto il fuoco incrociato di Calenda e Conte il tempo del “ma anche” è finito.

Ora, nessuno pretende da Bonaccini e Schlein una disputa filosofica sull’attualità di Marx. Ma i nodi di fondo vanno affrontati a viso aperto. Anche perché tra loro alcune differenze ci sono: è evidente che lei si pone tra i critici dell’attuale modello di sviluppo, che ha parole più chiare su diseguaglianze e precariato (sulle proposte occorre attendere ancora). È parimenti evidente che lei guarda con più attenzione al M5S e alle forze di sinistra, mentre lui è più in sintonia con Calenda e Renzi, punta sull’impresa «che crea ricchezza, altrimenti non c’è nulla da redistribuire», anche se con una venatura più sociale. Però non lo vogliono dire. Schlein a domanda ha risposto: «Differenze tra noi? I capelli e la barba». E poi, a domanda successiva: «Per fare emergere le differenze dovremmo fare un confronto pubblico». E lui: «Non mi sentirete mai criticare Elly di cui sono amico, non ne posso più di una classe dirigente che si fa la guerra dentro casa».

Lei non accetta neppure la vecchia contrapposizione «riformista vs radicale». E parla di quanto il governo Meloni trascuri temi come il precariato e il clima. Persino il mite Fazio la incalza: «Sì ma io le ho chiesto di Bonaccini…». Niente da fare. Per capire su cosa intendano contrapporsi bisogna leggere tra le righe: lui punta sull’«esperienza» di chi per anni ha governato il partito locale e poi la regione; lei sulla maggiore «credibilità» di una nuova generazione.

A poco serve ricordare ai due sfidanti che negli Usa alle primarie scorre il sangue, cosa che anche il moderato Prodi ricordò ai due contendenti nella sfida del 2021 per il sindaco di Bologna. A queste primarie invece scorre il miele, accompagnato da tarallucci e vino. Una melassa che rischia di mettere sotto il tappeto, ancora una volta, le profonde divisioni che nel Pd esistono. E viene il sospetto che il “ma anche” sopravviverà anche dopo il 19 febbraio. Lui segretario e lei vice. O viceversa. Tanto che differenza c’è?

L’articolo è tratto da il manifesto del 13 dicembre

Gli autori

Andrea Carugati

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