Le carte truccate di un lessico che punta all’egemonia culturale

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Il nuovo governo, nei nomi dei ministeri e dei ministri chiamati a dirigerli, mostra con buona evidenza quali sono i due corni del problema che abbiamo di fronte, e del pericolo doppio che corriamo, nel presente e per l’avvenire.

«In fondo a chi parlava il fascismo? Al ceto produttivo!». È stato Adolfo Urso, il nuovo ministro delle “Imprese e made in Italy” (ex Sviluppo Economico), a dirlo, riconoscendo sostanzialmente che il ruolo storico del fascismo fu quello di garantire gli interessi del capitale nell’epoca della nazionalizzazione delle masse. Non deve perciò stupire che con lui “lo sviluppo economico” del Paese venga identificato tout court con gli interessi delle imprese: gli interessi prioritari da servire sono quelli, tutti gli altri sono funzionali ad essi. E al fumoso ideologico “made in Italy”, che strutturalmente si identifica in quattro macrosettori manifatturieri. Ma come andrà declinata questa specificazione? Se associata alla priorità delle “imprese”, andrà identificata nell’accezione classica di “ideologia”: ovvero, con la funzione di occultare la realtà materiale. Che è quella di un modello fatto di lunghe catene di appalti e subappalti con salari da fame e condizioni contrattuali iper-precarie. Ed è quella di una Paese che è l’unico in Europa ad aver avuto, negli ultimi trent’anni, una perdita dei salari reali medi stimata nel 2,9%. Tutto questo dovrà scomparire, perché questo governo parla al ceto produttivo.

C’è poi l’altra grande questione, di lungo periodo. Al ministero della Cultura c’è Sangiuliano, che ha parlato esplicitamente di costruire “l’egemonia culturale” della destra in questo paese. A sinistra, di Gramsci se ne sono dimenticati: non solo come pensatore di riferimento (e l’operazione di Renzi di distruzione dell’Unità fu un culmine simbolico di questo oblio), ma proprio come strategia essenziale alla sua stessa identità. Come sappiamo ormai troppo bene, a destra hanno chiaro quel che vogliono, e lo dicono. In quella che si presenta (e mistifica) come sinistra no: tanto è vero che si è autosoppressa definitivamente nella conservazione dell’agenda Draghi – perdendo, e giustamente. In questa operazione tesa all’acquisizione dell’egemonia culturale, vanno inscritte le nuove nominazioni dei ministeri, come il “merito” aggiunto all’Istruzione – ma il merito non è ormai un valore anche per i “democratici”? – e la “natalità” aggiunta alla famiglia (sanno che non si può per adesso attaccare frontalmente la 194: ma lavorano, gramscianamente, per conquistare casematte, fanno il lavoro della talpa, perché vengono da lontano e vanno lontano). Già, tutte cose che appartengono al nostro album di famiglia – come la “sovranità alimentare” appartiene ai campesinos – ma che sono state dismesse come ferrivecchi, e loro se le sono prese, esattamente come Fontana aveva rivendicato il valore della “diversità”.

Se le sono prese, integrandole al loro macro-frame “Dio, Patria e Famiglia”. In cui, per esempio, ricade anche la formazione del Ministero dello Sport: ma non si pensi a una farsesca riedizione dei cerchi di fuoco di Achille Starace. I fascistoidi meloniani sono perfettamente integrati ai tempi, alla società della prestazione in cui viviamo. Si rilegga la retorica meloniana allorché patrocinò lo sport come strumento contro le devianze. Il “contro le devianze” ricade anch’esso nella retorica classica di nonno Benito, certo. Ma la neo premier aggiunse: quanti piccoli Totti ci stiamo perdendo? Non si limitava a rimarcare il mens sana in corpore sano, ma evocava gli spiriti agonistici che titillano ogni genitore sul limitare dei campetti di calcio dove il bambino è visto come futuro campione, coerentemente con la onnipervasiva società narcisistica dove il bambino è il “piccolo sovrano” iperamato e ipercoccolato.

Nulla più di contemporaneo di questo direi: non servono più libro e moschetto. O meglio, il libro non serve più; il moschetto sì, siamo ben filoatlantici. E, da questo punto di vista, non c’è più traccia delle sparate contro le plutocrazie, là dove il marxismo d’un tempo, con la sua lotta di classe, si era tramutato nella lotta tra nazioni. Adesso c’è solo la lotta di tutti contro tutti, nella società degli individui, la società del merito.

L’articolo è tratto da il manifesto del 23 ottobre