I No vax di dio

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Questa è la storia di un prete reazionario no vax e di una rete di decine di migliaia di cattolici ultraconservatori che, in nome di Dio, stanno conducendo una crociata contro il vaccino anti-Covid.
Siamo a San Giuseppe a Capo le Case, nel rione Colonna, a Roma. Una delle poche chiese della città dove, in barba al distanziamento sociale, si può ancora fare la comunione ricevendo l’ostia direttamente dalle mani del sacerdote in bocca. La facciata di San Giuseppe si erge sul cocuzzolo della storica via da cui prende il nome e alla chiesa si accede da una doppia scalinata settecentesca che riproduce in piccolo quella del Laterano. San Giuseppe ha per la comunità di fedeli che la frequenta un significato esclusivo.
Qui – e in rari altri luoghi di Roma – si conserva la celebrazione del rito antico della messa tradizionale in latino, destinato ai pochi in grado di apprezzarne il valore. La celebrazione si ripete ogni domenica alle undici. Mi siedo su una panca di legno accanto a un gruppo di donne che partecipano alla messa di oggi. Hanno il capo coperto con dei foulard bianchi o neri lavorati all’uncinetto, le mani giunte dietro la schiena e hanno sguardi caritatevoli.
Bisbigliano ripetendo i passi delle letture o rispondendo con una cantilena alle parole pronunciate sempre in latino dal prete. Sul pulpito, a celebrare la messa tradizionale, come ogni domenica, c’è lui: Don Giorgio Ghio, il sacerdote responsabile. Nato nel 1964, ordinato nel 1995, don Giorgio è a detta dei presenti «una persona garbata, colta e di grande spiritualità». Da qui dice messa in latino secondo l’antico rito: guardando l’altare e dando le spalle ai fedeli. Vestito di bianco con il copricapo nero, il sacerdote punta alle coscienze dei membri della sua comunità quando sostiene che «il vaccino anti-Covid va contro la morale perché è un farmaco che è stato prodotto e testato su cellule che hanno avuto a che fare con feti abortiti nel novecento». A dispetto della linea ufficiale della Congregazione della Chiesa per la quale «vaccinarsi è un atto d’amore e non c’è nulla d’immorale», don Giorgio diffonde nella sua parrocchia un messaggio opposto: «Vaccinarsi è peccato» quindi «disubbidire è lecito».

Durante la messa, pochi indossano la mascherina. Chiedo a un signore seduto vicino se posso levarla anch’io. Con grande naturalezza mi risponde che «qui dentro si può scegliere». Perché «le regole le decide la comunità». E non lo Stato italiano. Posso fare come mi pare quindi, come d’altra parte ha già fatto il signore inginocchiato sulla panca alla mia destra. Porta una fede d’oro spessa, stretta intorno al dito gonfio. La noto perché durante la messa si batte con forza il pugno contro il petto facendo il mea culpa contenuto nell’Atto di dolore. Scoprirò poi che ha due figlie femmine, inginocchiate accanto a lui, e che «per colpa del green pass» ha perso il lavoro perché «io il vaccino non me lo faccio». Il signore era alla manifestazione no vax a Roma con Forza Nuova. Lì con la sua famiglia ha «inscenato un esorcismo intorno a Palazzo Chigi dove si è insediato il diavolo».
Tra le persone presenti alla messa di oggi c’è anche chi arriva da fuori Roma. Ogni domenica partono da Prima Porta, da Acilia, da Viterbo perché «la celebrazione come si deve in forma tradizionale e in latino non la trovi da tutte le parti». Una ragazza spiega che l’esodo «è cominciato con il lockdown, quando alcuni sacerdoti pur di rispettare le norme anti-Covid hanno cominciato a usare i guanti di plastica! Ma le pare normale?». Infine, è successo che alcuni abbiano anche deciso d’ invitare i fedeli della propria parrocchia a mettere la mascherina durante la messa e aderire alla campagna vaccinale.
Apriti cielo. Tra i cattolici più intransigenti il rispetto delle norme anti-Covid “imposte” dallo Stato è stato ritenuto inaccettabile perché «comporta stravolgere il rituale tradizionale della messa e piegare la dottrina della fede a leggi e norme terrene». Così, in parecchi hanno deciso di abbandonare la propria parrocchia e, cerca cerca, si sono ritrovati qui: nella comunità di San Giuseppe a Capo le case.
Sono le 11.30. II rito in latino è terminato. Dentro c’è ancora chi aspetta il suo turno per fare la confessione. Don Giorgio lancia un ultimo messaggio alla comunità prima di mandarla in pace. In italiano e rivolto verso di noi questa volta, incita gli «afflitti dall’assedio» a «modificare le proprie abitudini in modo da non cedere alla pressione illegittima dello Stato».
Per diffondere il verbo, don Giorgio usa anche i social. Le sue omelie sono diffuse su un canale Telegram apposito seguito da duecento ottanta persone. Nell’ambiente, si vocifera che il sacerdote si è fatto conoscere anche attraverso un blog: La scure di Elia, dove per Elia s’intenderebbe – secondo una fonte ritenuta attendibile e poi contro-verificata – don Giorgio, celato dietro a uno pseudonimo. Elia esorta i suoi «a combattere col Rosario e con i mezzi umani a vostra disposizione». In molti gli chiedono consigli o si lamentano: «Non ce la faccio più a seguire la messa», scrive un utente, «perché non accetto che mi si dia l’ostia nelle mani e non in bocca. Lo ritengo un sacrilegio. Abito a Catania e non so a chi rivolgermi essendo già stato rimproverato da parecchi parroci». «Avrebbe indicazioni su buoni sacerdoti non allineati nella zona di Palermo?», gli chiede un altro. II 23 ottobre, su La scure di Elia appare un post intitolato “Consigli per la lotta”. Nel testo si legge che «se i cittadini sono aggrediti da coloro che dovrebbero  proteggerli […] – è del tutto legittimo attuare la legittima difesa servendosi per esempio di vaporizzatori al peperoncino, […] o in caso di estremo pericolo taniche di benzina da incendiare sulla strada per fare barriera. A’ la guerre comme à la guerre». Insomma, una chiamata alle armi. Alla quale ha risposto una frangia reazionaria di cattolici tradizionalisti appartenenti a una certa area ratzingeriana, ma anche esuli di Comunione e liberazione e di parte del movimento pro-life. In comune hanno la loro fedeltà all’antico rito della messa tradizionale in latino ma soprattutto sono in polemica con il papato di Francesco considerato troppo “dialogante” e “poco attento alle liturgie”.

Clero no vaxDecido di andare a trovare don Ghio di persona per avere un colloquio e capire di più sulla sua comunità. E venerdì pomeriggio, siamo in sagrestia. Mi fingo una cattolica praticante, dubbiosa se vaccinarmi o no e gli chiedo un consiglio. «Buongiorno don Ghio… vengo perché ho un dilemma in famiglia: mia mamma non si vuole vaccinare, io invece sono ancora indecisa».
«Non è il Covid che uccide», mi dice. «Sono i vaccini.  Sette su dieci finiscono col decesso». Don Giorgio risponde con pacatezza disarmante ma, vedendomi un po’ dubbiosa, sente il bisogno d’aggiungere che ciò che sta dicendo è vero perché glielo ha detto «un medico del 118». Mi posso fidare, quindi. Chiedo se consiglia di vaccinare i miei figli. «Ma che scherza…? Assolutamente no, i bambini non lo prendono il Covid».
«E mia madre che ha 68 anni suonati?», rilancio preoccupata. «No. E’ una cosa immorale». «Se è un atto immorale perché Papa Francesco dice che `vaccinarsi è un atto d’amore’?» «La Congregazione della Chiesa ammette l’utilizzo del vaccino solo se c’è un grave pericolo per la salute della persona o se non ci sono altre cure possibili. Ma in entrambi i casi non è così. Nel caso del Covid le cure ci sono, eccome».
Eccolo il cuore della tesi no vax di don Ghio (e come vedremo, non solo la sua): la certezza che «dal Covid si può guarire». «Chiaramente – mi dice don Giorgio, neanche fosse un medico – è importante curare i sintomi nelle prime quarantott’ore»… e ciò si può fare «grazie all’assistenza di alcuni medici a disposizione dei pazienti h 24 al telefono o per via telematica». Il sacerdote mi suggerisce di segnare su carta il nome di una certa organizzazione, lppocrate.org, che con la telemedicina «fornisce
consulenza per curare il Covid» e, grazie all’aiuto di alcuni medici associati mi verrà detto «quali farmaci prendere a casa». A domanda, don Guido specifica che sì, i dottori d’Ippocrate.org sono «affidabili». Infine, mi consiglia «con tutto il cuore» di non vaccinarmi e accenna a una storia inquietante su una certa  nanoparticella, «l’ossidio di grafene, composto di metallo che», dice lui, «ci rende ricettivi alle onde magnetiche». Il sacerdote mi spiega che “loro” vogliono sviluppare la telemedicina per curare ad esempio il cancro, ma «immagina se poi invece di puntare alle cellule cancerogene mi sparano onde elettromagnetiche sul cuore? Ci possono uccidere a distanza senza che ce ne accorgiamo».
Prima di salutarci, gli chiedo se organizza gruppi di preghiera o incontri tra fedeli che la pensano come lui. Mi dice di sì. Esiste una rete di “cenacoli”, gruppi di persone che specialmente a Roma, in Emila Romagna e nel Nord Est d’Italia fanno «un percorso di formazione insieme e pregano». E tra un Rosario e l’altro poi, come in una comunità a parte, professano e vivono secondo il credo no vax.

La telemedicina

Il colloquio è finito. Saluto don Ghio e seguo il suo consiglio. Cerco su internet i contatti dell’organizzazione Ippocrate. Trovo sulla homepage una lista con almeno cinquanta nomi di medici associati. Tra gli altri, il dottor Fabio Burigana, gastroenterologo, direttore del comitato scientifico di Ippocrate.org, un’organizzazione con iban collegato a una Banca del Canton Ticino nata “per caso” da un messaggio WhatsApp inviato da un cooperante italiano oltreoceano che osannava il miracolo delle Mauritius Covid-free grazie a idrossiclorochina e plasma. Sul sito dell’organizzazione si legge che «al fine di ottimizzare il trattamento domiciliare, l’approccio alla terapia» tiene conto della progressione della malattia «in 3 stadi, come universalmente riconosciuto»: Fase 1, fase 2, fase 3 e per ogni fase della malattia è indicata una cura specifica a base di farmaci. Decido di fingermi malata di Covid alla Fase 1 (sintomi simil-influenzali). Compilo il formulario e la liberatoria con cui mi assumo ogni responsabilità. Invio. Passano dodici ore e ricevo un messaggio vocale WhatsApp da una gentile dottoressa, la signora Napoletano.
Si presenta e mi chiede se ho ancora la febbre, se ho la tosse e come mi sto curando? Le rispondo che ho poca febbre e poca tosse, non ho problemi cardiaci e credo di essere nella “Fase 1”. Le dico che ho seguito le istruzioni indicate sul sito d’Ippocrate per curarmi a casa. Da due giorni sto assumendo l’idrossiclorochina (200 milligrammi mattina e sera […]». La dottoressa mi chiede se voglio che mi siano prescritte delle medicine, io le chiedo se è un medico di base e lei mi dice di no. Le chiedo se vuole essere pagata e risponde nuovamente di no.
Vive a Torino. È un «medico specialista in oncologia, agopuntura e omotossicologia», iscritta all’Albo dell’Ordine dei medici, dice. Per le mie condizioni di salute (valutate su WhatsApp) suggerisce al posto della tachipirina di «assumere l’aspirina». Poi, se sono vari giorni che ho la febbre è meglio che io inizi «l’antibiotico».

No vax

La Resistenza

Nel Lazio, oltre a don Ghio, ci sono altri sacerdoti che nelle loro diocesi diffondono e difendono la narrativa che «vaccinarsi è immorale». Don Curzio Nitoglia è uno di essi. Ed è anche tra i pochi ad avere il coraggio di metterci la faccia pubblicamente. Per questo è amatissimo. Sacerdote indipendente, vive a Velletri e pubblica i suoi pensieri su un blog molto seguito. Scrive don Curzio che esisterebbe un «piano diabolico per sterminare la popolazione» mentre «la causa finale dei vaccini» è  intrinsecamente malvagia, «poiché tende a cambiare la specie umana com’è stata concepita da Dio e realizzata dalla natura». I toni usati da don Nitoglia suonano apocalittici come quelli di certi no vax nostrani ma lui, don Curzio, non è uno qualsiasi. Almeno, non per la folta comunità che lo segue online e gli accorda fiducia. Don Nitoglia infatti, come don Giorgio Ghio, è considerato una persona dotata di grande spiritualità anche al di fuori della sua parrocchia. Il sacerdote è spesso invitato a conferenze e dibattiti in cui si discute di etica e morale come quello del 27 febbraio del 2021 alla quale il sacerdote ha partecipato insieme con don Ghio sulla «moralità dei feti abortiti usati nei vaccini». Don Curzio gode di credibilità a tal punto da figurare tra i membri della “Resistenza cattolica”, la lista di 102 tra sacerdoti e vescovi pubblicata sul sito internet Una Vox in cui si fanno i nomi e i cognomi dei “resistenti” e cioè di coloro che in nome della dottrina tradizionale della Chiesa, si battono contro la modernità, l’immoralità, l’edonismo e il secolarismo. La “Resistenza” nasce da una spaccatura all’interno del gruppo dei cattolici conservatori della Fraternità San Pio X, una società di vita apostolica tradizionalista cattolica fondata a Friburgo il primo novembre del 1970 dall’arcivescovo Marcel François Lefebvre.
All’origine della rottura interna alla Fraternità, ci sarebbe tra le altre cose la grande insofferenza espressa dalla frangia più integralista molto critica rispetto all’operato di Papa Francesco «poco attento alla protezione della messa in latino» e «troppo distante dalla linea della Chiesa tradizionale».
Con l’approvazione “morale” dell’utilizzo dei vaccini anti-Covid da parte del Vaticano poi, si è scatenato il putiferio e una nuova frangia reazionaria ha preso forma all’interno dello storico gruppo dei conservatori della Fraternità. Nella rete della “Resistenza” molti sono poi diventati anche no vax convinti. Non solo don Nitoglia. Clicco sul sito Una Vox alla voce “consistenza della resistenza nel mondo” e nella lista dei 102 “resistenti” spunta uno fra tutti, il nome dell’ottantenne britannico Monsieur Richard William-
son che prima di essere espulso era vescovo della Chiesa cattolica (il Monsignor aveva negato l’Olocausto. Si è in seguito scusato pubblicamente e ha scontato la sua pena). Oggi Williamson, scomunicato nel 2012 dalla Fraternità Pio X, si batte con veemenza per la causa no vax. È lui uno degli animatori più attivi del sito internet Una Vox su cui pubblica numerosi post. In uno degli ultimi, Monsignor si espone sostenendo che «non si è mai trattato di un virus o di salute. Si è sempre trattato delle élite che carpiscono ogni libertà alle persone per renderle completamente dipendenti». Accanto a Williamson, a capo della rete dei cattolici no vax, ci sono anche altri due prelati autorevoli: l’Arcivescovo ormai in pensione Carlo Maria Viganò e il vescovo sessantenne in carica dell’Asia centrale Athanasius Schneider. Eccoli i tre volti a capo della rete dei cattolici no vax. Grande accusatore di Papa Francesco reo «d’aver coperto alcuni episodi di pedofilia nella chiesa», Monsignor Viganò si espone regolarmente contro «il ricatto vaccinale» pubblicando anche lui lunghi videomessaggi poi rilanciati da Una Vox. Come un leader politico, dopo la manifestazione dei no green pass a Torino, Monsignor ha invitato «tutti a unirsi» per «rispondere alle ingiustizie e alla dittatura imposta dallo Stato».
Dal canto suo, Schneider è conosciuto come il “vescovo antisistema”. In una lettera si è rivolto direttamente ai «lavoratori costretti a scegliere tra mantenere il proprio posto di lavoro e farsi vaccinare», dicendo loro – come se fosse in una campagna elettorale – di non mollare perché tra voi «ci sono migliaia e migliaia di cattolici che hanno il coraggio di scegliere Cristo e che non getteranno un pizzico d’incenso a Cesare, proprio come i primissimi cattolici dell’antichità». Per una frangia di tradizionalisti dissidenti, Schneider e Viganò rappresentano dei portavoce rumorosi, portatori d’istanze che altrimenti resterebbero clandestine. I due lavorano molto insieme per sostenere la causa no vax.
Insieme con don Curzio Nitoglia, i vescovi hanno partecipato alla stesura dell’opera congiunta Mors tua vita mea, una raccolta di articoli «sull’illiceità morale dei vaccini che utilizzano linee cellulari di feti vittime di aborto volontario». Il libro ha la prefazione di Monsignor Viganò e raccoglie – tra gli altri – gli articoli del vescovo Schneider, di John-Henry Westen il fondatore del giornale statunitense di area ultra cattolica LifeSiteNews.com, un contributo di don Nitoglia e infine anche un articolo a firma dell’avvocato Daniele Trabucco, sconosciuto fino a ieri ma salito agli onori della cronaca perché fondatore della Vicit, un’associazione finanziata da Forza Nuova per fare propaganda no vax. D’altra parte, i due mondi non sono poi così distanti e in questa storia i volti che tornano
sono quasi sempre gli stessi. La narrativa dei cattolici no vax che bazzicano nel giro di don Ghio e don Nitoglia, assomiglia per certi versi a quella dei no vax classici: complottismo, sfiducia nella scienza e nelle istituzioni, ribellione alle imposizioni dello Stato, l’ossessione per l’aborto. Tuttavia, la narrativa dei cattolici no vax possiede qualcosa in più, qualcosa che al no vaxismo mainstream manca: la sacralità del messaggio. L’aver reso la scelta di vaccinarsi o no una “questione morale” dirimente per giudicare chi è davvero un “buon cattolico” e chi invece no. Questa è l’operazione che alcuni sostenitori di questa linea stanno conducendo su internet e nelle parrocchie, nel sottobosco e col megafono, grazie a una galassia di blog e televisioni private online. Tale perazione è guidata dal basso da personalità come don Ghio e Don Curzio e dall’alto da uomini come Viganò, Williamson, e Schneider. Ma non solo. A questi nomi Papa Francesco deve aggiungerne anche altri. Sono quelli dei vescovi no vax che con una dichiarazione ripescata nei meandri del sito Una Vox rifiutano pubblicamente la linea della Chiesa e «il crescente coro di conferenze episcopali, singoli vescovi e preti che permettono questi vaccini».

Le lettere a Papa Francesco

La missiva porta la firma del Cardinale Janis Pujats (Riga, Lettonia), dell’Arcivescovo Tomasz Peta (Astana, Kazakhstan), dell’ex arcivescovo di Karaganda, Jan Pawel Lenga, e del Vescovo di Tyler (Texas, USA), Joseph Strickland. A questa poi si aggiunge una seconda lettera, scritta nel maggio del 2020 e indirizzata a Papa Francesco. L’appello arriva nel pieno della pandemia e contiene la richiesta di una «immediata abolizione delle norme anti-Covid» che impediscono la rituale celebrazione della messa e sconvolgono la liturgia. Poi, bruciando sul tempo tutti i no vax del mondo, nella lettera si pone all’attenzione del Papa la questione vaccinale affermando che «per un cattolico è moralmente inaccettabile sviluppare o usare vaccini derivati da materiale proveniente da feti abortiti».
A firmare ancora una volta ci sono loro: Viganò, Williamson, Nitoglia e Schneider. Ma questa volta spuntano anche altre sigle. Atman Association, Movimento 3V, Vaccini Vogliamo Verità, lustitia in Veritate, associazione Una Vox, Comitato Famiglia e Vita, la Confederazione dei Triarii. Sono solo alcune delle associazioni che hanno aderito all’appello.
«Lo Stato», scrivono nella lettera inviata al Papa, «non ha alcun diritto d’interferire, per nessun motivo, nella sovranità della Chiesa. La collaborazione dell’Autorità Ecclesiastica, che mai è stata negata, non può implicare da parte dell’Autorità Civile forme di divieto o di limitazione del culto pubblico o ciel ministero sacerdotale. I diritti di Dio e dei fedeli sono suprema legge della Chiesa cui essa non intende, né può, abdicare derogare. Chiediamo che siano tolte le limitazioni alla celebrazione delle funzioni pubbliche».
Dichiararsi pubblicamente no vax non è cosa semplice all’interno del mondo cattolico. Può essere pericoloso e non tutti tra i fedeli trovano il coraggio o la scelleratezza per farlo. Si rischia infatti di essere isolati, allontanati dalle parrocchie e nel caso dei prelati, potrebbero anche ottenere una sospensione dal proprio incarico. Per questo, per professare il credo no vax, bisogna agire nel sottobosco. Non a caso, in molti si sono organizzati in comunità carbonare parallele, si incontrano su Telegram o in case private dove le norme anti-Covid non esistono, le mascherine non servono e vaccinarsi oltre ad essere un peccato fa paura perché può ucciderti. Il fatto poi che vi siano sacerdoti e vescovi tra di essi dona al movimento un’aura di sacralità e solennità che lo caratterizza e lo distingue da quello no vax che abbiamo incontrato finora. Di fatto in questo caso si tratterebbe di un passaggio da una fede all’altra. Di una sorta di nuova religione con i suoi apostoli che sono i sacerdoti e i vescovi che hanno il coraggio di sfidare l’establishment. Nel nome di Dio.

Il servizio è stato pubblicato sul settimanale del 5-11 novembre 2021 

Giulia Cerino

Nata a Roma nel 1986, ha studiato Scienze politiche a Cambridge, Dublino e Madrid e ha vissuto a Parigi e Bruxelles. Nel 2018 ha pubblicato il libro "Stanno tornando: i foreign fighters jihadisti raccontati dalle loro madri". È un'inviata e lavora nella redazione di Piazza Pulita e collabora con TPI

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