Amministrative / Se si parlasse dell’astensione

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Astensione

C’è una sola notizia vera che arriva dalle amministrative di domenica scorsa, ed è quella che riguarda l’astensione di massa e il calo ai minimi storici della partecipazione al voto: alle comunali una media nazionale del 54,6% (contro il 61,5% della tornata di cinque anni fa e il 65,6% di quella dell’anno scorso), con cifre da record negativo a Milano (47,6%, -7% rispetto alla tornata precedente), a Torino (48%, -9%), a Roma (48,8, -4%), a Bologna (51,8%, -8%), a Napoli (47,2%, -7%), nelle suppletive di Siena malgrado la candidatura di Letta (33%!), mentre in Calabria si mantiene al già scandaloso 44,3% delle regionali di un anno e mezzo fa, superato solo dal 37,7% dei votanti con cui l’Emilia Romagna elesse il suo presidente nel 2014. Significa, tanto per capirci, che un candidato che vince con il 51% dei voti espressi in realtà ne ha conquistati solo il 25% dell’elettorato complessivo, e uno che vince con il 35% di fatto ne ha conquistato all’incirca il 16%. E significa altresì che tutte le “tendenze” e i “segnali” che dal voto di domenica vengono dedotti vanno, per così dire, a loro volta dimezzati: riguardano sei milioni e mezzo di elettori in tutto e sono da relativizzare rispetto all’unica tendenza e all’unico segnale generalizzabile, che è questo dell’astensione di massa.

Lasciate ogni speranzaQualche domanda d’obbligo. L’astensione è solo sintomo di disinteresse, apatia, rifiuto passivo? O è diventata una delle opzioni possibili in campo, il rifiuto attivo di tutte le altre, un esodo programmatico dall’offerta politica esistente e deludente? O non ci dice per caso che le forme tradizionali della partecipazione politica e della democrazia rappresentativa stanno definitivamente tramontando, e se sì con che cosa si può pensare di rimpiazzarle? Sono tre ipotesi diverse, che probabilmente si sommano nella contingenza attuale.

Ci troviamo nel passaggio da una stagione a dominante populista a una stagione a dominante tecnocratica. L’alternanza – in Italia non nuova – fra populismo e tecnocrazia, lo sappiamo in teoria e l’abbiamo sperimentato in pratica, è deleteria per la democrazia rappresentativa: il populismo la attacca esplicitamente, la tecnocrazia ne prescinde; il populismo la sovraccarica di comunicazione, la tecnocrazia decide senza comunicare; il populismo dà fin troppa voce agli umori del popolo, la tecnocrazia li silenzia. L’astensione può essere una conseguenza di questo silenziamento. Può esprimere una delega consenziente al manovratore che non vuole essere disturbato, ma può esprimere anche uno scontento e un dissenso latenti e pronti a riesplodere, in nuovi populismi o altrimenti. E delle due non si sa quale sia peggio. È molto malriposta perciò la soddisfazione perbenista (e governista) con cui i giornali mainstream si sono affrettati a leggere nel voto amministrativo il segno di una svolta moderata e riformista, per giunta originata dall’esperienza della pandemia che ci avrebbe reso tutti più assennati, più vogliosi di competenza e di prudenza, più centristi e in buona sostanza più draghiani.

Ora è vero che i voti espressi mostrano la disintegrazione (in verità già evidente prima del voto) del Movimento 5 stelle e del suo elettorato, e sgonfiano i muscoli (in verità parecchio gonfiati negli anni dagli stessi media mainstream) della Lega. Ed è vero che il centrosinistra a trazione Pd ha vinto in tre città importanti come Milano, Bologna e Napoli. Ma da qui a sostenere che si delinea una “nuova geografia del riformismo” improntata al pragmatismo post-pandemico, alla ripartenza economica e al dissequestro della democrazia rappresentativa dalla morsa populista il passo è lungo: quella metà dell’elettorato che non partecipa alla festa sta lì a ricordarci che la nuova geografia rischia ancora parecchi terremoti. La fretta di portare l’acqua del voto al mulino del governismo e del riformismo moderato occulta peraltro alcune contraddizioni di uno schema dato per acclarato.

Dati Calabria

Dilaniato dalla competizione fra Salvini e Meloni il centrodestra, si dice, ha sbagliato le candidature, che il centrosinistra invece ha ponderato e azzeccato. Sarà, ma se nella capitale il risultato finale è tutt’altro che garantito lo si deve anche al ritardo con cui il Pd, dilaniato a sua volta dalle sue contorsioni interne, ha definito la candidatura di Gualtieri. E se in Calabria il centrodestra torna a stravincere, lo si deve solo all’incontenibile voglia di perdere del Pd medesimo, un coacervo di faide interne incapace di costruire quel “campo largo” che predica a parole e di pervenire a una candidatura presentabile fino a luglio scorso. A meno di non credere che anche in Calabria il riformismo moderato trionfi, ma per il tramite non del Pd ma di un candidato di Forza Italia, partito in via di estinzione nel resto d’Italia che però in Calabria è vivo e vegeto grazie ai suoi potentati, e che raddoppia col suo 17% il risultato modesto dei suoi due alleati più estremisti fermandone l’avanzata all’8%: con l’unico effetto positivo che Salvini, incassata la batosta del Nord, può archiviare anche il suo sogno della conquista dell’estremo Sud.

A proposito di Calabria (dove, nessuno l’ha ricordato, vige una legge elettorale che ghigliottina la rappresentanza delle minoranze), il risultato della coalizione di De Magistris è certamente deludente rispetto alle sue mire. Ma è del tutto arbitrario associarlo di default alla “débacle populista” della Lega e dei 5 stelle come fa il coro mainstream. Intanto perché il 16% è un risultato rispettabile per una coalizione civica priva di agganci di partito o di potentati elettorali (o forse questo vale per il “moderato” Calenda ma non per l’eterno “Masaniello” De Magistris?). Ma soprattutto perché la sua connotazione non ha mai avuto niente a che fare col populismo trasversale dei 5 stelle o con quello fascistoide della Lega, e ha dato piuttosto forma e consistenza a una sinistra sociale e a un bisogno di cambiamento finora polverizzati, e comunque irriducibili al “riformismo moderato” in salsa Draghi o Pd. Da questo punto di vista, quel 16% parla più delle possibilità di una sinistra radicale – e di un riformismo di sinistra – che della ritirata dell’onda populista, ed è in questa chiave che andrà prima o poi ripensato e messo a frutto. Resta il fatto che anche in Calabria un’offerta politica stavolta più articolata, ancorché divisa, di due anni fa non è riuscita a smuovere un elettorato inchiodato alla replica degli assetti precedenti e a un’astensione ormai maggioritaria. Per una regione che degli assetti precedenti non avrebbe niente da difendere, è un enigma che si spiega in un solo modo: con un voto di conservazione ormai organizzato per pacchetti blindati – nel centrodestra come nel Pd – e uno scontento che nelle aree più attrezzate si incanala in un voto di opposizione e cambiamento (nei seggi contigui alle università De Magistris arriva oltre il 30%), in quelle più periferiche o dove il divorzio dalla politica è ormai consumato si esprime con il non-voto.

Sospetto che non si tratti di una dinamica soltanto calabrese, e che un analogo funzionamento del voto e del non-voto connoti anche altre realtà, al sud e non solo al sud. Resta sul campo perciò una domanda cruciale: il governo “da remoto” di Mario Draghi sta effettivamente riordinando il campo politico all’insegna di una modernizzazione europeista e di un riformismo moderato e centrista sorretto dalla colonna portante del Pd, o sta piuttosto accentuando la divaricazione fra una delega politica che si accontenta di un po’ di stabilità e un esodo dalla politica che non vede possibilità né agenti del cambiamento? Mentre in tanti si affannano a valutare gli scostamenti percentuali fra Salvini e Meloni e le gradazioni d’intesa fra Letta e Conte, c’è chi pensa a come “stabilizzare” ulteriormente questo quadro azionando il solito dispositivo della riforma istituzionale e costituzionale. Un bel semipresidenzialismo o un’ennesima trovata peggiorativa della legge elettorale potrebbero essere più efficaci di tante perorazioni sulla rivitalizzazione di partiti forse vaccinati dal populismo ma non per questo meno sclerotici. La tecnologia farà il resto: in Cina le città amministrate dall’intelligenza artificiale sono già in via di sperimentazione, e i referendum convocati via internet lo sono già qui da noi.

 

L’articolo è apparso sul sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)

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