Il parlamento è vittima della sua debolezza

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parlamento e referendum

La velocità con cui sono state raccolte le firme online per i referendum sulla cannabis e l’eutanasia ha sorpreso e sconcertato molti. Invero, era da tempo agli atti la richiesta di semplificare le barocche modalità che circondavano le richieste referendarie. Vedremo come andrà. Tenendo conto che le nuove tecnologie tendono a imporsi, magari lentamente, ma ineluttabilmente.

Basti pensare, ad esempio, che nella raccolta delle firme per i referendum il problema non era solo dato dalle complicazioni dei banchetti, ma anche successivamente dalla trasmissione dei certificati elettorali da parte dei comuni, talora in ritardo o del tutto inerti. Ora l’articolo 38 quater del decreto-legge 77/2021, convertito in legge 108/2021, estende la digitalizzazione ai comuni. Ma quanti potranno ottemperare?

Prima o poi si capirà che la tecnologia disponibile consentirebbe una verifica sui certificati elettorali fatta in tempo reale, all’atto stesso della richiesta di firmare per i referendum, dalla stessa piattaforma che si dovrà (dovrebbe) attivare. Questo cancellerebbe complesse e ormai inutili fasi organizzative. Del resto, qualcuno vuole scommettere che di qui a qualche decennio useremo ancora in via esclusiva la tessera elettorale da timbrare in presenza al seggio? O voteremo anche online, per elezioni politiche e locali oltre che per i referendum?

Le regole del gioco cambiano. Non c’è dubbio che la Costituzione abbia una preferenza per la democrazia rappresentativa. Non a caso il costituente ha scritto nell’articolo 75 la richiesta di 500mila firme. Nell’Italia del tempo, senza la televisione e i social, quella cifra significava consegnare le chiavi dell’accesso referendario a uno o più dei grandi partiti di massa, o un forte sindacato: i soli soggetti in grado di raccogliere tante firme. E il costituente certo non anticipava il grave indebolimento di quei soggetti, e il contemporaneo sorgere di nuovi canali di formazione del consenso.

Ha ragione Pallante quando su queste pagine scrive che il problema è il parlamento. Quello che accade non è un attacco all’istituzione, ma un esito della sua debolezza. Ma come si rafforza un parlamento? Come si può recuperare una capacità rappresentativa dopo lo sciagurato taglio? Fa senso vedere chi non ha contrastato allora il populismo di palazzo preoccuparsi ora del populismo che può nascere fuori del palazzo. E il parziale correttivo di una legge elettorale proporzionale volta a popolare le assemblee di autorevoli rappresentanti scelti dai rappresentati? La prospettiva si allontana ogni giorno di più. E si può rafforzare un parlamento senza consolidare i soggetti politici che in esso operano? Come, e con quali esiti? A meno di sorprese, gradite quanto improbabili, il futuro sembra riservarci per un tempo non breve un parlamento debole e poco rappresentativo.

E allora non demonizziamo un più agevole correttivo referendario. Oggi preoccupa alcuni che sia nelle mani di minoranze combattive, su temi divisivi o di nicchia. Si teme una destabilizzazione e un populismo dilaganti. E se domani invece servisse alle opposizioni, in un parlamento nel quale una legge in vario modo maggioritaria e i numeri ridotti consentono alla maggioranza di mettere la mordacchia a ogni dissenso? Una maggioranza magari di destra reazionaria e non di illuminato conservatorismo? Una maggioranza che sacrifica al dio mercato diritti e libertà? Il popolo sovrano potrebbe essere il vero argine.

La pressione potrebbe in parte scaricarsi anche sulla corte costituzionale. Qui può tornare utile il suggerimento, avanzato su queste pagine da Fabozzi, di anticipare il giudizio di ammissibilità. Senza farsi però troppe illusioni. La proposta non è nuova, e voleva fin qui evitare un carico inutile per gli organizzatori e per la cassazione. Servirebbe domani a difendere la stessa corte costituzionale da assalti di populismo da social. E la corte sarebbe probabilmente chiamata a ripensare le maglie con cui ha ingabbiato il referendum ex articolo 75.

Ci aspettano anni difficili, e di cambiamento. Si imporranno nuovi modi di fare politica. È possibile che cerchino l’agone referendario temi che sarebbe meglio lasciare a un più meditato dibattito. È accaduto, accade (ad esempio, per quelli sulla giustizia), accadrà. Nel caso, bisognerà battersi perché falliscano l’obiettivo. Ricordando che togliere preventivamente la parola al popolo sovrano affatica la democrazia molto più che darla.

 

 

L’articolo è stato pubblicato su “Il manifesto” del 22 settembre 2021

Massimo Villone

Massimo Villone, professore emerito di Diritto costituzionale nell'Università "Federico II" di Napoli ed editorialista del quotidiano “il manifesto”, è presidente del Coordinamento per la Democrazia costituzionale e del Comitato per il NO al taglio del Parlamento.

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