Quei mujiaheddin sanguinari che un tempo chiamavamo eroi

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Da una settimana i taleban sono padroni di Kabul. Eppure è come se tra loro e l’aeroporto, in mano agli occidentali, un raccoglitore di lente agonie ma in piena luce, ci fosse un mare invalicabile. La città, e ancor di più il resto di questo enorme Paese, fiero arso desolato incantevole, sembrano caduti invece in un mondo minerale, in perenne buio. La grande vallata nera delle favole, la valle della prova. Nessun soccorso lì, nessun scampo agli errori, si è affidati alla discrezione di un dio crudelissimo. Un luogo invaso da un silenzio pieno di oscuri, tetri e irrisolti misteri, che è impossibile spremere fuori dall’insignificante e dall’impreciso. Le voci che arrivano da questo spazio minaccioso sono solo echi raccolti dai fuggiaschi. Si ripete, in fondo, quello che è accaduto nel territorio inghiottito nel 2014 da un altro Stato dell’islam totalitario, il califfato nella terra dei due fiumi. Con la differenza che questa volta una parte di noi, del nostro mondo, è rimasta incagliata all’interno di quella terra improvvisamente sconosciuta, paurosamente segreta.

Un funzionario della Croce rossa ha raccontato così quando i taleban hanno iniziato a pattugliare le strade della capitale, come se fossero usciti dal nulla: «I soldati che erano così tranquillizzanti semplicemente non c’erano più, al loro posto questi uomini malvestiti, alcuni senza scarpe, armati, enigmatici. Sembrava fossero arrivati da un altro pianeta».

Da un altro pianeta: che perfetta e ingenua definizione del nulla che sappiamo di questa gente oltre le barriere, fragilissime, dell’aeroporto. Che assomiglia sempre più al quartiere delle legazioni straniere nella Pechino assediata da altri “diavoli”, i fanatici Boxer. E quella estraneità si nutre e rafforza di voci, paure, massacri e intimidazioni che nessuno può controllare: setacciano le case, uccidono, cercano le vedove per darle in pasto ai guerrieri, preparano elenchi di sanguinose prescrizioni, si alleano con i terroristi universali…Un mondo di orchi con cui avere contatti è di per sé pericoloso.

Provo a ribaltare il punto di vista. Delle angosce dei fuggiaschi, del loro dramma e della infusa tenacia dei salvatori so, vedo, leggo. Ma quei guerrieri in turbante che controllano le strade e pattugliano i marciapiedi dall’altra parte, molti poco più che ragazzi con facce caravaggesche, che pensano? Lo sguardo dell’orco… Non cerco giustificazioni ma anche i nemici son fatti della materia che è eterna dell’uomo e a me questa materia interessa. Ho vissuto con jihadisti in un altro luogo del modo. E le storie dell’odio si assomigliano tutte, come quelle del dolore.

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Il taleban dunque, padrone di Kabul. La maggioranza arriva dai villaggi del Sud-Est, la grande terra pashtun. Luoghi poveri come la polvere, un mondo duro, che non ammette né dubbi né incertezze né debolezze. Non ha certo studiato nelle madrasse, non sa cosa siano partiti e politica. La sua modernità è sempre stata il fucile: accarezzato, curato, fa parte del suo corpo: se lo trascuri si rompe, lo pulisce tutte le sere, quell’arma è la sua vita, perderla è morire, è la sua donna, i suoi figli.

Per anni è stato nascosto sulle montagne, è vissuto di niente, il freddo degli inverni non lo ha ucciso, il suo era il mondo della notte quando scendeva nei villaggi a prender cibo, a saldare i conti con i traditori. È ancora vivo, gli sembra incredibile, un regalo di dio: nonostante i droni, i bombardieri, gli elicotteri, le mine, i rastrellamenti di americani e afghani. Prima dell’attacco una breve preghiera per raccomandarsi a dio. Poi passare sotto un drappo teso in cui è deposto un piccolo corano. Ha ucciso, ha visto molti compagni morire. C’è Dio nel suo mondo. E la morte come amica intima. L’oggetto invisibile che cancella tutto. Adesso cammina vincitore per le strade di Kabul, la grande città del grande mondo, l’universo in un granello di sabbia. Essere sospeso spaesato tra palazzi ville negozi, che erano la vita quotidiana di quelli che hanno cercato di ucciderlo, ricchi con i soldi degli americani. La Storia gli romba nella testa, lo rende sordo, feroce, implacabile. Per lui sono soltanto traditori, musulmani che si sono venduti allo straniero e hanno ucciso altri afghani, gente che vive in modo diverso, che ha cercato di cancellare il suo mondo antico, povero, ordinato, comprensibile, eterno. Che potrebbe desiderare se non vendicarsi?

Eppure c’è stato un tempo in cui i jihadisti afghani erano nostri amici, li trovavamo eroici, pittoreschi. Si chiamavano, ancor più esplicitamente, «combattenti della fede impegnati nella guerra santa», mujiaheddin. Lottavamo contro le ambizioni egemoniche della Unione sovietica. Le donne erano anche allora umiliate e seppellite nel burqa, comprate vendute, inesistenti. Ma quei taleban, quegli integralisti non erano fanatici, pazzi di dio, barbari. Il consigliere per la sicurezza del presidente americano Brzezinski li incitava: «Questa terra è la vostra, riprenderete le vostre case e le vostre moschee. La vostra causa è giusta: Dio è con voi».

 

L’articolo è stato pubblicato su “La Stampa” del 25 agosto 2021 col titolo Quei mujiaheddin sanguinari che un tempo chiamavamo eroi

Domenico Quirico

Reporter per il quotidiano torinese La Stampa, caposervizio esteri. È stato corrispondente da Parigi e inviato di guerra. Nell'agosto 2011 viene rapito in Libia e liberato dopo due giorni, il 9 aprile 2013di lui si perde ogni traccia mentre si trova in Siria come inviato di guerra, il 6 giugno viene diffusa la notizia che è ancora vivo E Viene infine liberato l'8 settembre 2013, dopo 5 mesi di sequestro. Nel 2015 vince la sezione saggistica del Premio Brancati con Il grande califfato. Nel 2016 in chiusura delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, viene presentato fuori concorso il documentario Ombre dal Fondo diretto da Paola Piacenza in cui di fronte alla telecamera Domenico Quirico ripercorre il suo rapporto con il giornalismo e il rapimento in Siria. Tra le sue numerose opere: Squadrone bianco. Storia delle truppe coloniali italiane, Mondadori, 2003. Tra le sue numerose opere: Adua. La battaglia che cambiò la storia d'Italiai, 2004; Primavera araba. Le rivoluzioni dall'altra parte del mare, 2011; Il paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria, 2013; Il grande califfato, 2015. Esodo. Storia del nuovo millennio, 2016; Succede ad Aleppo, 2017; Morte di un ragazzo italiano - In memoria di Giovanni Lo Porto, Neri Pozza, 2019; La sconfitta dell'Occidente, con Laura Secci, 2019.

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One Comment on “Quei mujiaheddin sanguinari che un tempo chiamavamo eroi”

  1. Eh bravo Quirico! In Italia c’e ancora liberta’ di parola, quindi hai diritto di descrivere dei selvaggi arretrati e feroci, mostrando i loro occhi verdi, ricordando che sono poco piu’che ragazzi, sottolineando la loro umanita,quasi affascinante nel suo mistero.Credevo che un giornalista esperto avesse il dovere di farci capire qualcosa in piu’, di farci fare un passo avanti. Invece cerchi di sedurci con delle impressioni/sensazioni, proprio come forse i talebani hanno sedotto te. Che peccato! Che talento sprecato!

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