Next Generation in dieci passi

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Next Generation 1

 

 

1 –  RIVOLUZIONE ENERGETICA CON MAGGIORE SPAZIO ALLE RINNOVABILI ED ELETTRIFICAZIONE DEI TRASPORTI

Cosa chiediamo.

Sbloccare con investimenti e procedure semplificate il settore delle rinnovabili

  • Superare il PNIEC intervenendo in modo più incisivo sulla elettrificazione dei trasporti e definendo obiettivi più sfidanti sul fronte delle rinnovabili, anche attraverso riforme che ne favoriscano lo sviluppo: la quota di rinnovabili sui consumi finali lordi al 2030 deve salire dal 55% del vecchio piano a circa il 70% del mix produttivo.
  • Sbloccare il settore delle rinnovabili, la cui velocità di espansione deve crescere di cinque-sei volte rispetto alla situazione attuale, con investimenti crescenti e procedure di autorizzazione semplificate.
  • Introdurre semplificazioni sia ai rifacimenti di impianti solari ed eolici a fine vita che alla costruzione di impianti a fonti rinnovabili di grandi dimensioni (ad esempio il solare). Ampliare la non assoggettabilità a VIA nelle aree industriali (10 MW) e a maggior ragione in quelle dismesse.
  • Promuovere in modo ambizioso l’agrivoltaico compatibile con le tipologie produttive agricole, l’installazione di impianti solari galleggianti (ad es. sui bacini delle centrali idroelettriche) e lo sviluppo dell’eolico offshore e galleggiante.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Ci sono alcune note positive come l’inserimento delle Smart Grid, degli elettrolizzatori per 1 GW, l’agrovoltaico che si aggiunge all’agrisolare ma con obiettivi limitati. Non è chiaro, inoltre, se le riforme per sveltire le autorizzazioni alle rinnovabili consentiranno di vedere una crescita di almeno 6 GW all’anno, oltre 6 volte rispetto a quanto registrato l’anno scorso. Gli obiettivi rinnovabili sono nel complesso troppo bassi (porterebbero a 5 GW di potenza aggiuntiva in 5 anni), un misero 0,2 GW per impianti offshore e innovativi che equivale a una piccola frazione del potenziale oggi stimato per l’Italia di circa 5 GW. Ci sono 2 GW di obiettivo per le comunità energetiche ma solo per i comuni sotto i 5mila abitanti. Non ci sono politiche industriali per dare una spinta a l’elettrificazione dei trasporti e alla rispettiva filiera, mentre trovano spazio una serie di soluzioni (biometano, idrogeno e gas) da non percorrere per quanto riguarda il settore dei trasporti.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

 

2 –  INTERVENTI NELLE INFRASTRUTTURE DI RETE E DI ACCUMULO DELL’ENERGIA, A PARTIRE DALLE BATTERIE

Cosa chiediamo.

Potenziare le infrastrutture di rete e investire in sistemi di accumulo dell’energia ed efficienza energetica.

  • Affrontare in modo strutturale, e prioritario, il tema degli accumuli e delle batterie per la rete elettrica.
  • Ripianificare gli interventi previsti sulla rete elettrica che sono al momento tarati su un obiettivo insufficiente legato al vecchio PNIEC.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Positivo l’inserimento delle Smart Grid, degli elettrolizzatori per 1 GW. Ma sparisce la distinzione per l’idrogeno e quindi si potrà investire anche su idrogeno blu (metano e CCS). Su accumuli e rinnovabili si introduce la voce per 1 miliardo che appare, troppo poco rispetto all’obiettivo di crescita necessario . Nonostante il numero di colonnine di ricarica per i veicoli elettrici sia aumentato nell’ultima versione del Piano, come quota parte di un PNIEC da rivedere e restiamo ancora lontani da quello che dovrebbe essere l’obiettivo al 2030 (almeno 100 mila punti di ricarica pubblica sul territorio nazionale).

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 4

 

3  – STOP A PROSPEZIONE, RICERCA ED ESTRAZIONE DI IDROCARBURI E NIENTE FONDI PER IMPIANTI DI CATTURA CO2, BIORAFFINERIE O PRODUZIONE DI CARBURANTI DA PLASTICHE

Cosa chiediamo.

bloccare le Trivelle e i nuovi progetti fossili di stoccaggio della CO2

  • Non usare i fondi europei per progetti di cattura e stoccaggio della CO2 (CCS), bioraffinerie o impianti di produzione di carburanti da plastiche non riciclabili.
  • Introdurre immediatamente un divieto permanente a ogni nuova attività di prospezione, ricerca e estrazione di idrocarburi a terra e a mare, e una legge che stabilisca un termine ultimo alla validità delle concessioni in essere – al massimo entro il 2040, come fatto in Francia, per fermare definitivamente le trivellazioni nel nostro Paese.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Ci sono (fondati) timori che il CCS (Cattura e Stoccaggio della CO2) – non esplicitamente citato dal Piano – possa trovare spazio nei progetti per l’idrogeno (blu) come ammesso dalle dichiarazioni del ministro Roberto Cingolani. I sette decreti di VIA sui quali il ministro della Transizione ecologica ha posto la propria firma nelle ultime settimane (che riguardano altrettanti rinnovi di concessioni, progetti di messa in produzione di pozzi e di perforazione, sia offshore che onshore) lasciano intendere che si vuol proseguire con l’estrazione di fossili e nessuno stop alle trivelle è ipotizzato, al momento.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

 

4 –  RICONVERSIONE DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI, CON RIDUZIONE DEL 50% DEGLI ANIMALI ALLEVATI E DEGLI IMPATTI AMBIENTALI

Cosa chiediamo.

Non finanziare più gli allevamenti intensivi e riconvertirli imponendo la netta riduzione degli animali allevati

  • Ridurre del 50% il numero di animali allevati al 2050, usando i fondi pubblici già destinati al settore zootecnico per apposite misure che accompagnino gli allevatori in questa transizione.
  • Non destinare più sussidi agli allevamenti intensivi a meno che questi non siano vincolati a efficaci misure di riduzione degli impatti ambientali, a partire dalla riduzione delle consistenze zootecniche.
  • Non destinare più fondi pubblici a campagne promozionali che incoraggino il consumo di prodotti di origine animale provenienti da allevamenti intensivi.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Il comparto agricolo è il grande assente dalla “transizione verde”, in particolare la zootecnia intensiva. Da un lato non sono previsti investimenti e misure concrete per ridurre il numero dei capi allevati, passaggio necessario per mitigare realmente gli impatti ambientali del settore, dall’altro viene dato ampio spazio allo sviluppo del biometano, una tecnologia che potrebbe contribuire alla decarbonizzazione, ma che in assenza di una politica agricola orientata alla riduzione dei capi allevati, rischia addirittura di provocarne l’aumento con relative conseguenze su ambiente e salute, soprattutto in aree già fortemente colpite dagli impatti del settore zootecnico intensivo. Ricordiamo, ad esempio, che le grandi quantità di ammoniaca provenienti dagli allevamenti intensivi li classificano come seconda causa di formazione di polveri sottili in Italia con particolare concentrazione in pianura padana, la cui situazione per la qualità dell’aria è molto critica.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

 

5 –  PROMOZIONE DELL’AGRICOLTURA BIOLOGICA E TUTELA DELLA BIODIVERSITA’ AGRICOLA

Cosa chiediamo.

Promuovere un’agricoltura ecologica senza pesticidi, rispettosa di ambiente e biodiversità

  • Drastico incremento di pratiche biologiche e agroecologiche per arrivare ad avere almeno il 40% di superficie agricola dedicata all’agricoltura biologica entro il 2030;
  • Raggiungere e superare l’obiettivo del 10% delle aree agricole da destinare alla tutela della biodiversità indicato dalla Strategia Europea Biodiversità 2030.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Nessun investimento per incrementare la superficie agricola dedicata all’agricoltura biologica – come peraltro indicato anche dalla strategia europea “Farm to Fork” – o di investimenti in agroecologia per ridurre gli impatti del settore agricolo e creare valore aggiunto alle produzioni nazionali. Puntando unicamente sull’agricoltura di precisione, il settore non può compiere la transizione necessaria dato che non è questo l’obiettivo dell’agricoltura di precisione, ma quello di una “gestione aziendale” finalizzata ad una molteplicità di scopi, come l’aumento dell’efficienza produttiva ed economica, che solo in alcuni casi possono essere accompagnati anche da benefici ambientali. L’agricoltura di precisione, inoltre, si basa su livelli tecnologici che rischiano di mettere ancora più in difficoltà le piccole aziende.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

6 –  PREVENZIONE E RIDUZIONE DEI RIFIUTI PRODOTTI, SECONDO IL MODELLO EUROPEO, CON INTERVENTI PRIORITARI CONTRO IL MONOUSO

Cosa chiediamo.

Ridurre i rifiuti prodotti disincentivando il monouso e lo spreco di risorse naturali

  • Introdurre misure urgenti che seguano i principi base indicati dall’Europa: la prevenzione e la riduzione dei rifiuti prodotti, intervenendo in via prioritaria sulla frazione monouso.
  • Introdurre rigidi meccanismi di responsabilità estesa del produttore, soprattutto per le frazioni non riciclabili, che coprano i costi connessi all’intero ciclo di vita di un prodotto e gli impatti ambientali e sanitari che ne derivano. • Sulla Plastic Tax non c’è più tempo da perdere ed è opportuno impedire il ricorso ad altri materiali che consentano di mantenere una modello di business basato sulla logica del monouso.
  • Non servono nuovi inceneritori.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Nessuna svolta sulla prevenzione, né misure per la riduzione della produzione di rifiuti o l’innovazione necessaria a ridurre il ricorso all’usa e getta specie per la plastica. Un percorso, quello delineato nel PNRR, che potrebbe aprire all’uso massiccio di inceneritori con pericolosi rischi sanitari. Rispetto alle precedenti bozze del PNRR, nella versione approvata dal parlamento, gli investimenti nel settore dell’economia circolare si riducono di oltre il 30%, mentre permane l’errore sistemico che la identifica come mera gestione dei rifiuti ai fini del riciclo. Non c’è traccia di interventi su prevenzione e riduzione a monte dei rifiuti prodotti né sulla responsabilizzazione dei produttori. Viene identificato obiettivo di riciclo dei rifiuti in plastica (65%, senza indicare l’anno di raggiungimento dell’obiettivo): questo target spalanca le porte a inceneritori e altri sistemi di trattamento non circolari. Se si considera che i fondi europei per il PNRR verranno in parte recuperati dall’UE attraverso la Plastic Tax – determinata dalla frazione dei rifiuti in plastica non riciclati da ogni singolo stato – la scelta di non ridurre i rifiuti in plastica non riciclabili sembra più una forma di protezionismo degli interessi delle lobby industriali. Le nostre stime, infine, indicano che, con i dati di riciclo del 2019, l’Italia potrebbe versare 900 milioni di euro l’anno, molto di più della quota che il PNRR destina ai progetti “faro” su economia circolare.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

7 – INVESTIMENTI PER IL DESIGN ECOLOGICO DEI PRODOTTI, E SVILUPPO FILIERE DI RICICLO NEI SETTORI CHIAVE DEL MADE IN ITALY, A PARTIRE DAL TESSILE

Cosa chiediamo.

Incentivare filiere del made in Italy orientate al riuso, riciclo, durabilità e riparabilità dei prodotti

  • Per favorire la riduzione dei rifiuti, sono necessari investimenti su riuso, durabilità, riparabilità ed ecodesign.
  • Introdurre regimi di fiscalità agevolata per le aziende che ricorrono a sistemi basati sullo sfuso e sulla ricarica in modo da portare la quantità di beni venduti con tali modalità al 50% entro il 2030.
  • Nel tessile, uno dei settori chiave del Made in Italy, è necessario promuovere ed agevolare fiscalmente approcci come quello del Consorzio Italiano Detox per l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose e lo sviluppo di filiere per il riciclo partendo dalle competenze presenti nei distretti italiani.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Positivi in questa sezione alcuni spunti come il 55% riciclo RAEE, 100% riciclo del tessile tramite centri di raccolta (hubs), ma questi obiettivi sembrano del tutto irrealizzabili con l’irrisorio budget destinatogli nel PNRR (0,6 Miliardi di euro). Nessun cenno, inoltre, a modelli di business alternativi basati sul riuso e/o la riparazione per superare l’usa e getta, né alla fiscalità agevolata, mentre l’ecodesign compare in una lunga lista di buoni propositi da inserire nella riforma dell’economia circolare (da adottare entro giugno 2022).

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

8 – CITTÀ SOSTENIBILI, CON INVESTIMENTI PER MOBILITÀ ALTERNATIVA, AREE VERDI E IL RECUPERO DELLE PERIFERIE PER SUPERARE LE DISEGUAGLIANZE

Cosa chiediamo.

Promuovere la mobilità sostenibile e le aree verdi in città, dal centro alla periferia

  • Promuovere un cambiamento sistemico nelle città, a partire dalla mobilità alternativa pubblica e accessibile a tutti, elettrificando i trasporti e con la creazione (o la riqualifica) di aree verdi, fino agli investimenti nelle periferie per abbattere le disuguaglianze sociali ed economiche e allo sviluppo delle reti di trasporto su rotaie locali e regionali.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Pessima la valutazione delle misure di sviluppo della mobilità sostenibile – una “cura del ferro” che basterebbe forse per la sola città di Roma – e investimenti nella mobilità ferroviaria locale limitati che, tra l’altro, migliorerebbero ben poco la qualità dell’aria delle nostre città che come sappiamo ha un forte impatto sanitario e in termini di mortalità in eccesso. In particolare si investe pochissimo in mobilità attiva, in trasporto pubblico a zero emissioni e sui treni locali e regionali. Mancano anche interventi per ridurre la mobilità privata a fronte di un tasso di motorizzazione tra i più alti in Europa (più di 66 auto ogni 100 abitanti). Nessun investimento aggiuntivo su sicurezza stradale. Per quanto riguarda le aree verdi urbane, le misure risultano concentrate principalmente nelle 14 città metropolitane del Paese, dove si prevede di piantare almeno 6,6 milioni di alberi per 6.600 ettari di foreste urbane, quindi solamente un’area totale poco più grande alla Repubblica di San Marino divisa su 14 città. I finanziamenti per forestazione e rimboschimento non devono riguardare esclusivamente le città metropolitane, ma interessare anche il resto del territorio nazionale ed essere basati su un piano nazionale di forestazione urbana.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

9 -TUTELA DEL PATRIMONIO FORESTALE ITALIANO E DELLA BIODIVERSITÀ MARINA, CON AMPLIAMENTO DELL’ATTUALE RETE DI AREE PROTETTE

Cosa chiediamo.

Investire per proteggere almeno il 30% del nostro territorio e dei nostri mari entro il 2030 e rafforzare la tutela del patrimonio naturale italiano.

  • Tutelare e irrobustire il patrimonio forestale del Paese garantendone il contributo in termini di assorbimento di carbonio con modelli di gestione prossimi alla natura, azioni di prevenzione degli incendi, monitoraggio delle quantità di legno prelevate e denunciando le false soluzioni (biomasse forestali per produzione energetica; rimboschimenti compensativi; piantumazione di alberi).
  • Mantenere e garantire con gli investimenti necessari l’impegno di tutelare il 30 per cento del nostro territorio e dei nostri mari entro il 2030, partendo dal rafforzamento e ampliamento dell’attuale rete di Parchi Nazionali e Regionali e Aree Marine Protette.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Il piano assegna – con un piccolissimo passo avanti rispetto a quanto visto nelle bozze precedenti – meno dell’1% dell’intero ammontare dei fondi alla tutela della biodiversità. In particolare, se è positivo che si ponga finalmente un focus specifico sulla tutela e il ripristino della biodiversità terrestre (interventi per l’area del Po, misure di riforestazione urbana) e degli ecosistemi marini, siamo però ancora lontani dal riconoscerne il ruolo centrale per i numerosi servizi “ecosistemici” da cui dipendono le nostre vite e la nostra salute. Manca l’ambizione necessaria in termini di investimenti e non vi sono indicazioni su come si intenda davvero invertire la tendenza al degrado e perdita degli ecosistemi: servono interventi mirati per la tutela degli habitat e per ampliare la rete di aree protette dei nostri territori e mari. A leggere il PNRR e senza avere chiarezza sui progetti il timore è che la maggior parte degli investimenti vadano a finanziare misure di monitoraggio e ripristino piuttosto che decise iniziative a tutela delle aree di maggior valore per la biodiversità.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 4/5

10 – OBIETTIVO DI RICONVERSIONE DELL’INDUSTRIA MILITARE, A FAVORE DI SALUTE E BENESSERE DEI CITTADINI

Cosa chiediamo.

Riconvertire l’industria militare mettendo al centro della sua mission la lotta alle vere minacce a cittadini e ambiente

  • Inserire come obiettivo del PNRR la riconversione dell’industria militare, vincolando i fondi alla transizione verso la human security e lo sviluppo del sistema sanitario. Un’economia disarmata e sostenibile che metta al centro la salute e il benessere dei cittadini.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Il governo non ha inserito la riconversione dell’industria militare tra gli obiettivi del Recovery Plan. Greenpeace aveva chiesto che il settore della Difesa si convertisse alla produzione civile e sanitaria per difendere cittadini e ambiente dalle vere minacce: la crisi climatica e la pandemia. L’esecutivo è almeno riuscito a contrastare il tentativo dell’industria bellica di mettere le mani sui soldi delRecovery: un assalto che aveva incassato anche il sostegno del Parlamento, con la richiesta di Camera e Senato di “incrementare la capacità militare” e di “valorizzare anche il comparto della Difesa nell’impegno complessivo per la ripresa e il rilancio del Paese”. Tutto questo anche se uno studio del Parlamento europeo ha calcolato che la spesa italiana per gli armamenti ha un indice di spreco del 90 per cento. Il governo, però, si è riservato di finanziare con un provvedimento ad hoc i progetti meritevoli, ma esclusi dal PNRR per incompatibilità con i criteri più stringenti. Non resta che augurarsi che non si riferisse proprio ai desiderata dell’industria bellica.

 Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 5

 

→ Le regole del gioco
Cosa chiediamo.
  • La procedura per l’elaborazione del PNRR deve essere trasparente e soggetta a consultazione pubblica.
  • I piani e programmi in esso contenuti devono essere soggetti a Valutazione Ambientale Strategica (VAS) ed i singoli progetti alle verifiche di impatto ambientale (VIA).

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Lo spazio di dibattito pubblico e parlamentare del PNRR è stato troppo esiguo. L’assenza, inoltre, delle schede progettuali non consente una verifica dei singoli progetti davvero trasparente. Il Parlamento e le parti sociali non dovrebbero essere tenute a distanza dalla progettazione delle decisioni che il Paese deve prendere per realizzare gli obiettivi del Next Generation EU. A fare la differenza dovrebbe essere proprio quella «mobilitazione collettiva» evocata dallo stesso presidente Mario Draghi con le parti sociali, per trovare nel Paese la capacità di programmare e realizzare in tempi rapidi gli interventi.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

ROMA, 29 aprile 2021

 

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