L’Italia, la Libia e i migranti: tra silenzi e intercettazioni

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Molti giustamente hanno condannato le parole di apprezzamento che Mario Draghi ha usato nei confronti delle autorità libiche per il salvataggio di vite umane nel Mediterraneo. Come se tuttora quei porti non fossero marchiati “non sicuri” perché i “salvati” sono di regola destinati a campi di detenzione, ove le organizzazioni umanitarie dell’ONU hanno accesso limitato o inesistente, proprio a causa delle atrocità che vi sono commesse. Lo stesso Draghi ha invertito la rotta in una successiva conferenza stampa in cui ha asserito di avere chiesto ai suoi interlocutori libici di chiudere quei campi. Immagino con molta discrezione, perché la partita in cui egli s’impegna è quella delle presenze economiche in Libia.

In realtà Draghi ha ereditato il problema dei salvataggi mediterranei dai governi che lo hanno preceduto, a partire da quello presieduto da Renzi, con delega di Minniti ai servizi segreti. La vera responsabilità del nostro Paese, tutto intero, compresi i pochi rari nantes che non hanno saputo far sentire tempestivamente la propria voce dissenziente, è quella di avere consentito ai propri rappresentanti di stimolare e sostenere  la costituzione di questi campi di prigionia, trasformando scafisti in guardiani violenti, e una pressoché inesistente guardia costiera libica in squali a caccia di carne umana. È questa la semplice e brutale realtà che stenta a farsi strada, anche a quattro anni di distanza, pur in presenza di un dibattito senza precedenti, non a caso innescato dai soprusi subiti da alcuni giornalisti e, di riflesso, dalla libera ricerca dell’informazione (cfr. Domenico Gallo, I governi passano l’onta resta, in Chiesa di tutti chiesa dei poveri, 11 aprile). Si è diffusa la giusta condanna delle intercettazioni di giornalisti a seguito dell’inchiesta della procura di Trapani contro una nave ONG impegnata nel salvataggio di migranti (cfr., ad esempio, Vladimiro Zagrebelsky, La Stampa, p. 1, 6 aprile), confermata da una sentenza della Corte Europea dei diritti umani secondo cui questi e altri casi costituiscono delle violazioni del vigente diritto internazionale (cfr. Marina Castellaneta, Weekly Newsletter,  9 aprile, sentenza Sedleska contro Ucraina).

Gli interrogativi cruciali che si pongono sono almeno due.

Quale autorità, al di là del pubblico ministero di Trapani, ha ordinato e gestito le intercettazioni di una schiera di giornalisti tutti impegnati a indagare non sullo specifico atto processuale ma, più in generale, sui destini dei migranti provenienti dalla Libia e diretti verso l’Italia o altri approdi mediterranei? Si ipotizza il ruolo della centrale di polizia di Roma o, addirittura, di Marco Minniti la cui nomina a ministro dell’interno coincide con l’inizio delle intercettazioni contestate. Da qui le sue imbarazzate risposte a Paolo Griseri (cfr. La Stampa, 7 aprile), che sottacciono il suo ruolo di sottosegretario di Stato con delega ai servizi segreti nel precedente governo Renzi.

In secondo luogo, qual era lo scopo di queste palesi violazioni della privacy inerente alla protezione delle fonti di cronaca? A questo proposito, Nello Scavo – le cui inchieste per Avvenire sono state decisive al fine di rivelare a un più ampio pubblico italiano i rapporti tra interlocutori libici e nostre autorità – e Nancy Porsia (cfr. Domani, 5 aprile) osservano come modalità e contenuti delle intercettazioni da loro subite coincidono con le loro inchieste sui rapporti tra Governo italiano e gestori libici dell’accoglienza riservata ai migranti. Tutta questa controversia riguardante la violazione dei diritti di cronaca, ormai ampiamente visibile nei media italiani, risulta politicamente comprensibile soltanto se collegata con l’improvviso quanto drastico rallentamento del flusso immigratorio che risale all’estate del 2017, per l’opera svolta da Minniti in quanto sottosegretario del governo Renzi e ministro dell’interno del governo Gentiloni. Il precedente Governo, presieduto da Enrico Letta, si era distinto per il sostegno alla guardia costiera e alla marina italiana impegnate nel salvataggio di vite umane nell’ambito del programma Mare Nostrum, successivamente sostituito dal famigerato Frontex, tuttora vigente. Aggiungo un ricordo personale. In una conversazione telefonica dell’epoca, Jan Eliasson, vice segretario generale vicario dell’ONU, mi comunicò che aveva appena rilasciato una dichiarazione di elogio all’opera svolta dalle forze navali italiane (mi disse:«Come sai, sono ex ufficiale di marina che comprende la difficoltà tecnica di queste operazioni in alto mare») malgrado l’esposizione solitaria dell’Italia a flussi immigratori incontrollati. Con l’avvento dei successivi governi cambiò tutto. Minniti, che costituiva l’elemento di continuità per l’attività svolta in Libia e nel Mediterraneo, aveva compiuto il miracolo. Nel mese di luglio 2017 gli sbarchi di migranti erano calati del 50% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nel successivo mese di agosto, gli sbarchi in porti europei, soprattutto italiani, erano addirittura ridotti a 2.729 rispetto agli oltre 18.000, sempre nello stesso mese dell’anno precedente. Un risultato conseguito da Minniti, in un secondo tempo millantato dal suo successore al Viminale, Matteo Salvini, con un’intensa attività svolta sul territorio, di cui vi è poca o nessuna traccia mediatica, persino nell’intenso dibattito dedicato agli sbarchi che, finalmente, ha assunto dimensioni politicamente ineludibili. Ma a quale prezzo fu conseguito questo risultato, politicamente importante per il diffuso clima dì ostilità nei confronti dell’immigrazione, che fosse o meno sostenuta dal diritto di asilo riconosciuto dalla normativa internazionale vigente?

È questo il punto non ancora chiarito di fronte all’opinione pubblica italiana. Non così per quanto riguarda quella mondiale. A suo tempo il New York Times aveva tempestivamente pubblicato un’inchiesta che denunciava le responsabilità del Governo italiano nella persona del suo ministro dell’interno, Marco Minniti (cfr. Declan Walsh e Jason Horowitz, 17 settembre 2017). Costui avrebbe inviato i suoi rappresentanti in Libia con il compito di indurre scafisti ed esponenti di rilevanti tribù libiche in organizzatori e gestori di campi di concentramento ove si sarebbero verificati soprusi ed orrori di ogni tipo, al fuori di ogni controllo da parte dell’UNHCR e dell’OIM. Sarebbe stato compito della costituenda guardia costiera libica, organizzata, sostenuta e finanziata dall’Italia, sottrarre i migranti in pericolo al salvataggio delle navi ONG, per poi rinchiuderli nei campi di concentramento a gestione libica. Mentre l’allora sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, escludeva ogni coinvolgimento della sua amministrazione, sempre secondo il Times, così reagiva alle insistenze dei giornalisti: «Non posso rispondere per altri, ma lo escluderei», interpellato sul ruolo dei servizi segreti italiani nella costituzione di questi gruppi. Pochi giorni dopo, un editoriale collettivo dello stesso giornale, intitolato Italy’s Dodgy Deal on Migrants (“Il losco accordo dell’Italia sui migranti”), così concluse la propria opera di denuncia (cfr. Editorial Board, New York Times, 25 settembre 2017). Vi si affermava, tra l’altro: «Mentre il sig. Minniti nega di avere effettuato pagamenti diretti a milizie o trafficanti [di migranti], è difficile credere che moneta europea, finalizzata  a  limitare flussi migratori, non stia arrivando a costoro». Per poi concludere: «Si tratta di un gioco pericoloso. Si rischia di convogliare nuovo denaro destinato ad armare fazioni rivali in Libia. E colloca l’Italia, e l’Europa, nel ruolo di assumere quali guardiani proprio coloro che traggono profitto estorcendo, affamando, riducendo in schiavitù e violentando migranti». Negli stessi giorni l’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU, Zeid Ra’ad al-Hussein, seguito dal suo collega del Consiglio d’Europa, avevano condannato con uguale durezza l’operato italiano.

A tali giudizi  – i più infamanti mai subiti dall’Italia, in epoca successiva alla caduta del regime fascista – nessun Governo italiano ha mai opposto smentita o reazione alcuna.

L’articolo è stato pubblicato sul manifesto del 17 aprile col titolo Una pagina nera nella storia d’Italia

Gian Giacomo Migone

Gian Giacomo Migone ha insegnato Storia dell'America del Nord e Storia delle relazioni Euro-Atlantiche nell’Università di Torino dal 1969 al 2010. Senatore della Repubblica per tre legislature (tra il 1992 e il 2001), eletto nelle liste del Pds e poi dei Ds, collabora attualmente con numerose riviste e quotidiani. Nel 1984 ha contribuito a fondare “L’Indice dei libri del mese” di cui è tuttora membro del Comitato editoriale e del Consiglio di amministrazione.

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