Qualche domanda scomoda sul governo di Supermario

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Mario Draghi va alla grande perlomeno fra i media dell’establishment italiano e, pare, anche europeo. Si invoca la responsabilità nazionale in nome del contrasto alla pandemia e per prendere e spendere i soldi del Recovery.

La destra per ora non prende una posizione netta. Incassa unita come una propria vittoria la caduta di Conte. I 5Stelle sono divisi, al limite della scissione. Ma la varietà dei toni sull’avvento di Draghi, dal cauto all’entusiasmo a stento trattenuto, testimoniano che non è poi tanto unito nemmeno il Pd. Del resto sulle divisioni nel Pd e nei 5Stelle aveva giocato spregiudicatamente Renzi, convinto che la crisi dei suoi principali ex alleati di governo lo può di nuovo rendere credibile come il Macron italiano. Che il progetto sia un’illusione da megalomane è indubbio, ma su quello è riuscito a tenere insieme i suoi sciagurati sodali di Italia Viva nella sua azione distruttrice. Del resto appare sempre più chiaro che è stato proprio Conte, oggi rimosso, ad avere tenuto in piedi, bene o male, l’unità e un minimo di respiro programmatico negli scombinati vascelli del Pd e dei 5Stelle.

Ora c’è Draghi. E a destra e a sinistra i suoi supporter si affannano a leggerne la biografia nel modo più congeniale a giustificarne l’appoggio. Uomo delle grandi istituzioni finanziarie e della Goldman Sachs, o allievo prediletto di Federico Caffè, come molti a sinistra hanno riscoperto dopo il suo articolo sul Financial Times dell’anno scorso. Credo che più che scavare la sua biografia servirebbe porgli alcune semplici domande sui lavori incorso.

Estenderà o no oltre marzo il blocco dei licenziamenti e prolungherà i termini della cassa integrazione Covid? Riprenderà il percorso iniziato dalla ministra Catalfo coi sindacati per una riforma in senso universalista degli ammortizzatori sociali? Manterrà gli strumenti di sostegno alle persone cadute in miseria durante la pandemia, e prima della pandemia, dal momento che il nostro Paese non si è davvero ripreso nemmeno dalla crisi del 2008? Eviterà gli aiuti a pioggia alle imprese o li vincolerà rigorosamente alla transizione digitale e verde, e all’obbligo di formare tutti i lavoratori, come del resto ci chiede l’Europa? Collegherà i finanziamenti alla scuola, alla cultura, alla sanità alla loro natura di diritti universali di cittadinanza, o resterà nella logica perversa della aziendalizzazione e del mercato che ha portato grandi danni alla nostra salute, con lo smantellamento della sanità territoriale e della prevenzione, e sulla nostra stessa possibilità di accedere ai beni primari della istruzione e della cultura? Privilegerà gli investimenti per ricucire un territorio sconvolto, per rimettere in relazione col mondo in maniera fisica e virtuale le nostre aree interne, a partire dal Mezzogiorno, o si accoderà alla retorica esclusiva ed escludente delle grandi opere? Penserà come tanti anche a sinistra che la decarbonizzazione si fa col metano o imboccherà con decisione la strada delle energie rinnovabili e dell’idrogeno verde? E potrei di queste domande continuare a farne tante altre, a partire da quelle riguardanti i diritti civili e il contrasto al patriarcato e alla violenza fisica e morale nei confronti delle donne, se sapessi chi dentro la politica, è credibilmente in grado di fargliele.

Credo che queste domande debbano partire da quanto è vivo e impegnato nella società. Dal sindacato prima di tutto, riprendendo con decisione le domande che, del resto, aveva messo in campo a proposito del Recovery di Conte. E poi dal vasto mondo dell’associazionismo culturale, sociale e ambientale, a partire dalle organizzazioni femministe e dai ragazzi del venerdì che mi auguro riprendano rapidamente la parola.

Del resto, questo vasto mondo qualche successo nell’ultima fase del governo Conte l’aveva portato a casa. Un fronte vasto, da Slow food, a La via campesina, a Greenpeace, alle associazioni dei contadini biologici, aveva ottenuto che la Commissione Agricoltura della Camera bocciasse i decreti della ministra Bellanova, che in maniera surrettizia reintroducevano l’uso degli Ogm nella nostra agricoltura. Draghi confermerà questo indirizzo, e tutelerà che lo segua il nuovo Ministro dell’Agricoltura?

E un fronte ancora più vasto, a partire dalla rete Pace e Disarmo, ha visto il successo di una mobilitazione pluriennale per bloccare l’esportazione verso l’Arabia Saudita delle armi che stanno martoriando la popolazione dello Yemen. Draghi si muoverà dentro questa linea, magari bloccando l’esportazione di armi anche verso l’Egitto e cominciando a lavorare seriamente alla riconversione della nostra industria bellica, o deciderà, come hanno fatto da sempre i governanti italiani, che «gli affari sono affari, e che se non gliele vendiamo noi gliele vende qualcun altro»?

Ecco, queste sono le domande che mi auguro che i sindacati, l’associazionismo impegnato sul fronte dell’ambiente e della pace, rivolgano, anche in maniera un po’ rumorosa, al Presidente incaricato. Scomode perché non sono possibili risposte unanimi, ma sacrosante perché un’eventuale unanimità che metta in ombra queste questioni segnerebbe non una pausa del conflitto politico in attesa di tempi migliori, ma una intollerabile regressione.

L’articolo è tratto da il manifesto del 6 febbraio