Il caso Trump e i social network

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Il 7 gennaio scorso dopo l’irruzione a Capitol Hill da parte dei suoi sostenitori, in conseguenza delle sue affermazioni in merito alla presunta falsificazione del risultato elettorale americano, Donald Trump è stato bandito da Twitter (in modo permanente) e da Facebook (per due settimane).

L’evento ha fatto il giro del modo e ha creato un grande dibattito a cui ha partecipato persino Angela Merkel dichiarando come il bando a Trump da parte dei social sia «problematico», mentre Edward Snowden lo ha considerato un pericoloso precedente e «un punto di svolta nella battaglia per il controllo sul discorso digitale». Altri commentatori sono stati più morbidi accettando che le piattaforme si trovino nel loro diritto in quanto attori privati e possano legittimamente scegliere cosa far circolare nei propri spazi. Questo gesto, e un secondo atto relativo alla piattaforma Parler – competitor di Twitter che ospita il dilagare del discorso d’odio della destra estrema – che è stata tolta da Apple Store e Google Play, oltre a essere stata sfrattata da Aws (Amazon Web Services), mostra che l’imperatore è nudo, proprio come nella fiaba. Il nodo centrale è il carattere duplice delle piattaforme social (compreso Amazon): sono proprietarie delle infrastrutture che rendono possibile la comunicazione sulla rete e il controllo dei contenuti che su questa infrastruttura circolano, o dei prodotti che sulla piattaforma si vendono. Questo doppio ruolo crea l’avvitamento sul quale ci troviamo a discutere ora, per non aver fatto ciò che sarebbe stato necessario a tempo debito.

Si tratta del processo di privatizzazione degli spazi pubblici che avviene in sordina e senza che nessuno si senta in dovere di difenderlo. Nell’handbook Critical Legal Theory a cura di Emilios Christodulidis, Ruth Dukes e Marco Goldoni (2019, Elgar) si discute ampiamente di questo corto circuito nell’ambito del diritto. Se la giustizia si privatizza e diventa una questione di bilanciamento tra diritti e interessi; se la sfera pubblica è garantita da un attore privato; se non c’è più separazione tra il privato delle nostre scelte e la loro pubblica rappresentazione; se si arriva a ritenere che la tutela free speech del primo emendamento della Costituzione americana sia messo a rischio perché un’azienda privata impedisce a qualcuno di manifestare le sue opinioni utilizzando i suoi spazi, allora è evidente la mancata regolazione della presenza del mercato nello spazio che tutela l’interesse comune.

Le piattaforme hanno giocato su questa ambivalenza. Si sono a lungo schernite: non siamo responsabili dei contenuti che ospitiamo, non li controlliamo, non li scegliamo etc. salvo poi aver svolto il loro ruolo di gatekeeper, sia chiudendo account o contenuti di persone più o meno famose, sia censurando qua e là contenuti ritenuti inadeguati (pornografici, non rispettosi del diritto d’autore, non graditi a paesi coi quali volevano entrare in affari). Inoltre, svolgono espressamente il loro ruolo di filtro tutti i giorni attraverso gli algoritmi di raccomandazione che propongono la visibilità di certi contenuti a gruppi di utenti sulla base di abduzioni circa cosa sarà più interessante in relazione alla profilazione elaborata nei loro data center.

Le piattaforme non hanno subìto nessun tipo di regolazione volta a garantire la concorrenza, mentre è stato loro permesso di acquisire i competitor prima che diventassero davvero forti e potessero quindi fornire spazi alternativi. Per il carattere transnazionale delle loro infrastrutture sono attori a livello internazionale al pari degli Stati, salvo avere delle zone chiuse dalla lotta di potere geopolitica, come nel caso della Cina. A noi, compresa Merkel, resta la consapevolezza che l’imperatore è nudo: se diamo la possibilità di costruire infrastrutture della comunicazione che crescono fino a diventare uniche amministratrici del traffico di informazioni internazionali, non possiamo poi stupirci quando esercitano la loro discrezionalità. L’errore è stato permettere loro di trovarsi in questa posizione. Il caso Parler è ancora più esplicito. Se si consente ai negozi online di app come Apple Store e Google Play di comportarsi da monopolisti in quanto proprietari dell’infrastruttura di vendita, quelli possono affossare qualsiasi App non sia loro gradita (o perché in competizione, come è spesso accaduto, o per ragioni politiche). Lo stesso vale per Amazon che possiede i data center dove le app si appoggiano per funzionare. Parler ha denunciato Amazon per interruzione del servizio e vedremo cosa succederà.

Il digitale è una realtà fisica, politica: i dati si trovano da qualche parte e circolano su infrastrutture sotto il controllo di entità geopolitiche: sono macchine, cavi, consumi energetici, protocolli di comunicazione e di funzionamento che rendono possibile la rete come la conosciamo e dalla quale sempre di più dipendiamo. Queste infrastrutture permettono l’accesso ai servizi, vitali per tutti. La sfera pubblica deve essere tutelata, regolata. È auspicabile evitare che un privato possa egemonizzare una risorsa che serve per garantire la funzionalità della convivenza comune. Regolare non basta. Bisogna anche capire quali sono gli asset strategici della democrazia e investire risorse per garantire che nessuno li possa dominare contro di lei. Si parla di sovranismo digitale: se spendiamo soldi per salvare Alitalia, forse dovremmo anche avere delle piattaforme per la circolazione di informazioni, non solo in Italia, ma almeno in Europa.

L’articolo è tratto da il manifesto del 14 gennaio