La “modernità” che farebbe impallidire Lombroso

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Cesare Lombroso sosteneva che l’origine del comportamento criminale fosse insita nelle caratteristiche anatomiche dei delinquenti, dotati di anomalie e atavismi capaci di determinare comportamenti socialmente devianti. Convinto sostenitore della teoria frenologica, un’estensione della più antica dottrina fisiognomica, secondo cui dall’esame della morfologia del cranio degli individui è possibile dedurne caratteristiche psicologiche e morali, Lombroso propose persino di separare i bambini che nel corso delle misurazioni di viso e corpo, risultavano intellettualmente inferiori rispetto ai loro compagni «meglio dotati».

Screditate e bollate come pseudoscienze, oggi fisiognomica e frenologia le ritroviamo dove meno ce le aspetteremmo: negli algoritmi che fanno funzionare l’intelligenza artificiale.

Tutto è partito nel novembre 2016 quando due ricercatori della Shanghai Jiaotong University, Xiaolin Wu e Xi Zhang, affermarono di poter rilevare i tratti del viso associabili alla delinquenza tramite l’uso del machine learning (o apprendimento automatico), con un’accuratezza dell’89.5 per cento.

Lo studio pubblicato su ArXiv, un archivio online per i lavori in attesa di approvazione, prendeva in esame curvatura delle labbra, spazio tra naso e bocca e distanza tra gli angoli interni degli occhi. Oltre ad attirare numerose contestazioni, i ricercatori stimolarono l’immaginario degli usi dell’intelligenza artificiale al punto che nel 2017 un altro gruppo di studiosi cinesi è tornato sul tema: in un articolo pubblicato sull’International Journal of Automation and Computing l’uso del machine learning per estrapolare dai tratti facciali dati sulla personalità veniva presentato come uno strumento cruciale per le relazioni interpersonali, le sentenze giudiziarie e le elezioni. Nello stesso anno, inoltre, Yilun Wang e Michael Kosinski dell’Università di Stanford presentarono in uno studio un algoritmo capace di individuare gli omosessuali, utilizzando fotografie facciali di uomini, con una precisione dell’81 per cento. Kosinski ha persino affermato che l’analisi facciale potrebbe essere utilizzata in futuro per calcolare il QI degli individui.

Partite dal mondo accademico, le derive della fisiognomica 4.0 hanno coinvolto anche le imprese, con le startup cinesi che hanno fatto da apripista. La Human+ Intelligent Robotics Technology ha sede a Pechino e dal 2016, anno della sua fondazione, ha ricevuto circa 100 milioni di yuan (circa 13 milioni di euro) di finanziamenti. Tra le sue tecnologie vanta i sensori RGDB HumanSense, capaci non solo di rilevare corpi e dettagli facciali, ma anche di valutare le intenzioni e l’attitudine di un individuo sulla base di tali rilevamenti.

Una tecnologia AI, secondo quanto riporta il sito dell’azienda, che si pone l’obiettivo di comprendere ogni individuo, al fine di fornire soluzioni per lo smart retail e la smart security. A Shanghai ha sede invece ReadSense, che attraverso le reti neurali esamina immagini facciali per identificare utenti, analizzare le loro caratteristiche e comprenderne emozioni e temperamenti.

Anche se pioniera, la Cina non è l’unica a battere la via: la startup russo-britannica BestFitMe afferma di usare l’AI per delineare personalità sulla base di fotografie, e Facemetrics, startup di origine polacco-bielorussa, ha lanciato l’app FaceMe che sarebbe capace di effettuare il test di personalità di Myers-Briggs utilizzando dati estrapolati da fotografie. Infine, dall’ecosistema tecnologico israeliano con cui da anni Pechino si interfaccia con vivo interesse, la startup di Tel Aviv Faception sostiene di aver sviluppato software di analisi facciale in grado di identificare potenziali pedofili e terroristi.

Con un mercato della sicurezza pubblica che varrà 162 miliardi di dollari nel 2023, la Cina è terra di sperimentazione per le più innovative tecnologie di sorveglianza. Non è difficile immaginare come gli applicativi fisiognomici dell’intelligenza artificiale possano adattarsi a questo scopo, specialmente in zone sensibili come il Xinjiang, diventato ormai il più grande laboratorio in Cina per aziende di FRT (Facial Recognition Technology) e per esperimenti di controllo totalitario. In questo caso la fisiognomica potrebbe fungere da strumento di discriminazione etnica, associando per esempio ai tratti tipici degli uiguri un profilo negativo o sospetto.

Non sarebbe uno scenario del tutto nuovo: la pelle scura, il naso grande, le labbra carnose e i capelli ricci, caratteristiche anatomiche tipiche delle etnie colonizzate in Africa, furono associate nel corso del XVII secolo a mancanza di disciplina, malignità e depravazione, come testimonia il trattato Physiognomie and Chiromancie Metoposcopie di Richard Saunders (1653).

Misurazioni del cranio e dell’altezza del naso vennero effettuate anche sui prigionieri ebrei dei campi di concentramento nazisti. Insomma, il rischio è che se messa in pratica, la pseudoscienza della fisiognomica potrebbe attivare la pseudoscienza del «razzismo scientifico»: la credibilità degli algoritmi e delle macchine va relativizzata considerando che il loro addestramento può essere viziato da dati somministrati ed etichettati sulla base di pregiudizi umani.

In uno scambio di e-mail con Alexander Todorov, professore presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Princeton e autore del libro Face Value: The Irresistible Influence of First Impressions, è emerso che il motivo per cui si tende istintivamente a giustificare la fisiognomica è la confusione che si genera fra la concezione del viso come veicolo di espressione emotiva e la concezione del viso come espressione data del carattere e della personalità: «la tentazione di pensare che possiamo leggere qualcosa di più profondo da questi stereotipi visivi è sbagliata, ma persistente».

Di fatto, la tendenza a interpretare i volti e da essi fare deduzioni è una pratica antica e persistente, comune ai trattati aristotelici ma anche all’antica Cina, dove prendeva il nome di Mian Xiang. Secondo la medicina tradizionale cinese il viso funge non solo da mappa per individuare potenziali disturbi, apparati deboli e tendenza a vari tipi di patologie, ma anche per leggere l’equilibrio psichico e fisico della persona e dedurne la sua attitudine. In tempi imperiali, se giungeva a corte un visitatore straniero, o un dignitario, il consigliere imperiale vagliava l’ospite secondo le regole del Mian Xiang per scongiurare il rischio di attentati all’incolumità e alla stabilità dell’imperatore. La lettura del volto era anche utilizzata per altri scopi, come la scelta del futuro marito per la propria figlia.

Di fatto – come spiega Stefano Parancola, architetto fengshui e autore del libro Capirsi in un istante, l’arte cinese del Mian Xiang ovvero la Fisiognomica – secondo la tradizione cinese, il viso è un microspazio composto da dodici palazzi. È la facciata esterna di un mondo interno. Le diverse aree del viso danno informazioni in merito a specifici contesti. Le sopracciglia indicano l’attitudine di una persona a relazionarsi con altri, le tempie sono per l’uomo indice del suo approccio al matrimonio, mentre per la donna in questo caso si guarda al naso. Un volto senza nei e cicatrici è un volto tendenzialmente raccomandabile, simbolo di purezza d’animo e ciò influenza ancora il concetto di bellezza in Cina, con riguardo anche per il mondo del marketing e della pubblicità, particolarmente importante nel campo della moda.

In Fisiognomica Franco Battiato cantava della capacità di leggere negli occhi, di capire dal taglio della bocca se si fosse disposti all’odio o all’indulgenza, dal tratto del naso se si fosse orgogliosi, fieri oppure vili.

Se fino ad ora questo compito è stato esclusivo di pseudoscienziati e consiglieri di corte, un mondo in cui saremmo sempre più insistentemente invitati a far valutare i nostri visi a un’app, per scopi ludici o securitari, potrebbe non essere così lontano.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 31 luglio

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