Le radici neoliberali del sovranismo, intervista a Quinn Slobodian

image_pdfimage_print

Una destra reazionaria e nazionalista siede ai vertici dei Paesi più potenti al mondo, trovandosi ad affrontare una crisi sanitaria ed economica le cui conseguenze sono ancora incerte. Per cominciare a intravedere qualcosa del futuro diventa ancora più urgente conoscere le forze politiche che ne gestiranno lo svolgimento. Quinn Slobodian, professore al Wellesley College di Boston e autore di Globalists: The End of Empire and the Birth of Neoliberalism (Harvard University Press, pp. 381, euro 26) ha contribuito a sfatare alcuni miti che circondano la cosiddetta destra populista, in particolare la sua rottura con il periodo neoliberista che l’ha preceduta.

Molti commentatori, riferendosi alle varie formazioni della destra populista contemporanea, sottolineano una rottura con il neoliberismo così evidente da rendere il termine obsoleto. In che modo la sua ricerca contrasta questa lettura?

Penso che parte dell’errore derivi dal fatto che spesso il termine «neoliberismo» viene usato come una categoria analitica che descrive il periodo che va dagli anni Ottanta ad oggi. Questa semplificazione non permette di cogliere le sfumature e le contraddizioni interne al neoliberismo, legandolo a doppia mandata con i grandi cambiamenti del capitalismo internazionale di quegli anni: dalla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a quella dell’Unione Europea. L’opposizione della destra populista nei confronti di queste istituzioni ha portato molti a concludere che stavamo osservando qualcosa di radicalmente diverso dal neoliberismo. È da qui che nasce la dicotomia, amata dai media, tra la nuova destra chiusa e nazionalista e il neoliberismo aperto e globalizzato. La verità è che questa apparente contraddizione nasconde il fatto che il sovranismo contemporaneo non si oppone in alcun modo alle ambizioni neoliberiste (libero mercato, privatizzazioni e competizione sfrenata a livello globale) visto che è nelle ambizioni neoliberiste che ha le sue radici.

Lei ha scritto che bisogna interpretare il neoliberismo non come un dogma monolitico, ma come una domanda la cui risposta cambia a seconda del contesto politico e sociale.

I neoliberisti sono sempre stati ossessionati dalle condizioni extra-economiche nelle quali far fiorire il libero mercato e la competizione necessari per il capitalismo. L’impossibilità di comprendere l’economia globale, un lascito dello shock degli anni Trenta, aveva convinto i padri fondatori del neoliberismo come Friedrich Hayek e Ludwig Von Mises che bisognava concentrarsi sul costruire e promuovere istituzioni e costituzioni in grado di proteggere il capitalismo dalle forze capaci di distruggerlo: la volontà irrazionale delle masse e gli eccessi pericolosi del nazionalismo. Ai loro occhi, i trattati internazionali come il WTO o i processi di integrazione sovranazionale come l’UE servivano esattamente a questo scopo.

Un ordine economico globale… non è contro questo che si scaglia la destra populista di oggi?

Ci sono due risposte a questa domanda. La prima è che già negli anni Novanta prendeva piede tra i neoliberisti stessi la paura sempre presente che queste istituzioni potessero finire sotto il controllo dei socialisti. Nel caso dell’UE, ad esempio, temevano che potesse diventare un cavallo di Troia per i nuovi collettivisti, ora incarnati nei burocrati dell’integrazione e nel movimento ambientalista, permettendogli di promuovere politiche sfavorevoli al mercato. La sfiducia verso queste istituzioni non è assolutamente in antitesi al pensiero neoliberista. Tra i fondatori dell’Alternative für Deutschland, partito tedesco di estrema destra, vi sono pensatori neoliberisti che già negli anni Novanta si scagliavano contro il governo per il suo coinvolgimento nel processo di integrazione europea. L’euroscetticismo della destra italiana ha radici nel pensiero di Antonio Martino, tessera numero 2 di Forza Italia e ministro di Berlusconi, nonché presidente della Mont Pelerin Society, la più influente delle organizzazioni neoliberiste.

E la seconda risposta?

Sta nel fatto che la destra populista odierna non si oppone in alcun modo alla globalizzazione, semplicemente ne propone un modello alternativo: piena libertà di movimento per le merci e il capitale, restrizioni per gli esseri umani. Le tariffe di Donald Trump non sono un tentativo di ritirarsi dal mercato globale di merci e capitale, vogliono solamente rendere più competitivi i prodotti americani su quel mercato. E lo stesso vale per la Brexit, sostenuta come un ritiro dall’asfissiante mercato europeo, ma in nome di un ritorno alla golden age del libero mercato a livello internazionale. Il Coronavirus non cambierà questo modello. Le destre attribuiranno la pandemia ai «globalisti» e all’immigrazione con una mano mentre continueranno a promuovere lo spostamento senza vincoli del capitale con l’altra. In questo senso mi preoccupa particolarmente un’esplosione di teorie cospirazioniste riguardo le origini del virus volte ad alimentare una sinofobia politicamente strumentale a contenere la crescita cinese.

È nelle retoriche xenofobe e nazionaliste della destra contemporanea che possiamo vedere la rottura maggiore con il passato?

Sicuramente queste retoriche irrompono nel dibattito mainstream, ma anche in questo caso è importante respingere l’idea di una rottura completa con il passato. La voce della destra più radicale aveva avuto poca influenza negli ambienti neoliberisti, ma dagli anni Novanta inizia invece a diffondersi oltre i margini cui era stata rilegata. I suoi esponenti erano ugualmente devoti al capitalismo e alla competizione, ciò che li differenziava era che lo scetticismo nei confronti delle istituzioni sovranazionali li aveva convinti della centralità dello Stato-nazione come base su cui organizzare il capitalismo globale. Ma le discussioni di quel periodo non si fermavano lì. Illustri intellettuali neoliberisti, preoccupati anche dai cambiamenti demografici, iniziarono ad interrogarsi se tra le condizioni necessarie per il miglior funzionamento del libero mercato e della competizione internazionale non ci fosse la necessità di un’omogeneità culturale, o se certe culture e «razze» non fossero intrinsecamente più adatte all’economia di mercato rispetto ad altre.

A suo giudizio è proprio in questo incontro tra il linguaggio economico e quello nazionalista che sta la particolarità di questo ritorno della destra…

Per quanto sia vero che ripropone e adopera idee di omogeneità, la destra contemporanea porta avanti questi argomenti soprattutto in termini economici e secondo me il suo successo deriva esattamente da questo. Penso che dobbiamo concepire la politica di estrema destra oggi come una specie di strategia di investimento, sia nel senso simbolico che letterale del termine. Le persone si chiedono come possono massimizzare il valore di quello che hanno nel loro conto in banca, ma anche simbolicamente, in quello che Steve Bannon chiama «valore della cittadinanza», inteso come un valore culturale ma anche «razziale». Per costoro, i processi di integrazione che sono stati egemoni dagli anni Novanta hanno svalutato l’essere bianchi o italiani e l’unico modo per dargli un nuovo valore è riattivando dei processi di esclusione.

E più l’investimento economico è senza ritorni, più ci si affida all’asse identitaria?

Sì, e l’intuizione della destra è stata quella di capire che i due assi non corrono separatamente. Noi ci stiamo battendo contro quello che ho chiamato volk capitalism, capitalismo del popolo, che vede la nazione come un contenitore di virtù economicamente utili, innate, essenziali, storiche e non-riproducibili. Il rischio presente è che le destre vedano nel nuovo atteggiamento verso le politiche monetarie un’occasione per espandere un sistema di welfare diretto esclusivamente al popolo inteso in senso identitario, giustificando un atteggiamento sempre più punitivo nei confronti degli immigrati come una necessità per contenere le spese dello Stato. Penso in particolare agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna ma non escludo che il modello possa espandersi anche altrove. Troppi commentatori gioiscono all’idea di un ritorno della centralità dello Stato senza preoccuparsi di che tipo di Stato stiamo parlando. La destra ha gli strumenti, la retorica e, apparentemente, i numeri per spiegare questa crisi e mostrare come uscirne. Puntando il dito contro i nemici esterni, negando il riscaldamento globale e i problemi strutturali che hanno portato alla pandemia, privilegerà ristretti interessi economici mentre porta avanti l’erosione delle fondamenta delle nostre democrazie. Mai come oggi è importante offrire una strada alternativa.

L’intervista è tratta da “il manifesto” del 30 giugno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.