Media e pandemia. Continua il grande trucco

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1.

Nel dicembre del 2019, poco prima del dilagare della pandemia a livello planetario, una giornalista e scrittrice che gli ascoltatori di RadioTre ben conoscono, Loredana Lipperini, insieme a Massimiliano Coccia (redattore di Radio Radicale), invitava su il manifesto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/12/31/2020-giornalismo-e-democrazia-riprendersi-le-parole/), a una riflessione sui media e sul rapporto tra questi e la «comunità dei lettori e degli ascoltatori». Il testo prendeva spunto da un fatto di cronaca (la morte di due ragazze a Roma, travolte da un giovane automobilista), e dall’uso pubblico immediatamente fattone dai giornali e dai media, per denunciare la «travolgente onda sensazionalistica, misogina, razzista che ha invaso titoli, articoli, post sui social», e per porre alcune domande, rivolgendosi ai colleghi giornalisti e al mondo dell’informazione. Queste le domande: «Siete sicuri che rincorrere l’orrore sia il giusto modo per arginare la perdita dei lettori, di credibilità e di attenzione dei nostri concittadini? Siete consapevoli che la china intrapresa non porterà alla salvezza di qualcuno ma alla morte definitiva del giornalismo? Spesso la colpa viene ascritta ai social ma i comportamenti dentro le redazioni sono così dissimili dalle reazioni di pancia degli utenti finali?».
Sono interrogativi, questi, che in realtà non riguardavano solo gli addetti ai lavori e i lettori, né un fatto circoscritto, ma in primo luogo tutti coloro che nella società operano (e sono remunerati) in qualità di intellettuali, scienziati, insegnanti. Essi investono un nodo cruciale e complesso di problemi, il cui orizzonte non si limita certo al nostro Paese e riguarda frontalmente la collettività, nonché la natura stessa della democrazia, come risulta chiaro dalla questione posta di seguito: «C’è uno iato di fiducia – scrivevano Lipperini e Coccia – sempre più grande tra i lettori, gli ascoltatori e i mezzi di informazione, così come c’è una politica che si serve sempre di più della mediazione giornalistica al fine di amplificare messaggi sempre più semplificati»; pertanto, «a questa distanza va messo un argine, non tanto per tutelare le nostre professionalità ma per evitare l’inizio di un totalitarismo dell’informazione che, vale la pena ricordare, inizia prima di ogni dittatura».
Ebbene, si può ben capire che chi è interessato a tenere in vita l’illusione che l’attuale sistema d’informazione, tanto sul versante lottizzato che su quello “commerciale” – politicizzato in modo sempre più pesante, brutale e invasivo – non voglia perder tempo con domande e timori del genere, e anzi, irridendo ogni sospetto di «totalitarismo», faccia il possibile per nascondere quello che Lipperini e Coccia chiamano il «grande trucco dei tempi che viviamo», consistente nel «far sentire isolate le parti senzienti dalla società, derubricare tutto al dibattito sul politicamente corretto come se essere rispettosi delle differenze, usare nuove parole, evitare discriminazioni lessicali sia una riduzione delle capacità narrativa e dialettica»; meno invece si capisce, almeno in apparenza, che le vittime del «grande trucco» (le «parti senzienti della società») restino al tavolo da gioco senza nemmeno provare a mutare toni e contenuti della partita, diventando così complici della deriva e favorendo, da una parte, l’allargarsi dello «iato di fiducia», dall’altro, il compattamento degli «utenti finali» su posizioni tutte e soltanto «di pancia» (due facce, con ogni evidenza, della stessa medaglia).

2.

A proposito di «onda travolgente», il politologo olandese Cas Mudde (autore di The Far Right Today, Polity Press, 2019) parlando della cosiddetta «quarta ondata» della destra radicale in Europa e nel mondo (quella iniziata, a suo dire, dopo l’11 settembre) ha osservato in un’intervista (La galassia della destra radicale, a cura di Leonardo Bianchi, il manifesto, 7 novembre, 2019) che «i media mainstream, molto più dei social, hanno avuto un ruolo di primo piano nella normalizzazione della destra radicale. Di fatto, concentrandosi ossessivamente su crimine, corruzione e immigrazione, hanno impostato l’agenda per loro; in più, hanno concesso uno spazio spropositato alla destra radicale, facendoli sembrare molto più popolari e importanti di quello che erano davvero. Infine hanno praticamente regalato una piattaforma ai leader di estrema destra, alcuni dei quali sono stati molto abili ad usarla».
Cas Mudde è cauto nel non enfatizzare i successi in Europa della Destra radicale sul piano propriamente partitico-elettorale, ma al tempo stesso nota, nell’intervista, che il successo mediatico e l’imposizione dell’«agenda» a livello di pubblica opinione da parte dei “populisti” – ciò che più conta – ha facile presa in un contesto politico-sociale mutato in profondità, per via dei «cambiamenti strutturali dell’economia e della società, come il declino della classe lavoratrice o la secolarizzazione, e l’emersione di nuovi temi come l’ambiente e l’immigrazione». Si tratta infatti, ormai, di un sistema “volatile” (senza “appartenenze” a partiti consolidati), in cui diventa protagonista «un elettorato molto individualista, che matura e si orienta in base ai temi che dominano l’agenda politica». Considerazioni non nuove, queste ultime, ma che proprio come nelle argomentazioni di Lipperini e Coccia assumono come dato di fatto la compenetrazione di politica e media, letteralmente indistinguibili e in perfetta simbiosi nell’orientare l’ordine del giorno, diciamo pure il palinsesto della pubblica opinione.
La domanda da porsi, allora, a pochi mesi di distanza da quando furono pronunciate e scritte le parole che ho riportato, è come e se un avvenimento così drammatico e “totalizzante” come la pandemia abbia influito sul quadro appena delineato, appunto in relazione alla «piattaforma» e ai suoi destinatari. La “china” da tempo intrapresa, la rincorsa all’“orrore” e insomma la lingua dei media han subìto una battuta d’arresto per lo shock pandemico e la dimensione enorme dei lutti che hanno occupato le cronache e in generale il mondo dell’informazione, o essa si è evoluta lungo altre linee di sviluppo? In altre parole: il «grande trucco» ha mantenuto inalterate le sue regole o le ha mutate, e in quale direzione? E in che modo, infine, viene gestita l’agenda mediatico-politica, in tempo di pandemia? Una crisi così radicale da mettere di fronte l’elettore “individualista” a uno scenario apocalittico (da “crisi della presenza”, nei termini di De Martino) è un fattore capace di contestarne e cambiarne gli abiti mentali e favorire una riflessione sulle drastiche contraddizioni alla base della globalizzazione neo-liberista, contestualmente ponendo in questione la funzione vitale dei media per il funzionamento del «grande trucco», oppure una tale presa di coscienza è una mera illusione, e l’ordine del giorno è sempre quello di «amplificare messaggi sempre più semplificati», con ciò rimuovendo le implicazioni di ordine sociale e le responsabilità tanto dei singoli che del ceto politico nel suo complesso? E ancora: il caso italiano e nello specifico la tragedia della Lombardia e di Milano, dove il numero dei morti ha superato ogni immaginazione, che genere di riflessi possiamo ritenere che abbiano sul piano dei comportamenti individuali, anche a livello politico, una volta che tutti i diretti protagonisti, sul fronte medico-sanitario (dagli operatori agli ordini professionali), hanno denunciato il lampante misfatto del sistema sanitario regionale (si veda, esemplarmente, la Conversazione fra nipote asintomatico e zio medico sul disastro Covid19 in Lombardia, di Daniele e Bruno Balicco in http://www.leparoleelecose.it/?p=38163), fino a ieri celebrato come «eccellenza»?

3.

Nel pieno della tragedia, quando il macabro bollettino giornaliero dei morti riportava cifre spaventose, qualcuno aveva cominciato a dire: «poi ci dovranno spiegare…, una volta passata la tempesta, faremo i conti…»; ma è stato un momento.
È già chiaro che non sarà affatto così, e che la macchina politico-mediatica è in grado di metabolizzare qualsiasi avvenimento, di qualsiasi dimensione; non importa quanta sofferenza ne sia il prezzo. Ci saranno, certamente – così speriamo – condanne per quelli colti in flagrante, come i cinici gestori delle case per anziani trasformate in mattatoi, o per gli spacciatori di mascherine non a norma; ma non sarà la pandemia a modificare l’agenda. Tutt’altro. Non solo i principi del “darwinismo sociale” hanno confermato una penetrazione capillare nelle coscienze, ma gli stessi attori che hanno contribuito in modo determinante a incanaglire e destrutturare l’intero Paese, delocalizzando selvaggiamente, precarizzando e ricattando il mondo del lavoro e distruggendo l’ambiente, da trent’anni a questa parte, e i loro sgherri sguinzagliati per i talk-show o nelle officine dei social stanno cavalcando l’«onda» in bello stile; anzi alcuni di loro, con straordinaria faccia tosta, oltre a invocare gli aiuti del malfamatissimo e odiatissimo Stato, si apprestano tramite i loro delegati a sfruttare l’attimo fuggente per le solite manovre, pronti a dare il benservito agli attuali governanti non appena possibile e ricorrendo alle strategie e ai rituali di sempre, a base di proclami e rimpasti, imboscate e maneggi, persino invocando la “democrazia” che hanno essi stessi violentato a tal punto da renderla, da tempo, una vuota finzione.
Quale presa di coscienza? Trasformare la crisi in opportunità, il lessico confindustriale si ripete ogni volta. Quando la pioggia è torrenziale e gronde e fognature non riescono a contenerla, invade le strade e travolge ogni ostacolo, ma le fiumane di ipocrisia e di omertà che allagano il Paese forniscono rinnovate energie e risorse al solito palinsesto, riconsegnando la parola a personaggi tra i più impresentabili e corrotti si siano mai visti sugli schermi, dove ogni sera, come sempre alimentano la commedia dei posizionamenti e la farsa dell’opinionismo; così come è bastato un istante perché i pubblicitari reimpostassero le voci degli spot sull’accento etico, sfoderando un “noi” affratellante a sfondo patriottico e con tanto di tricolori evocando una fiera appartenenza al Paese salvato da eroi che nella realtà sono stati mandati a morire come un tempo le legioni di alpini nelle steppe (e dunque traditi doppiamente, in nome del profitto). La tragedia è subito tradotta in marketing: nemmeno Karl Kraus ci crederebbe.

4.

Lo «iato di fiducia» di cui parlano Lipperini e Coccia non è un incidente di percorso lungo la strada del progresso o della democrazia; è qualcosa che la “società dello spettacolo”, o come si voglia definire il luogo e il tempo attuali, implica come un suo dato strutturale, che subisce accelerazioni e radicalizzazioni in corrispondenza di determinati passaggi storici. Molti ormai hanno smesso di leggere i giornali o ascoltare le notizie non per tuffarsi beatamente nel web, ma perché giudicano rivoltante lo stato della stampa e dei media, la strumentalizzazione istantanea a fini propagandistici di ogni evento utile a soffiare sul fuoco del malcontento, lo sciacallaggio come professione. Sanno che la «piattaforma» avrà il suo corso, distruggendo ogni «capacità narrativa e dialettica» e premiando i peggiori figuri in circolazione. Sanno che la verità, anche se la sua ombra deformata può apparire per caso in questa o quella sequenza d’immagini o di parole, non può sopravvivere in quell’habitat. Essa è incompatibile e inconciliabile con il “messaggio” dei media e della politica.
Nel 1974, in un contesto storico che oggi appare quasi arcaico, tanto è remoto, uno scrittore aveva affermato che «il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia» (Pier Paolo Pasolini, Il romanzo delle stragi, in Id., Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude e con un saggio di P. Bellocchio, Milano, Mondadori, 1999, pp. 262-367): ai nostri giorni quell’affermazione non è meno vera perché chi la affidava al Corriere della Sera poteva rivendicare con orgoglio, a differenza dei suoi sedicenti e parodistici eredi, di essere un «intellettuale», e in quanto tale uno «che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette assieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero e coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero». Lo dicesse oggi, le risate scatterebbero automatiche come quelle di una sit-com. Eppure come lui diceva di sapere «i nomi» dei responsabili delle stragi italiane, anche noi sappiamo chi, dalla gestione “aziendale” delle istituzioni sanitarie alla rovina delle infrastrutture del paese, al decadimento della scuola e dell’università, all’erosione dei diritti conquistati a durissimo prezzo dai lavoratori, alla subordinazione alle “leggi” della finanza e al Mercato di ogni aspetto della vita della società, ha fatto scelte precise e ideologicamente coerenti. Quei nomi scorrono tranquillamente nelle newsbar di ogni monitor, là dove la verità è essa stessa degradata e neutralizzata in quanto ridotta a opinione – una vale l’altra – e confusa nel magma di disinformazione e violenza verbale, nel regno eterno della «follia e del mistero», nell’inesausto «amplificare messaggi sempre più semplificati», sempre e soltanto rivolti agli istinti più egoisti e cinici dell’audience; e ancor più, così, allontanando e avvilendo le «parti senzienti della società». È questo il grande trucco, bellezza.

L’articolo è tratto da “Altraparola – Rivista”, 13 maggio 2020