Vita ed esperienza nella crisi del coronavirus

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Tutti quanti, in questi giorni, stanno pensando e inventando, eppure circola, come riflessione, quello che scrivono i filosofi più rinomati. Sentiamo chiaramente il frastuono del pensiero che non si preoccupa di ascoltare, che non soffre per la situazione: è solo capace di affermare posizioni date. Però ci sono altri usi del pensiero: possiamo servircene per affinare e intensificare la nostra capacità di ascolto e di attenzione, cercare non tanto risposte quanto le vie per formulare meglio una domanda. La domanda su cosa (ci) sta accadendo. Tento più a fondo, grazie al pensiero dell’argentino Ignacio Lewkowicz, posso aiutare me stesso a chiedermi che tipo di esperienza stiamo facendo nella crisi del coronavirus, cosa significa “fare esperienza” e in cosa potrebbe consistere una esperienza collettiva, “politica”. Non il pensiero come spiegazione, ma come richiamo all’attenzione: a vedere e pensare meglio un certo retro o lato B della nostra esperienza attuale, tutto ciò che non rientra nelle norme e nelle narrazioni imposte, l’humus nel quale potrebbe nascere forse una politicizzazione inedita.

Un amico, in Whatsapp, durante una conversazione mattutina: «Questa è la cosa più profonda che collettivamente ci sia accaduta in varie generazioni». Abbiamo scambiato altri messaggi a partire da questa affermazione. Io interrogo la nozione di esperienza: è quel che ci accade o qualcosa di più? E anche la questione del collettivo: è quel che accade a tutti noi insieme, o un’altra cosa? La risposta resta sospesa, come tante cose oggi. Il mio amico J. deve accudire sua madre anziana in casa. Io, con meno obblighi, decido di approfittare del tempo sospeso per continuare a indagare sulle domande che si sono aperte per tutti noi.

Ricorro a un altro amico, uno di quelli che non conosci se non attraverso i libri, ma che a volte fanno più compagnia di tanti vivi vicini: il pensatore argentino Ignacio Lewkowicz. Cerco in lui non tanto risposte quanto termini utili per porre la domanda, migliori strumenti per ascoltare e osservare la realtà. Ho un ricordo del fatto che Ignacio dice cose su questa questione, frugo nella libreria e lo trovo.
È nel libretto Del fragmento a la situación, che Ignacio ha scritto con Mariana Cantarelli e il Grupo Doce, vi si può leggere che «avere un’esperienza è fare qualcosa con quel che ti fa». Ci sarebbe quindi una distinzione tra, diciamo, vita vissuta ed esperienza. Una differenza che ha sicuramente il suo aspetto di astrazione, perché nella realtà tutto è più mescolato, ma che può aiutarci a pensare e affinare la percezione.
Vita vissuta è quel che ci accade, l’orma o il riflesso in noi di quel che succede. Vita vissuta collettiva è quel che succede a tutti noi insieme o allo stesso tempo. Però un’esperienza sarebbe una cosa diversa: non solo un’orma o un riflesso, ma un segno che imprimiamo noi, come un tatuaggio, a partire da quel che succede e che non scegliamo. Produrre questo segno per mezzo di qualche tipo di “noi” sarebbe una esperienza collettiva.
Questa situazione di crisi causata dal coronavirus è quindi vita vissuta o una esperienza? Ossia, siamo contemporanei di qualcosa o stiamo «facendo qualcosa a partire da quel che ci fa»? È una situazione che soffriamo o una situazione che riusciamo a elaborare con un senso suo, ad abitarla?

Fino alle 11 non scendo al mercato rionale – sempre vuoto al contrario del supermercato. Perché? Così continuo per un po’ a pensare insieme a Lewkowicz.

Trovo nello stesso libro un altro gioco concettuale che può aiutarci a rendere ancora più precisa la domanda: la distinzione tra “soggettività istituita”, “retroterra o lato B soggettivo” e “soggettivazione”, prendendo la soggettività nel suo senso più generale ed elementare: modi di vedere, di vivere, di agire, di sentire e di pensare.
La soggettività istituita è la serie di operazioni che dobbiamo fare per far parte di una certa logica, la serie di comportamenti obbligati per adattarci a una situazione. Soggettività istituita uguale adeguarsi.
La soggettivizzazione è equivalente a quel che chiamiamo «fare esperienza»: una riappropriazione soggettiva di un determinato obiettivo; non solamente patire quel che accade, ma cambiare il modo di avere una relazione con esso. È un eccesso, un plus, uno straripamento della soggettività istituita. La soggettivizzazione apre un tempo-spazio distinto da ciò che è obbligato, inventa altre vie, apre altre possibilità. Soggettivazione uguale trasformazione.
La soggettivizzazione collettiva è un processo di trasformazione della situazione oggettiva – data, inalterabile, chiusa – in situazione abitabile, modificabile, rinominabile. Per mezzo dell’apparizione di un “noi”, uno spazio aperto di partecipazione, una certa comunità. Il noi di una “generazione”, di Lewkowicz e del resto degli amici del pensiero. Poi ci torniamo.

Conversazione con mia madre e con amici: mia madre, soggetto ad alto rischio in zona di alto rischio, è tranquilla e serena; gli amici, che il pericolo non ha ancora toccato, sono molto nervosi in generale. Distribuisco consigli di impassibilità stoica come se fossi Marco Aurelio ‒ vivere il presente senza proiezioni, preoccuparci solo di quel che è a portata della nostra mano, lavorare sulla propria interpretazione di quel che succede ‒. Però in realtà il processo ci passa dentro.

Allora, siamo di fronte a una esperienza collettiva? Leggo sulla stampa (c’è tempo perfino per leggere El País…) due intellettuali che parlano di questo.
Lo scrittore Antonio Scurati dice che sì, di fatto è la prima esperienza collettiva dei nati all’inizio degli anni Settanta, la prima volta che possono sperimentare il sentimento di appartenenza a un destino comune. Tuttavia, termina il suo articolo celebrando «la decisione politica che ha trasformato l’Italia intera in una zona rossa contro l’arbitrarietà delle persone, il loro panico e irresponsabilità». Non sembra molto chiaro di che «comunità politica» si tratta, allora, semplicemente quella di dire sì passivamente alle decisioni del Governo (che siano efficaci o no)? L’esperienza dell’obbedienza, della comunità degli obbedienti? Non mi sembra molto convincente.
Il saggista Byung Chul-Han dice che no, perché la situazione che viviamo «ci isola e individualizza. Non crea nessun senso collettivo forte. In nessun modo. Ciascuno si preoccupa solo della sua sopravvivenza. La solidarietà che consiste nel prendere le distanze non è una solidarietà che permetta di sognare una società diversa, più pacifica, più giusta». Han sembra pensare che la situazione oggettiva non permette alcun tipo di appropriazione soggettiva o di trasformazione, è una pura determinazione e in nessun caso una condizione che permetta l’azione. E nemmeno questo mi convince.
Per parte mia direi: non si sa. Siamo in un processo aperto che si tratta di ascoltare e nel quale si può intervenire. Però quel che mi sembra sicuro è che la zona del “lato B del soggettivo” è oggi molto popolata. Ed è proprio lì che può nascere l’imprevisto politico.

 Un po’ di movimento fisico, lavarsi, lettura… non mi abbatterò perché passo qualche settimana chiuso in una casa equipaggiata con ogni comfort moderno! Penso a storie che mi ispirino, mi diano animo, coraggio ed esempio. Gramsci in carcere! La lettura e la scrittura come forma di vita, come modo di abitare creativamente il tempo sospeso, come disciplina dell’attenzione. Contro la dispersione, lo scoraggiamento, l’entropia…

In che senso diciamo che il retroterra o lato B soggettivo è oggi una zona molto popolata?
Le misure di eccezione decretate suppongono un’interruzione radicale del senso della vita quotidiana: il lavoro, i bambini, la logistica quotidiana, le preoccupazioni, la mobilità… Veniamo messi di colpo di fronte a mille situazioni nuove. È possibile tentare di seguire una serie di istruzioni e realizzare le operazioni che ci permettono di adeguarci alla situazione, ma in realtà da ogni parte nascono dubbi, problemi, domande, crepe. Non ci inseriamo del tutto. Le singolarità delle forme di vita – condizioni, contesto, inclinazioni – non si inseriscono nella norma universale e omogenea che viene decretata. In ciascuno dei dubbi e delle domande che nascono – come occuparmi dei miei? come non perdere la testa? come intendere autonomamente quel che accade? come fare qualcosa in proposito? – si decide una forma di vita, si intravede un mondo. Quel che è basilare è di nuovo quel che è più politico.
Un esempio tra un milione. Amiche che sono madri, amici che sono padri ed educatori con cui parlo in questi giorni mi trasmettono questa domanda: cosa fare con i bambini in casa? Come non limitarsi a riempir loro un tempo vuoto? Come spiegargli quel che accade? È possibile “comprare” le rispose prêt-à-porter – una lista infinita di compiti o doveri on line, il racconto della guerra contro il virus malvagio che il governo dispiega –, però talvolta non possiamo nemmeno “costeggiare” questa opzione o semplicemente non ci convince. Allora? Bisogna pensare e inventare perché il già dato non ci convince. Tutti quanti stanno pensando e inventando, oggi, benché quel che più circola come “pensiero” siano gli articoli di opinione associati a nomi conosciuti.
Domande, buchi, fessure: il “retro o lato B della soggettività”, l’altra faccia, oggi è più pieno che mai. Nemmeno l’obbedienza è ovvia, in questi giorni. Non obbediamo solo perché lo comandano il Governo e la polizia, ma perché abbiamo ascoltato l’appello dei lavoratori della sanità a stare in casa per non moltiplicare il contagio, per non mettere in pericolo il sistema sanitario e la cura dei più vulnerabili: senza dubbio i lavoratori della sanità sono in questi giorni il polo di identificazione più forte, la voce più credibile, sicuramente perché stanno esponendo il corpo allo stremo, con la vita allo scoperto.
La soggettività istituita vacilla. La zona di inadeguamento si allarga. Nell’altra faccia o lato B ribollono non solo i malesseri, ma anche mille pratiche – aperte o clandestine, grandi e minuscole – che «fanno con quel che ci fa»: pratiche di cura, di mutuo appoggio, di auto-organizzazione, di sopravvivenza etc. Questa altra faccia è l’humus di una possibile soggettivizzazione collettiva o di una “politicizzazione” della crisi, se si vuole parlare un altro linguaggio. Come il 13 maggio del 2004 si “politicizzò” la situazione creata dalla gestione mendace che il PP (Partido Popular, allora al potere, ndt) dell’attentato di Atocha (stazione di Madrid, una esplosione provocò decine di morti e il Governo accusò i baschi dell’Eta, ma era un attentato jihadista, ndt), come il 15 maggio del 2011 (giorno in cui iniziò la acampada degli Indignados alla Puerta del Sol di Madrid, ndt) la situazione creata dalla gestione neoliberista della crisi economica da parte del Psoe (partito socialista, ndt): sfidando e rompendo gli argini del senso comune stabilito, trasformando i modi di vedere e sentire, alterando i nomi e le descrizioni proposte dall’alto («Chi è stato? Vogliamo la verità», «Non è una crisi, è una truffa» etc.).

 Sento gridare in strada e guardo fuori, qualcuno rimprovera un passante da un balcone. Si accende un piccolo e brutto parapiglia. Sono a loro modo i “poliziotti dei balconi”, un processo di soggettivizzazione per quanto “oscuro”? Non credo. Molto di più mi sembrano il lato B del racconto di guerra che il Governo del Psoe si è impegnato a svolgere, una specie di aggiunta soggettiva al discorso della mobilitazione totale contro il virus (attenti ai disertori, ai cattivi soldati…). Non vedo dubbi, non vedo domande, non vedo un’altra faccia soggettiva, non vedo invenzione.

 Per ultima, la questione generazionale. Secondo Lewkowicz, una generazione non è una questione cronologica, ma un “noi” che si crea a partire da un problema, che si appropria di un dato oggettivo e lo trasforma in una situazione abitabile: alterabile, rinominabile, modificabile. Un noi, cioè non un pubblico di elettori, di spettatori o di consumatori, ma una forza collettiva, una superficie sensibile, una nuova pelle. Un noi che non pre-esiste alle sue operazioni, ma che si configura attraverso di esse. E può includere perciò, magari per paradosso, gente di diverse età. Chiunque si senta interpellato da questa appropriazione, creazione di esperienza.
Scurati pensa la generazione come una specie di sofferenza collettiva per una «buona decisione», la gestione del Governo italiano di fronte alla «irresponsabilità della gente».
Han pensa che nessun “noi” può nascere da qui, perché la situazione che viviamo è chiusa, sequestrata. Non c’è modo di «fare esperienza», in essa. Esiste solo l’obbedienza: isolamento e passività.
Abitare la situazione sarebbe al contrario produrre un eccesso: una creazione di senso oltre i sensi imposti (il racconto di guerra contro il virus, per esempio). Un senso che non è solo “significato discorsivo”, ma che mette radici nel “senso”, nei sensi. Questa creazione di senso è imprevedibile, non si può vedere prima. Non si può conoscere in anticipo il suo contenuto, la natura delle sue domande, i suoi modi di organizzarsi, le sue strategie e obiettivi. Il processo di soggettivizzazione è sempre una sorpresa. Possiamo, questo sì, non limitarci a denunciare il potere e i suoi abusi, ma stare anche all’ascolto e attenti a quest’altra faccia dell’esperienza.

 L’articolo è tratto da “El Diario”. La traduzione è di Pierluigi Sullo

Amador Fernandez-Savater

Amador Fernández-Savater è un filosofo spagnolo. Molto legato al movimento degli Indignados (2011), quando migliaia, non solo giovani, si accamparono nelle piazze delle principali città, un moto contro il neoliberismo e per inventare nuovi linguaggi e nuove forme di democrazia. Amador ci ha scritto un libro, “Fuera de lugar. Conversaciones entre crisis y transformación”. Cura la rubrica del quotidiano indipendente “El Diario”, una cooperativa di giornalisti, che si chiama “Interferencias”.

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