Erdoğan, Trump e il popolo curdo

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Sono trascorse poche ore dalla “pugnalata” inferta da Donald Trump alla schiena del popolo curdo e le truppe turche sono già pronte a riversarsi nel territorio settentrionale siriano e ad attaccare i combattenti curdi. La luce verde all’invasione potrebbe arrivare oggi. Il Parlamento turco discuterà una mozione che estende di un anno l’autorizzazione delle missioni militari in Siria e Iraq. Il voto favorevole non è in discussione. «Possiamo arrivare una notte all’improvviso», ha avvertito minacciosamente il presidente Recep Tayyip Erdoğan. Un bagno di sangue innocente è il rischio più concreto.

Un alto funzionario turco ieri spiegava alla Reuters che l’offensiva nel nord-est della Siria scatterà quando i soldati americani, un migliaio, lasceranno i territori controllati dai curdi, da coloro che sino a due giorni fa erano “alleati di ferro” degli Stati Uniti e che negli ultimi anni, con un altissimo prezzo di sangue, hanno contribuito in modo determinante alla sconfitta in Siria degli uomini dello Stato islamico. Quel passato e quell’alleanza, per Donald Trump non contano più nulla. «La Turchia avvierà presto la sua operazione nel Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non sosterranno o saranno coinvolte nell’operazione», si legge nel comunicato diffuso dopo il colloquio telefonico che il presidente USA ha avuto con Erdoğan. Addio, non ci servite più, ora sono cavoli vostri, noi ce ne andiamo. Il succo più o meno è questo. Trump ha persino rinfacciato ai curdi di aver ricevuto fondi americani per la guerra all’ISIS. «I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo. Combattono la Turchia da decenni. Ho tenuto da parte questa lotta per quasi tre anni, ma è tempo per noi di uscire da queste infinite guerre ridicole, molte delle quali tribali, e portare i nostri soldati a casa», ha scritto in uno dei suoi tweet a raffica. Sommerso dalle critiche interne, anche dei Repubblicani, persino di Nikki Haley, fino a qualche tempo fa suo braccio armato alle Nazioni Unite, Trump ha corretto parzialmente la rotta lanciando un ammonimento a Erdoğan: «Se la Turchia farà qualcosa che io, nella mia enorme e ineguagliabile saggezza, considero oltre il limite, distruggerò totalmente e annullerò l’economia della Turchia».

Al-Qahtaniyah, nord-est della Siria, donne curde manifestano contro la minaccia di invasione turca

«Siamo pronti a resistere a oltranza all’esercito turco». Lo ripetono le FDS, le Forze democratiche siriane a maggioranza curda, e i combattenti del PYD-YPG, che Ankara considera “terroristi”, come il PKK di Abdullah Öcalan e che è decisa ad annientare. «Se la Turchia rompe i patti siamo pronti alla guerra e a difendere i diritti del nostro popolo», ha comunicato il comando militare del Rojava. Tanta rabbia e amarezza regnano nelle stanze dei comandi politici e militari curdi in queste ore. «Gli Stati Uniti non hanno rispettato i loro impegni nel nord-est della Siria e, ritirandosi, trasformeranno l’area in una zona di guerra», ha twittato Mustafa Bali, portavoce delle FDS. «La nostra gente merita una spiegazione a proposito dell’accordo sul meccanismo di sicurezza e della fuga degli Stati Uniti dalle proprie responsabilità», ha aggiunto. Mette in guardia da un ritorno dell’ISIS, causato dai turchi, il Consiglio esecutivo del KNK, il Congresso nazionale curdo.

Erdogan ha fretta di attaccare, prima che l’imprevedibile Trump possa ripensarci. Il suo piano è chiarissimo. L’offensiva militare servirà a cacciare via i combattenti curdi e a costituire e rafforzare la “zona cuscinetto” in territorio siriano, profonda decine di km, che Ankara intendeva pattugliare congiuntamente con le truppe USA. Poi quando ha capito che Trump procedeva con il freno a mano tirato, Erdoğan ha rotto gli indugi. Nel territorio siriano occupato, la Turchia intende mandare almeno un milione dei profughi siriani oggi all’interno dei suoi confini.

La Russia alleata della Siria sapeva e ora lascerà fare ad Erdoğan? Lo nega il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che ieri si è affrettato a chiarire che Vladimir Putin non ha discusso con Erdoğan i piani militari turchi. «Il Cremlino – ha detto – ritiene che l’integrità territoriale della Siria è il punto di partenza negli sforzi per trovare una soluzione del conflitto». Cosa intenda Mosca per tutela dell’integrità territoriale siriana, mentre la Siria sta per essere invasa, non è semplice da comprendere. Timida la reazione dell’Unione Europea. La portavoce Maja Kocijancic, ha detto che «l’UE ha detto fin dall’inizio che qualsiasi soluzione sostenibile per il conflitto siriano non verrà trovata con mezzi militari, ma richiede una vera transizione, in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. L’UE resta impegnata per l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale dello Stato siriano».

L’articolo è tratto da “il manifesto” dell’8 ottobre 2019

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