Migranti. Ius culturae, quella sinistra senza coraggio

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La politica dei due tempi non ha mai funzionato: né in economia meno che mai sui diritti civili. Vi ricordate? Li chiamavamo Generazione Balotelli, quei minorenni che pur essendo italiani di fatto restavano privi di cittadinanza. Ebbene, nel frattempo Super Mario ha raggiunto la bella età di 29 anni ma ancora la stiamo aspettando, quella benedetta legge.

Il perché si riassume nella sindrome che sembrerebbe attanagliare pure l’attuale governo: «Non vorrete mica fare un favore a Salvini e a Meloni?». Si resta fermi così da oltre un decennio. Con la sinistra che ha paura di fare la cosa giusta e la rinvia a un futuribile momento propizio, salvo poi recriminare per l’occasione perduta. I Cinque Stelle che per loro natura scelgono di non scegliere, perché la cittadinanza ai figli degli stranieri sarà pure una scelta di civiltà, ma resta argomento “divisivo”. E la destra che minaccia e gongola.

Possibile che debba finire così anche stavolta?

Giovedì arriva in commissione Affari costituzionali un disegno di legge denominato “ius culturae” perché condiziona il rilascio della cittadinanza al compimento di un intero ciclo scolastico; e già suscita preoccupazione che a firmarlo sia una pericolosa estremista che risponde al nome di Laura Boldrini. Dalla Farnesina il ministro Luigi Di Maio si affretta a dichiarare: «Credo che oggi non sia una priorità». E Matteo Renzi, appena fuoriuscito dal Pd, lo asseconda: «Se non ci sono i numeri, perché i Cinque Stelle non ci stanno, prendiamone atto. Ma non trasformiamolo in un tormentone». È lo stesso Matteo Renzi che pochi mesi fa accusava il suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, di essere sfuggito al voto parlamentare sullo “ius soli”.Ma prima ancora, è lo stesso Matteo Renzi che il 14 giugno 2014, dopo la vittoria trionfale delle Europee, parlando dal palco dell’assemblea nazionale del Pd con issato alle spalle un 40,8% scritto a caratteri cubitali, prometteva solennemente: «A settembre lo ius soli sarà legge». Bastò l’esitazione di un Alfano a fargli fare retromarcia.

Finalmente la segreteria del Pd sembrerebbe compatta nel dichiarare che è la volta buona: la riforma s’ha da fare. Ma ecco s’avanza la deputata Messia Morani che propone di rinviarla al giugno 2020: «Lo ius culturae è un provvedimento sacrosanto ‒ premette ‒ ma parlarne ora è un errore, il Paese è troppo diviso». Quale miracolo dovrebbe compiersi affinché fra nove mesi, invece, il riconoscimento della italianità dei figli di immigrati residenti da un congruo numero di anni, al termine della scuola dell’obbligo, passi sul velluto?

Quanti ulteriori atti di eroismo dovranno compiere degli altri Adam e Ramy, i bambini della scuola Vailati di Crema che scongiurarono il dirottamento di un autobus, perché Salvini e Meloni digeriscano la “concessione” di un diritto già vigente in molti Paesi europei?

La sindrome paralizzante del «non facciamo un favore a Salvini e a Meloni» è l’ultima declinazione di uno dei più ricorrenti errori della sinistra italiana alle prese con scelte di natura riformista: la politica dei due tempi. Prima dimostriamo che siamo capaci di governare i flussi migratori, limitando il numero degli arrivi. Prima facciamo i respingimenti. Prima acceleriamo la scrematura di chi non ha diritto all’accoglienza. E solo poi, in un secondo tempo, dopo aver dimostrato che anche noi sappiamo fare la faccia cattiva, ci potremo permettere il lusso di varare provvedimenti di integrazione/naturalizzazione degli stranieri residenti. Quand’anche si tratti di bambini privi di legami con i Paesi d’origine dei genitori. Aspetta e spera.

Solo che la politica dei due tempi non funziona mai, né in economia né tanto meno in materia di diritti civili. Affonda le speranze riformiste e finisce per allargare i consensi elettorali della destra che pretenderebbe di contrastare.

I fratelli minori della Generazione Balotelli continuano a subire l’umiliazione di chi vorrebbe sentirsi cittadino come gli altri ma finisce nel tritacarne delle lungaggini burocratiche: lo raccontava ieri a Repubblica la campionessa di arte marziale taekwondo, Alessia Korotkova, costretta a ritirarsi dalle competizioni perché da maggiorenne, per indossare la maglia azzurra, devi per forza avere la cittadinanza.

I nostri figli, a scuola, hanno smesso da tempo di considerarsi diversi per cittadinanza o per colore della pelle. Possibile che il governo resti incapace di accompagnarne il cammino?

P.S. L’autore di questo articolo è immigrato in Italia che aveva tre anni ed è rimasto apolide fino all’età di trent’anni.

 L’articolo è tratto da “La Repubblica” del 2 ottobre

 

2 Comments on “Migranti. Ius culturae, quella sinistra senza coraggio”

  1. Pur essendo favorevole allo jus culturae sono preoccupato se pemanesse anche lo jus sanguinis. Potrebbero diventare italiani anche milioni di persone che non hanno mai visto l’Italia a che non hanno nemmeno intenzione di vederla. Già adesso è così ma potrebbero moltiplicarsi e diventare maggioranza. E infine questa maggioranza che vive all’estero essere decisiva sulle decisioni prese nel territotio italiano.

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