Chiedo giustizia, per il Brasile e per me

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L’instancabile Luiz Inácio Lula da Silva è comparso in una sala anonima della sede della Polizia Federale di Curitiba (capitale dello Stato del Paranà nel sud del Brasile), ristrutturata a sala stampa. È qui, in questo edificio senza anima, che l’ex Capo di Stato, condannato per corruzione, sconta, dall’aprile del 2018, la pena di otto anni e dieci mesi di prigione. A 73 anni, il leader della sinistra brasiliana non ha perso la sua vivacità. Lui si presenta perfettamente sbarbato, con completo scuro e cravatta rossa. Lo stile è presidenziale e il simbolismo è chiaro: Lula sta sempre lavorando, ancora in azione. Ha concesso a Le Monde la sua prima intervista alla stampa francese dal giorno della prigionia.

Dopo un anno e mezzo di prigione lei comincia a sentirsi scoraggiato o stanco?

No, io mi sento bene, moralmente e fisicamente. Io sono in pace nel mio spirito perché so per quale motivo mi trovo qui. Sono ottimista. È mia madre che mi ha trasmesso questo. Certo, la prigione è una prova. Ma ho molta energia, mi sento molto sereno. Sono sicuro che vincerò.

Come organizza le sue giornate?

Io guardo dei film, televisione, discuto con i miei avvocati. Cammino nove chilometri al giorno! Aspetto che il tempo passi… Ho letto molto, studio la storia delle lotte sociali in Brasile. Provo orrore al vedere quelli che lottarono in questo paese per il popolo, come Zumbi (schiavo che si è ribellato nel secolo XVII), Tiradentes (rivoluzionario del secolo XVIII) o Antonio Conselheiro (predicatore del secolo XIX), furono decapitati, inforcati o bruciati vivi, e vedere che le persone non sanno chi sono, come se non fossero mai esistiti.

Lei si identifica con loro?

Sì, penso di essere un po’ una loro versione moderna. Con una forma più sofisticata. Nel mio caso, il potere giudiziario non è stato usato per restaurare la giustizia, ma per fare politica.

La Francia e il Brasile affrontano una crisi diplomatica sulla questione della preservazione dell’Amazzonia, in un contesto di insulti lanciati dal Presidente Jair Bolsonaro contro Emmanuel Macron. Lei come valuta questo episodio?

Ho sempre avuto relazioni eccellenti con tutti i Presidenti francesi, di sinistra e di destra, con Chirac, Sarkozy e Hollande. Sono solidale con Emmanuel Macron a fronte degli insulti che sono stati lanciati nei confronti di sua moglie. Sono stati di una grossolanità spaventosa e questo non ha nulla a che vedere con il popolo brasiliano.

Quali sono le soluzioni, a suo parere, per gli incendi che stanno devastando l’Amazzonia in questo momento?

Il popolo deve reagire. I brasiliani devono mobilitarsi e manifestare in difesa dell’ambiente, dato che non possiamo aspettarci nulla da Bolsonaro e dai suoi ministri su questa questione. Voglio ricordare, approfittando di questa domanda, che il mio governo, quello del Partito dei Lavoratori, è stato quello che si è preso più cura dell’Amazzonia. È stato durante il mio mandato che è stato creato un fondo, finanziato dalla Germania e dalla Norvegia, per proteggere la foresta. Sono stato io a creare un piano di prevenzione che ha ridotto il disboscamento illegale. Sempre io ho inaugurato 114 aree protette nel paese. Noi ci siamo presi cura dell’ambiente e lo abbiamo fatto in modo efficace. 

Ci sono state comunque, durante la presidenza (2003-2010) e quella della Dilma Rousseff (2011-2016) numerose critiche fatte dai movimenti ambientalisti. Specialmente sulla costruzione della diga di Belo Monte, nell’Amazzonia… Il PT può veramente dare lezioni sulla questione dell’Amazzonia?

Senta, solo Dio può fuggire alle critiche! E per un governo, è ancora peggio. Abbiamo fatto tutto quello che abbiamo potuto. Belo Monte era una necessità per questo paese. È stata costruita in accordo con tutte le comunità indigene che vivevano in quell’area. Per il Brasile era necessario sviluppare il suo potenziale idroelettrico. L’80% dell’energia prodotta in Brasile è energia pulita. E siamo orgogliosi di questo. 

Lei appoggia l’idea di una internazionalizzazione dell’Amazzonia, come suggerito da Emmanuel Macron?

No, l’Amazzonia è di proprietà del Brasile. Fa parte del patrimonio brasiliano. Ed è il Brasile che deve occuparsene. È chiaro! Questo non significa che tu devi essere ignorante e l’aiuto internazionale non sia importante. Ma l’Amazzonia non può essere il santuario dell’umanità. Le ricordo che ci sono 20 milioni di persone che ci vivono, devono mangiare e lavorare. Dobbiamo occuparci anche di loro tenendo in considerazione la preservazione dell’ambiente.

Dopo otto mesi di governo, qual è la sua opinione sulla presidenza di Bolsonaro?

Bolsonaro non costruisce nulla, lui distrugge solamente. Distrugge l’educazione, tagliando i finanziamenti delle università, che non possono più pagare le borse di studio. Distrugge i diritti dei lavoratori, per i quali abbiamo molto lottato. Distrugge l’industria, privatizzando imprese brasiliane, compresa la Petrobras – cosa che è un crimine! È un governo di distruzione, senza alcuna visione del futuro, senza un programma, che non è preparato per il potere. È per questo che Bolsonaro dice tante stupidaggini, lui ha insultato la moglie di Macron e Michelle Bachelet, che discute con Maduro … È una pazzia totale! E poi lui si sottomette a Trump. Io non ho mai visto una cosa simile!

L’antipetismo’, o il rifiuto del PT (Partido dos Trabalhadores), è molto forte in una parte della popolazione in Brasile. Non è l’ora di un’autocritica, di voltare pagina, creare un nuovo partito o cambiare il nome?

Il PT non ha bisogno di autocritica. Perché un’autocritica? Riguardo a cosa? Il PT non deve cambiare nome, ma modificare quello che c’è nella testa delle persone. La verità è che io avrei vinto le elezioni, anche in prigione, se questo fosse stato permesso dal giudice! Oltre a questo, Fernando Hallad (candidato del PT nelle elezioni del 2018 contro Bolsonaro) ha conquistato 47 milioni di voti. È molto! Il PT è grande, è il partito della sinistra più straordinario del mondo. È un partito molto ben organizzato. Arriva al primo o al secondo posto in ogni votazione da venti anni. Ebbene sì, abbiamo perso un’elezione, è così. Ma perdere è normale in una democrazia. Non possiamo sempre vincere. In Brasile esistono molti antipetisti, ma ci sono anche molte persone che credono nel PT e altre ancora che devono essere convinte.

Lei non solleverà quindi delle critiche da parte sua?

In Brasile abbiamo avuto sempre delle persone con un discorso ultrareazionario che hanno vinto le elezioni, questa non è una novità. Bolsonaro è, prima di tutto, il risultato di un rifiuto della politica. In questo momento storico, in cui la politica è tanto odiata, le persone si aggrappano al primo mostro che si avvicina. È deplorevole, ma è successo.

Nonostante le rilevazioni del sito Intercept sulle trame del caso “Lava Jato” (intervento giudiziario con varie condanne per corruzione di esponenti politici, paragonabile al nostro “mani pulite”, nota del traduttore) i suoi ripetuti appelli per la liberazione sono stati rifiutati o procrastinati da parte dei tribunali. Lei continua a sperare di essere liberato?

Esiste un patto fra mezzi di informazione, i pubblici ministeri e il giudice Sergio Moro (capo dell’operazione anticorruzione “Lava jato”, letteralmente il nostro “autolavaggio”, e ora ministro di giustizia). Essi hanno diffuso così tante menzogne nei miei confronti, che non hanno il coraggio di rifare il processo. Domenica 8 settembre la stampa ha reso note nuove informazioni, mostrando che Moro aveva mentito al Supremo Tribunale Federale. Questo tipo di comportamento di un giudice non lo perdono. Ma sono sicuro che uscirò di qui, e un giorno queste persone dovranno rispondere per quello che è successo in questo paese. Continuo a credere nella giustizia, anche se so che sta subendo forte pressioni. 

Lei accetterebbe un regime di semi libertà? O per scontare la pena in casa, con un braccialetto elettronico, come le sarà assegnato da fine settembre?

Non chiedo favori o una riduzione della pena. Nient’altro che giustizia! La mia casa non è una prigione. E il braccialetto elettronico va bene per i colombi viaggiatori! Tutto quello che io chiedo è che venga riconosciuta la mia innocenza.

La società brasiliana è molto polarizzata in questo momento. Lei non ha paura che la sua vita sia in pericolo una volta uscito di prigione?

Una persona come me, che è nata dove è nata, che ha mangiato il pane per la prima volta a 7 anni, che ha dormito molte volte senza aver cenato e che è arrivata dove sono arrivato io, questa persona non può aver paura. Il Brasile è un paese di pace, con un popolo che ama la gioia di vivere. Quelli che vogliono farlo diventare un paese di odio devono vergognarsi! Io voglio uscire di prigione e voglio andare e parlare con la gente, per riassaporare il gusto di essere brasiliano. Io sono un uomo che non nutre spirito di vendetta. L’odio dà bruciore di stomaco, mal di testa e dolori nei piedi! Io sto bene perché sto dalla parte della verità. E alla fine questa sempre vince.

L’intervista è stata pubblicata su “Le Monde” del 12 settembre.

La traduzione italiana è di Maurizio Marino

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