La prova dell’immigrazione

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Da almeno un ventennio i nostri governanti, di qualunque colore politico, hanno avuto in comune il medesimo convincimento: l’immigrazione è una bomba che si può disinnescare solo riuscendo a tamponare il suo flusso.

Ci si poteva dividere sul trattamento da riservare a chi ha varcato i nostri confini – integrazione o discriminazione? – ma non sull’assoluta priorità di limitare nuovi arrivi. Questa ci è stata inculcata come regola inesorabile della realpolitik, già da ben prima che Salvini utilizzasse il palcoscenico del Viminale per dare spettacolo con la sua “cattiveria necessaria”.

Anche in precedenza la domanda inquietante che nei talk show doveva tappare la bocca ai cosiddetti buonisti è sempre stata: «Ma allora secondo te l’Italia dovrebbe accoglierli tutti?». Una domanda di apparente buon senso, adoperata per eludere la questione spinosa e impopolare che invece s’imporrebbe a chiunque abbia responsabilità di governo: come può essere regolamentata una migrazione economica in cui i fattori climatici e le catastrofi ambientali si legano inestricabilmente alle guerre? Davvero è ancora possibile distinguere chi scappa da una persecuzione da chi scappa dalla siccità?

Capisco bene che i partiti protagonisti delle trattative per la formazione del nuovo governo non avessero il tempo di elaborare una risposta all’altezza. Lunedì scorso, nelle stesse ore in cui s’incontravano a Palazzo Chigi, la cronaca gli scaraventava addosso il caos normativo esasperato dai decreti propagandistici del primo governo Conte. Duecentosessanta migranti approdavano in Sicilia a bordo di cinque imbarcazioni: i 104 della Eleonore forzando il blocco; i 31 della Mare Jonio autorizzati dopo un’assurda attesa; altri 29 grazie al salvataggio della nostra Marina militare; e inoltre due barconi sfuggiti al respingimento. Sono numeri limitati, tutt’altro che allarmanti, ma riassumono un groviglio morale e giuridico di fronte al quale la politica si agita inconcludente.

Rivelatosi fallimentare il cinico progetto di ricattare l’Unione Europea tenendo in ostaggio nel mare qualche centinaio di sventurati, spetterà al nuovo governo elaborare forme di pressione più efficaci (e dignitose) per vincere l’egoismo dei nostri partner comunitari. Non sarebbe la prima volta. Per anni i governi italiani hanno praticato la ricollocazione dei migranti nell’UE con metodo non dichiarabile ma efficacissimo. La polizia non gli prendeva le impronte digitali e li lasciava transitare verso gli altri Stati.

Così, eludendo i regolamenti di Dublino, abbiamo smaltito la grande ondata di profughi dell’estate 2015. Umanitari e pragmatici, li abbiamo salvati e rifocillati e mandati via. È un escamotage, come tale non replicabile, d’accordo. Ma se vogliamo superare il vincolo per cui chi arriva in Italia non può uscirne più, forse è il caso di prendere in considerazione la proposta di Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale: far sbarcare i migranti nell’ambito di un regime giuridico esplicitamente derogatorio rispetto agli accordi di Dublino, in nome e per conto e a spese dell’Unione Europea. Sarebbe una forzatura positiva, ben diversa dal metodo Salvini, rivolta a smuovere la nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.

Questo per l’emergenza, determinatasi in seguito al monopolio che i governi europei hanno regalato agli scafisti. Come? Rendendo quasi impossibile un’emigrazione legale dall’Africa. Rimane con ciò inevasa la necessità di soluzioni organiche di lungo periodo. Un governo di legislatura ha il dovere di cimentarvisi. Ieri, per la prima volta, al punto 15 del programma divulgato dal M5S compare la parola “integrazione”.

Vedremo se significa qualcosa, per esempio in materia di cittadinanza per ius culturae. Ma è soprattutto il segretario del PD, Nicola Zingaretti, ad avere assunto propositi impegnativi di riforma legislativa sull’immigrazione. All’Assemblea nazionale del 13 luglio scorso aveva proposto l’abrogazione della Bossi-Fini, «sostituita da un nuovo testo unico sull’immigrazione e il diritto d’asilo» che preveda «canali d’ingresso regolari». Certo Zingaretti non immaginava che il suo partito sarebbe tornato al governo poche settimane dopo. Lo aspettiamo alla prova dei fatti: disinnescare la bomba immigrazione richiede coraggio e lungimiranza.

L’articolo è tratto da “La Repubblica” del 4 settembre 2019