Quale politica estera dopo Salvini?

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Voleva essere il «migliore amico» di Putin, di Trump e di Netanyahu, mettendo in difficoltà gli alleati di governo e l’Unione europea dove, per altro, anche i suoi presunti amici, polacchi e ungheresi, l’hanno isolato quando è stato il momento di nominare come presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Nel vasto mare della politica estera Salvini, ministro degli interni, ha navigato tra la Libia e il Papeete Beach come un marinaio della domenica. «Tripoli è un porto sicuro», gridava ai quattro venti proprio mentre il generale Khalifa Haftar scatenava la sua offensiva contro il governo Sarraj, salvo poi fare parziale retromarcia per non apparire del tutto ridicolo. In realtà lui e i suoi consiglieri sono degli orecchianti, come ha dimostrato il caso dell’hotel Metropole a Mosca. Non vai casa del Capo (Putin) a fare affari rompendo le scatole al migliore amico del capo (Berlusconi); prima o poi ti spezzano le corna, come è puntualmente accaduto. E infatti l’amico del Capo, in piena crisi di governo, non l’ha neppure ricevuto.

Salvini avrebbe voluto i pieni poteri ma in diversi momenti della vita politica di questo Paese si è già arrogato il ruolo di ministro degli Esteri e di presidente del Consiglio, cosa che per altro non meraviglia visto che il primo è un ectoplasma e il secondo ha aspettato per sfogarsi solo l’ultimo giorno di governo. Non è stato difficile per Salvini prevaricarli. Ma la parabola impone una domanda: come si influenza dall’estero la politica in Italia? Più o meno con lo stesso metodo che si usa con le fazioni libiche: mettendo le une contro le altre.

Quello che più importava in questa fase agli Stati Uniti era che l’Italia prendesse un atteggiamento di distacco nei confronti dell’Iran perché Teheran, dopo la visita del 2015 del presidente iraniano Hassan Rohani a Roma, aveva firmato un memorandum d’intesa per commesse del valore di 30 miliardi di euro. Gli Usa e Israele hanno fatto di tutto in questi tre anni per influenzare i governi italiani, da Renzi a Gentiloni, ed evitare affari con la Repubblica islamica. Si sono quindi adoperati per far congelare prima una linea di credito da 5 miliardi di euro, ai tempi del governo Gentiloni, e poi per bloccare anche i tentativi da parte dei Cinquestelle di aprire una piccola banca denominata solo in euro per aggirare le sanzioni all’Iran. La Lega di Salvini si è opposta alla manovra dei Cinquestelle e ha ricevuto un forte appoggio da Israele che nel dicembre del 2018 ha accolto benissimo il ministro dell’interno. Salvini in quell’occasione si è lasciato andare a dichiarazioni che nessun ministro della Repubblica aveva mai fatto: per esempio dichiarando terroristi gli Hezbollah e sollevando le rimostranze dei vertici militari italiani visto che in Libano c’è un contingente italiano di 1.500 uomini schierato sotto la bandiera dell’Onu che opera proprio nella zona delle milizie libanesi.

Dal punto di vista degli interessi nazionali strategici più sensibili è apparso evidente anche all’estero che Matteo Salvini, come il resto del Governo, è stato poco efficace, come dimostra anche il caso libico dove gli americani ci hanno puntualmente preso in giro con la favoletta raccontata prima a Renzi (da Obama) e poi a Conte (da Trump) della «cabina di regia».

Con la visita negli Usa del 17 giugno, Salvini ha chiuso il cerchio su Teheran dichiarando «di trovarsi sulla stessa linea d’onda del presidente statunitense Donald Trump e di essere contento che l’Italia abbia già da tempo allentato le sue relazioni economiche con l’Iran». Parole assai dissennate e contro i nostri stessi interessi, che hanno incrinato le storiche relazioni fra Teheran e Roma. Teniamo presente che durante i sei mesi di sospensione delle sanzioni concesse dagli Stati Uniti a otto Paesi tra cui l’Italia, il nostro Paese è stato l’unico, senza alcuna valida ragione, a non avere comprato da Teheran neppure una goccia di petrolio. Le importazioni di oro nero avrebbero finanziato anche l’export delle nostre imprese senza dovere aggirare le sanzioni, attuando semplicemente degli scambi merce.

Tutto questo avveniva mentre il presidente Cinquestelle della commissione esteri del Senato, Vito Petrocelli, andava a Mosca e a Teheran per dire sull’Iran, maggiore alleato della Russia in Siria con Assad e Hezbollah, cose assai diverse da quelle di Salvini. Non è un caso che il presidente Hassan Rohani, ricevendo per le credenziali l’ambasciatore Giuseppe Perrone, ha appena dichiarato che la Repubblica islamica iraniana è determinata a sviluppare in ogni modo le relazioni economiche con l’Italia e a «contrastare le sanzioni illegali e illogiche degli Stati Uniti».

La sintesi è che il marittimo Salvini ha acquistato punti in Israele e negli Usa ma con la tegola del «Russiagate» ha perso credibilità, tanto è vero che sulle intercettazioni del Metropole l’ambasciatore Usa Eisenberg ha telefonato a Di Maio e non a lui. Come garante filo-atlantico e filo-israeliano il suo posto potrebbe essere preso dal PD che quanto ad ambiguità e cessioni di autentica sovranità in politica estera non scherza. E la Libia? Ma lì ci pensa l’Eni, no? Business as usual.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 23 agosto

About Alberto Negri

Alberto Negri è stato inviato speciale di "Il Sole 24 Ore" per il Medio Oriente, l'Africa, l'Asia centrale e i Balcani dal 1987 al 2017. In tale qualità ha seguito i principali eventi politici e di guerra degli ultimi 30 anni, dal conflitto Iran-Iraq all'Afghanistan, dalle guerre dei Balcani a Baghdad 2003, dall'Algeria 1991 alla Siria 2011-2016, dalla Tunisia 2011 alla Turchia. Collabora attualmente a “Il manifesto”.

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