Salario minimo, tutti i timori e le bugie dei suoi detrattori

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La composita schiera di oppositori del salario minimo legale che è riuscita a stoppare, almeno per ora, l’importante progetto 658 in Senato (sen. Catalfo), si articola in due gruppi: chi continua a propalare notizie false e critiche infondate e chi indica “vie diverse” per rimediare all’ingiustizia dei “lavoratori poveri” e agita lo slogan del cosiddetto taglio del “cuneo fiscale” (e contributivo).

La leadership del primo gruppo è stata assunta da Matteo Salvini che ha dichiarato, come riportato dalla stampa, che con il salario minimo «si scatenerebbe una fuga dai contratti collettivi, con il risultato che per aiutare qualcuno si ridurrebbe la tutela a milioni di lavoratori». Questo è spudoratamente falso, perché il progetto 658 in primo luogo estende a tutti i lavoratori i trattamenti economico-normativi previsti dai contratti collettivi sottoscritti dai sindacati più rappresentativi e solo in un secondo luogo, e ove necessario, integra fino al valore di 9 euro lordi orari anche le paghe tabellari delle qualifiche più basse. Altro che “fughe dai contratti collettivi”! Il loro ombrello diventa assolutamente generale a protezione di tutti i lavoratori.

Veniamo al secondo gruppo di oppositori, certo più avveduto, e comprensivo dei sindacati datoriali e, ahimé, anche di quelli dei lavoratori che propugnano la via alternativa del taglio del “cuneo fiscale”. È legittimo sospettare che non amino l’obiettiva implacabile “radiografia” cui sarebbero assoggettati, con l’applicazione del salario minimo legale, i contratti collettivi da loro firmati, specie nel terziario. Intendiamoci: i contratti collettivi nazionali sono e restano l’insostituibile colonna portante del nostro sistema di relazioni industriali e di tutela del lavoro, ma come nella criniera di un cavallo di razza può annidarsi qualche pidocchio, anche nei contratti collettivi, specie nei settori “deboli” possono esser previsti minimi retributivi assolutamente miseri nelle qualifiche più basse.

Gli esempi sono i migliori maestri: ricordiamo subito che il salario minimo proposto di 9 euro corrisponde a uno stipendio mensile lordo di 1.548 euro (172 ore lavorative) e basta esaminare la “scala” delle qualifiche di un contratto collettivo con relative retribuzioni minime e vedere dove “passa la linea” dei 1.548 euro. I minimi retributivi delle qualifiche che restano sotto la linea dovrebbero essere integrati per la legge del salario minimo. Prendiamo un contratto collettivo nazionale appena rinnovato, quello del turismo e alberghi: sono sotto la linea o a “pelo dell’acqua” il 7° e ultimo livello, con una paga minima tariffaria di 1.291 euro lordi, il 6°, con un minimo di 1.378, il 6° super, con un minimo di 1.398, e il 5° con un minimo di 1.454, sempre lordi. Con il 4° livello che ha un minimo retributivo di 1.550 si alza finalmente la testa “fuori dal pelo dell’acqua”, poi si sale fino al minimo tariffario di 1.906 del primo livello e di 2.285 per il quadro A.

Dopo aver segnalato che nel 7°, 6° super, 6° e 5° livello c’è il grosso della manodopera alberghiera (facchini, camerieri, addetti di portineria ecc.), basterà fare la differenza tra il livello del salario minimo di 1.548 e l’importo del minimo tariffario di qualifica per trovare la differenza retributiva che, con la legge in discussione, andrebbe riconosciuta al lavoratore. Ad esempio, per il “lavoratore povero” inquadrato al 7° livello si tratterebbe di 252 euro lordi mensili, circa 172 netti.

È naturale che questa sorta di vivisezione dei contratti collettivi del terziario (nel settore industriale il fenomeno è marginale) non piaccia alle parti che li hanno stipulati.

Esaminiamo, dunque, la loro proposta alternativa di taglio del “cuneo fiscale”: ricordiamo che per cuneo fiscale (e contributivo), s’intende la differenza tra salario netto che perviene al lavoratore e il suo costo per il datore, che si ottiene sommando tre fattori: l’aliquota contributiva a carico del lavoratore (9%), la quota contributiva a carico del datore (23%) e l’aliquota fiscale a carico dei lavoratori (23%), cui vengono applicate infatti una trattenuta fiscale e una previdenziale. Di conseguenza, data una retribuzione tabellare di 1.291 euro lordi (7° livello lavoratori alberghieri), il costo del lavoro sarebbe di 1.587, ma il netto per il lavoratore si aggirerebbe sui 900 euro netti e la differenza di oltre 600 euro sarebbe appunto il “cuneo fiscale” (e contributivo). L’idea propugnata da questo secondo gruppo di oppositori è che riducendo le aliquote, cioè tagliando il “cuneo” il salario netto del lavoratore aumenterebbe comunque, come se il suo datore di lavoro gli aumentasse la paga in ossequio a un’eventuale legge sul salario minimo legale.

Ma dove tagliare il “cuneo”? Quale aliquota ridurre? Si potrebbe – come vuole Confindustria – tagliare l’onere contributivo a carico del datore (23%)? Questo però non porterebbe alcun aumento al lavoratore e peggiorerebbe la sua situazione contributivo-previdenziale. Per altro verso, tagliando l’aliquota contributiva a carico del lavoratore (9%), aumenterebbe un pochino il salario netto ma con pregiudizio per la posizione previdenziale. Resta la possibilità di riduzione dell’aliquota fiscale, e certamente, in linea di principio questo aumenta il “netto in busta”. Ma ci sono due questioni ostative: la prima è che una riduzione dell’aliquota fiscale si dovrebbe applicare nella stessa misura a tutti i lavoratori, anche a quelli “benestanti”. La seconda è che per portare il salario netto di 900 euro, del lavoratore del 7° del nostro esempio al netto di 1.200 (corrispondente al lordo di 1.548 del salario legale minimo), occorrerebbe addirittura azzerare l’intera aliquota fiscale o ridurla a pochissimi punti, e l’ipotesi di farlo per tutti i lavoratori, poveri e benestanti, è evidentemente impraticabile. Il taglio del “cuneo fiscale” come alternativa alla legge sul salario minimo legale è quindi solo uno slogan strumentale.

Ma questo esame non sarebbe completo se non ci figurassimo una misura diversa, che nulla ha a che fare con le aliquote e con la loro riduzione (o taglio del cuneo fiscale): accordare ai soli lavoratori “poveri” che percepiscono meno di 1.548 euro lordi al mese una detrazione o “bonus fiscale” che porti il salario netto al livello che avrebbero se percepissero 1.548 lordi. Sarebbe un intervento oneroso per l’erario (oltre 5 miliardi di euro annui), ma politicamente non accettabile perché significherebbe far pagare a tutti i cittadini quelle integrazioni che, invece, dovrebbe far carico ai datori che utilizzano a quattro soldi il lavoratore “povero”.

La crisi di governo, voluta da Salvini, avrà l’effetto di bloccare il disegno di legge n. 658, ma gli argomenti resteranno sempre attuali, perché il salario minimo legale è un istituto riguardante la dignità del lavoro, presente in tutti i Paesi europei e non potrà non essere introdotto anche in Italia.

L’articolo è tratto da “Il Fatto quotidiano” del 21 agosto 2019

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