Quando si avvelenano i pozzi dell’umanità e della cultura

Questo giornale sta documentando ormai da giorni i fronti aperti da una vera e propria «guerra contro le reti di solidarietà», che finirà – riprendo una considerazione proprio qui acutamente svolta – per condurre a uno «Stato asociale». Si stanno avvelenando i pozzi della cultura, del dialogo, della civiltà, dell’umanità. Per avidità di facili consensi vi sono stati gettati dentro parole ostili, minacce, discriminazioni, intolleranze, xenofobie, fanatismi, rancore, slogan di sfacciata volgarità. Le falde civili ne sono ormai inquinate e, quel che è peggio, di ciò si sta progressivamente perdendo la consapevolezza. Giorno dopo giorno il sapore dell’acqua sembra meno sgradevole, si è di molto stemperato quell’insopportabile retrogusto che avvertivamo tempo fa già al primo sorso e che ce la faceva ritenere non potabile. Espressioni come “pacchia”, “crociera”, “taxi del mare”, “oziosi palestrati”, “bambini preconfezionati che giungono sui barconi” riferite alle disperate vicissitudini di nostri simili e percepite inizialmente per quel che sono – oscenità verbali – vengono ormai considerate un linguaggio a tutto concedere “improprio”, ma che sa andare al cuore del problema. Come l’auspicio che i condannati “marciscano” in galera. Mandiamo giù quotidianamente frasette roboanti e tweet insulsi e cattivi. Magari rispondiamo con altri tweet di speculare banalità e aggressività, convinti che oggi non si possa che dialogare così.

Eppure, se la Chernobyl culturale degli ultimi decenni non avesse debilitato tanta parte della nostra capacità critica, se il frastornamento prodotto da un’informazione che offre un turbinìo di notizie e pochissima conoscenza non imponesse reazioni istantanee e irriflessive, forse ci accorgeremmo che molti stentorei proclami non sono altro che grossolane mistificazioni. Basterebbe spigolare qua e là.

Qualora un Ministro dell’interno, cioè colui che presiede alla sicurezza pubblica, fosse davvero preoccupato per le depredazioni domiciliari dovrebbe organizzare con maggiore efficienza le forze dell’ordine sul territorio, potenziarne gli organici, aumentare le zone videosorvegliate, mettere a carico dello Stato le spese per sistemi di allarme e di collegamento con le centrali di polizia e altre provvidenze che l’approfondita

conoscenza del fenomeno gli potrebbe suggerire. E invece il nostro ministro sostiene che la via migliore sia lasciare al cittadino una incondizionata licenza di difendersi, promettendogli ingannevolmente di sottrarlo al processo qualsiasi reazione metta in atto, foss’anche l’omicidio. È come se un pastore incapace di predisporre una strategia di contrasto agli attacchi dei lupi con recinti e cani da guardia, si preoccupasse soltanto di riconoscere alle pecore il diritto di difendersi con morsi e calci, anche letali.

Hanno annunciato urbi et orbi che avevano abolito la miseria, ma poi hanno avvertito l’urgenza legislativa di introdurre il reato di accattonaggio: difficile coglierne la coerenza, a meno che non pensassero di stroncare l’intollerabile tendenza delle persone abbienti a vestirsi di abiti consunti, giacere all’uscita delle chiese e dei supermercati, simulare malattie o deformità, protendere la mano per chiedere la carità.

Persone in fuga da terre inabitabili rischiano e perdono la vita nel tentativo di raggiungerne una su cui condurre un’esistenza non indignitosa? Si arriva a ipotizzare addirittura multe per chi salva la vita a naufraghi. E si tuona: «Per i trafficanti di esseri umani i nostri porti sono e saranno chiusi»! Anche a voler ipotizzare – smentendo la realtà – che alle nostre coste arrivino sempre e solo imbarcazioni condotte da scafisti, si fa fatica a capire cosa c’entri una tal risposta con quella invocazione disperata. Si tratta all’evidenza di una giacca non abbottonata in corrispondenza delle asole. È come se il Ministro della salute rifiutasse il ricovero in ospedale a donne che rischiano di morire per emorragia a seguito di aborto praticato clandestinamente, motivando il rifiuto con la necessità di combattere il fenomeno delle mammane.

Abbeverandosi a questa sorgente culturale, non molti giorni fa si è arrivati a escludere gli atleti africani dalla mezza maratona di Trieste, adducendo pateticamente la volontà di combattere il loro sfruttamento da parte di procuratori sportivi senza scrupoli. È andata in scena, ancora una volta, questa singolare strategia di contrasto alle ingiustizie: infierire sugli indifesi anziché colpire i loro aguzzini.

Le discettazioni per stabilire se siamo dinanzi al ritorno del fascismo o a un fenomeno differente non servono a nulla. Serve una resistenza civile a livello politico e culturale. Certo, sul primo versante, c’è bisogno di un progetto serio che parli anche dei sacrifici che sono necessari per una società meno diseguale e rancorosa, per una convivenza solidale e fiduciosa; che indichi senza fatue promesse ciò che dovremmo riuscire a fare per avere la speranza di abitare in un futuro migliore per noi e per i nostri figli. Ma c’è anche bisogno che ognuno di noi senta la responsabilità del momento, non smetta di indignarsi, di smascherare l’imbroglio demagogico, di testimoniare con fermezza buon senso e umanità, affinché nessuno possa pensare, assistendo al nostro silenzio rassegnato, «probabilmente sbaglio a turbarmi e ad avvertire un pericolo, se anche lui non trova nulla da criticare e da denunciare».

Di sicuro, l’ora è adesso. Un domani, tutto potremo raccontarci a nostra discolpa tranne che le intenzioni degli imprenditori di questa nuova etica (in)civile del forte contro il debole, del normale contro il diverso, del bianco contro il nero fossero dissimulate e incerte: c’è una trasparenza democratica in questo oscurantismo autoritario che avanza.

L’articolo è tratto da “Avvenire” del 12 maggio