La Spagna del dopo elezioni

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Le bandiere rosse sventolano numerose in calle Ferraz, sotto un palco dominato da un manifesto con il volto di Pedro Sánchez: posa frontale, sguardo di sfida, sorriso sardonico e lo slogan a caratteri vermigli e cubitali “Haz que pase”, fai che passi il progresso, il futuro, la sinistra. Circa i primi due non c’è ancora dato sapere, ma per quanto riguarda la sinistra, almeno stavolta e almeno in Spagna, possiamo dire che sia passata e che abbia sorpassato una destra ormai tripolare e sempre più radicale.

Se è probabilmente eccessivo parlare di trionfo, di certo questa è una vittoria molto significativa per il PSOE, unico vecchio partito socialista (insieme a quello portoghese) che rialza la testa e guida la competizione elettorale in uno dei grandi Stati europei. Col 28,9% dei consensi, 123 seggi su 350 al Congreso de los diputados (l’unica camera a votare la fiducia al governo) e 139 (121 più i 18 di designazione autonomica) su 266 al Senado, ottiene un risultato molto vicino a quello dei grandi fasti degli anni di Felipe González, quando appena chiusasi la tragica parentesi storica del franchismo, la voglia di una svolta a sinistra era più forte e trasversale che mai.

Al contrario è alquanto deludente, pur se non affatto disastroso, il risultato di Unidas Podemos (la scelta del cambio di genere nel nome – al precedente turno elettorale si chiamava infatti Unidos Podemos – non può che rimandare alla nostrana polemica di Liberi e uguali), che perde rispetto al 2016 più di cento mila voti, 10 seggi nella camera bassa e tutti gli 8 della camera alta. La campagna elettorale è stata condotta con la volontà di differenziarsi come unica vera forza schiettamente di sinistra, mettendo in guardia gli elettori progressisti dal rischio di un possibile accordo tra PSOE e Ciudadanos, si los votos suman, ma in ogni caso ben attenta a ricordare i buoni provvedimenti del precedente breve governo socialista (che potranno essere implementati solo con Unidas Podemos, come più volte ripetuto dalla portavoce Irene Montero) e contemporaneamente a segnalare l’importanza della formazione di un fronte progressista per ostacolare l’avanzare della destra reazionaria.

La destra appunto, o forse sarebbe meglio dire le destre, vista la tripartizione ormai consolidata tra PP, Ciudadanos e Vox, che le vede godere di sorti differenti ed opposte. Il partito popolare guidato dal giovane Casado, accolito di Aznar, si squaglia sotto il calore dei numerosi riflettori mediatici e giudiziari, che ne hanno messo in luce innumerevoli scandali in questi anni, minandone la credibilità all’interno del proprio elettorato, migrato verso i neo-liberal conservatori di Ciudadanos ed ancor più verso gli iper-liberisti reazionari di Vox. Partito quest’ultimo nato da una sua costola destra nel 2013 e passato dal 0,2% del 2016 al 10,34% e capace di portare per la prima volta 24 deputati in parlamento, molti dei quali avvocati ed ex-militari. Gli attacchi del partito guidato da Abascal contro il femminismo, gli immigrati, i media, il suo approccio nazionalista e autoritario verso gli indipendentisti catalani e le autonomie in generale, unite a un diffusa e non solo simbolica nostalgia per il franchismo, lo hanno reso l’interprete più rumoroso e visibile (molte le manifestazioni in piazza) di questa contesa elettorale, dai toni alti e provocatori.

Forse costretta dai pochi giorni a disposizione, la campagna elettorale ha infatti visto i singoli partiti impegnare la propria comunicazione per rimarcare la differenza dai propri avversari, e, nel caso delle destre, anche dai propri concorrenti. Lo si può vedere analizzando il numero e il peso degli attacchi scambiati tra Casado e Rivera nel corso dei due dibattiti televisivi, andati in onda il 22 e il 23 aprile, dai quali la giunta elettorale ha escluso Vox perché non avente ancora dei rappresentanti in parlamento e per i quali lo stesso Sánchez è stato bersaglio di polemiche, vista la sua indecisione iniziale sull’opportunità di prenderne parte7. Il leader del partito socialista è stato quello a subire più critiche, anche da Iglesias, al quale non ha però mai restituito i colpi. Quest’ultimo fra tutti è sembrato il più preciso e tagliente, con in mano ben salda la Costituzione, esposta più volte a favor di camera.

Il nervosismo degli altri duellanti faceva ben presagire il largo vantaggio del PSOE, impegnato per lo più in un’azione di contenimento, atta a consolidare anzi che a guadagnare ulteriore consenso. L’argomento di maggior dibattito tra le forze di sinistra è stato la già anticipata questione dell’accordo con Ciudadanos, al quale in più occasioni il leader di Unidas Podemos ha chiesto al collega socialista di dichiarare esplicitamente di voler rinunciare. La tanto attesa dichiarazione è giunta solamente in un’intervista concessa da Sánchez a El Pais, nella quale tra l’altro ringraziava ancora Podemos per l’appoggio ottenuto nel precedente governo, auspicando apertamente di poter proseguire la positiva esperienza.

A proposito di proseguire la positiva esperienza di governo. I seggi conquistati dalle tue forze non sono sufficienti per formare un esecutivo di maggioranza. Sarà necessario ottenere allora l’appoggio dei catalani di ERC e di JxCAT, il partito di Carles Puidgemont, che in una recente intervista (una delle poche concesse ai quotidiani spagnoli) non ha lesinato critiche ai socialisti, pur lasciando chiaramente aperta la porta del dialogo. La trattativa sarà senz’altro lunga e probabilmente complicata, sul piatto vi sono molte questioni, tra queste il rapporto con le imprese, la politica estera e la questione catalana appunto, ma la volontà dichiarata di percorrere quella strada, anticipata già ieri sera da Iglesias, è stata poi in parte ribadita anche da Sánchez nel rassicurare ancora la folla che inneggiava al “no con Ciudadadanos”. Oggi la vicepresidente del Governo Carmen Calvo ha però fatto presente che in primo luogo il partito socialista tenterà di costituire un governo monocolore, e anche il riferimento ad un’apertura “verso tutte le forze rispettose della Costituzione” pone alcuni dubbi sulla riuscita e sulla determinata volontà dei socialisti di percorrere tale via. Se si tratti di reale strategia politica o di mera pre-tattica comunicativa, solo il tempo potrà svelarlo.

Non bisogna inoltre dimenticare i fattori condizionanti esterni, a partire dai poteri economici e amministrativi: i casi di spionaggio interni allo Stato che hanno visto come vittima tra gli altri lo stesso Podemos, e che lo ha spinto a chiedere un’indagine in merito allo stesso Parlamento Europeo, ne sono un fulgido esempio. A questi si sommano le eventuali influenze estere e quelle interne al quadro politico europeo, oltre al fatto che di qui a un mese, oltre alle parlamentarie dell’UE, in Spagna si svolgeranno le elezioni delle comunidades autónomas. Tutti elementi che potrebbero favorire tanto la coalescenza come la divisione delle forze in campo.

Sospendendo il giudizio sulla natura e sulla conformazione del governo che verrà, è tuttavia possibile estrapolare alcune significative considerazioni sul quadro politico spagnolo e non solo, alla luce di tali elezioni.

In primo luogo, si può notare come sia nel linguaggio comunicativo che nelle proposte contenute nei programmi dei vari partiti, la distinzione fra destra e sinistra sia dichiaratamente e orgogliosamente rimarcata. Il PSOE si è assestato su posizioni inequivocabilmente progressiste e si è rappresentato come una forza equilibrata di governo, attraendo a sé elettori sia caduti nell’astensione, che provenienti dal centro e della sinistra, volenterosi di unità e di un deciso cambiamento in direzione di politiche sociali e di apertura culturale. Le proposte di Unidas Podemos sono in sostanza versioni più radicali di quelle del PSOE, ma appartengono chiaramente allo stesso campo politico e spesso semantico. Le destre al contrario, già pronte alla battaglia d’opposizione, hanno visto confluire i voti verso le posizioni più estreme e caratterizzate, pronte a contendersi la bandiera del primo oppositore, capace di raccogliere il malcontento in una domanda populista reazionaria, anch’essa volta al cambiamento, ma nella direzione opposta a quella della sinistra. In tal modo a perdere sono stati i più moderati e grigi popolari, a favore dei più giovani e radicali Ciudadanos e Vox.

In secondo luogo e conseguentemente alla prima considerazione, si può osservare come proprio questa maggiore caratterizzazione di fronti politici e il ritorno a una più chiara e conflittuale contrapposizione d’idee abbia riportato le persone al voto, secondo una tendenza opposta a quella di tutte le ultime elezioni europee. Il dato dell’affluenza al 75,75% è il più alto degli ultimi quindici anni in Spagna (il più alto in assoluto risale al 1982, quando fu pari all’80%) in rialzo di quasi dieci punti rispetto al voto del 2016. Si potrebbe obiettare che anche le ultime elezioni francesi fossero caratterizzate da un forte scontro tra le parti in contesa, eppure l’affluenza è stata nettamente minore e in ribasso rispetto agli anni predenti. Al netto d’insondabili elementi socio-psicologici contingenti, un chiaro elemento di differenziazione tra i due appuntamenti elettorali può però individuarsi nell’incapacità di Macron di rappresentare una vera proposta progressista alternativa a quella reazionaria lepeniana, soprattutto in campo economico-sociale. Al contrario la sinistra spagnola ha già avuto, seppur per poco tempo, l’opportunità di mostrarsi attiva nel campo delle riforme sociali e incline a rappresentare i bisogni delle fasce più deboli della società. In sostanza, le persone hanno potuto percepire la reale possibilità di proseguire sulla strada di un cambiamento migliorativo concreto, che avevano iniziato ad assaporare nei pochi mesi di governo precedente. Non è un caso che proprio in Andalusia, dove la centrista Susana Díaz, avversaria di Sánchez alle ultime primarie socialiste, aveva patito una forte sconfitta dalla quale era scaturita la formazione di un governo tricefalo della destra, il PSOE abbia saputo riconquistare nel giro di poco tempo la fiducia e il sostegno degli elettori che lo avevano abbandonato. Se sarà capace di mantenerli e di allargare la base del suo consenso, tenendo fede alle promesse fatte e lavorando nella pratica adeguatamente per il conseguimento degli obiettivi dichiarati, non ci è dato saperlo.

Un rinnovato ritorno però all’enfrentamiento, lo scontro democratico tra destra e sinistra, può essere un segnale importante in vista dei prossimi appuntamenti elettorali europei, e per quelle forze, soprattutto progressiste, in cerca di una loro rifondazione e di un ricongiungimento con le persone e con i principi che sono deputate a rappresentare.

L’articolo è tratto da www.centroriformastato.it

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