Migranti. Quei prigionieri senza colpa

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L’internamento dei migranti che non hanno commesso alcun reato è diventato normalità. Come nel buio del Novecento. Ormai si è giunti a credere che sia ovvio, normale, legittimo internare uno straniero – solo perché straniero. Senza che abbia commesso alcun reato. Questa pratica repressiva è un’eredità inquietante del Novecento europeo che l’ha inaugurata. Prima non esisteva. Eppure oggi non si può ignorare a quali crimini sia giunta quella scellerata politica di ecologia della nazione, di pulizia etnica, di detenzione abusiva di esseri umani.

Il rapporto offerto dal Garante nazionale Mauro Palma, che fa il punto sul trattamento dei migranti in Italia negli ultimi tre anni, è una lettura raggelante. Ed è lo specchio di quella profonda regressione politica, etica, culturale che non sembra trovare argine. Tutto è peggiorato, in particolare nell’ultimo anno, dopo il cosiddetto “decreto sicurezza”. La detenzione si estende e si moltiplica in uno spazio e in un tempo indefiniti.

Ormai sembra lecito trattenere i migranti ovunque, non solo nei famigerati Centri di permanenza per il rimpatrio, ma anche nelle stazioni di polizia, negli hotspot, i punti di smistamento, situati vicino agli sbarchi, nei Centri governativi di prima accoglienza, persino quelli per minori, sui ponti di navi militari, imbarcazioni delle Ong e mercantili, negli ambulatori e nei locali delle forze dell’ordine all’interno degli aeroporti. Non c’è luogo che non sembri idoneo; il giudizio è affidato alle autorità politico-amministrative.

Si ammettono così zone buie, sottratte a ogni controllo, nelle quali non giunge lo sguardo dei cittadini. I migranti possono essere esposti a soprusi e vessazioni, senza che nulla trapeli all’esterno. Dove finisce l’accoglienza e dove comincia l’espulsione? In che modo la protezione diventa un alibi per legittimare l’internamento? Certo è che negli hotspot – un termine inglese che tenta ipocritamente di coprire l’oscenità della selezione – si consegnano esseri umani inermi, e spogli di ogni diritto, al potere esercitato dai burocrati della sicurezza.

E questi piccoli sovrani possono decidere arbitrariamente grazie all’ambiguità giuridica dei centri di smistamento che ormai sono sempre più sbarrati. A onta della Costituzione italiana, che nell’articolo 13 prevede la libertà di movimento per tutti, e a dispetto della Convenzione europea dei diritti umani. L’Italia è stata già più volte condannata. Ad esempio nel caso di un gruppo di tunisini trattenuti senza motivo nel centro di Lampedusa (“Khlaifia e altri”, 15 dicembre 2016). Insomma chi arriva può essere fatto prigioniero: questa è ormai la legge non scritta. Attenzione, però! Non vale per chi sbarca con le navi da crociera, per gli affaristi russi, per i petrolieri sauditi. Vale per la “subumanità” alla deriva, per i migranti neri, le scorie della globalizzazione, le cui vite di scarto non interessano nessuno. Il Ministro dell’interno Salvini, spalleggiato dai Cinque Stelle, ha ripreso e rilanciato in grande stile la guerra dello Stato contro i migranti.

Emblematica è la storia della nave “Diciotti”, il pattugliatore della Guardia costiera italiana che, dopo aver tratto in salvo 177 migranti, è diventata per giorni la loro assurda, illegale prigione. Importante è vedere, dietro l’abuso di potere, la strategia politica che mira a estendere la detenzione degli stranieri perfino in mare. I ponti delle imbarcazioni, che hanno soccorso i naufraghi, diventano, con un rovesciamento ignobile, luoghi di reclusione. Le navi vengono adibite a carceri. Così si favoriscono i respingimenti di massa. Ma c’è di più: quei migranti, prigionieri proprio lì dove avevano scorto la salvezza, sono esseri umani usati come ostaggi per dirimere conflitti che una politica inetta e incompetente non è neppure in grado di affrontare. E quando la politica fa acqua si ricorre alla gestione poliziesca.

All’indomani del “decreto sicurezza”, visti gli effetti, si può dire che la detenzione sia diventata l’arma preferita, lo strumento cardine usato dal Governo gialloverde contro i migranti. D’altronde che cos’altro resterebbe, una volta smantellato il sistema dello Sprar, quella rete di protezione e accoglienza che aveva appena cominciato a funzionare? Il “merito” di aver buttato per strada migliaia di richiedenti asilo, come se nulla fosse, non va riconosciuto soltanto a Salvini. I cinque stelle hanno fatto la loro parte con gli slogan propagandistici sul “business dei migranti”.

Sembrano ancora vantarsene. Il risultato è che, per denunciare singoli casi di corruzione nel bilancio, è stato soppresso direttamente il sistema d’accoglienza. Tanto che importa della vita di quei quattro stranieri? Prima gli italiani! L’unica eccezione sono i Centri per il rimpatrio. Luoghi per eccellenza della detenzione, questi campi di internamento, che prima si chiamavano Cie (Centri di identificazione ed espulsione) sono stati tollerati e, anzi, avallati dai governi di centro-sinistra. Li ha introdotti la legge Turco-Napolitano il 6 marzo 1998; la Bossi-Fini ha inasprito le misure. Si è trattato da allora di un più e un meno, una battaglia sul numero dei giorni di detenzione, come se questo non significasse già accettare l’obbrobrio. Le cifre del Garante sullo stato attuale dei Centri per il rimpatrio sono molto eloquenti. Nel 2018 sono state internate 4092 persone; meno della metà, il 43%, sono state rimpatriate. E ancora: per buona parte di loro, cioè il 23%, si è trattato di un errore, perché non avrebbero dovuto essere neppure trattenute. Il “decreto sicurezza” estende la detenzione da 90 fino a 180 giorni. Si prevede inoltre la moltiplicazione di questi centri. Tornerà a funzionare anche la sezione maschile di Ponte Galeria, quelle gabbie immonde vicino all’aeroporto di Fiumicino, dove si può praticare con disinvoltura la zoologizzazione degli umani, la loro trasformazione in bestie, senza alcun rispetto per la dignità.

A che cosa servono i Centri per il rimpatrio? A nulla, si vorrebbe rispondere. Eppure questi campi di detenzione, che appartengono già all’universo concentrazionario, hanno un valore simbolico. Chi è dentro, costretto senza alcun processo alla paradossale condizione di espulso-trattenuto, viene condannato all’immobilità e all’invisibilità. Può subire qualsiasi sopraffazione, senza che ciò venga alla luce. Questo riguarda tanto più il rimpatrio di cui poco si sa e che si traduce quasi sempre in una partenza improvvisa, in una sosta indefinita in aeroporto, un volo straziante, con le manette ai polsi, su un charter-prigione.

Anche per chi calcola in termini di costi-benefici diventa difficile sostenere l’utilità di tenere in ostaggio pochi migranti capitati nei lacci del poliziotto di turno e nelle maglie della cattiva sorte. Dato che questo dispositivo non ha arrestato la migrazione, non è difficile intuire che si tratta di un messaggio propagandistico tutto rivolto all’interno. Si vuol far credere di difendere così l’ordine pubblico fomentando l’odio, alimentando la paura, spingendo i cittadini a cedere i loro stessi diritti in nome di una fantomatica sicurezza. C’è da chiedersi già adesso quanto tempo sarà necessario per riparare un danno culturale e politico così grave inflitto alla democrazia.

L’articolo è tratto da “L’Espresso” del 14 aprile 2019

About Donatella Di Cesare

Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica all’università di Roma La Sapienza e membro del Comitato scientifico del Museo della Shoah, è tra i maggiori studiosi dell’Olocausto e dell’universo concentrazionario, considerati punti d’avvio anche per la riflessione filosofica. Negli ultimi anni ha approfondito, in particolare, i temi delle migrazioni, della critica dello Stato nazione, della coabitazione nel mondo e del superamento del concetto di cittadinanza in una visione in cui siamo tutti “stranieri residenti”.

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