Caporalato senza fine. In Calabria il sistema continua a prosperare

image_pdfimage_print

Se vuoi lavorare, soprattutto se sei straniero, devi per forza farlo sotto i caporali. Non c’è altra soluzione a queste latitudini. Nella piana di Sibari, in tutto lo Jonio cosentino, e ancor più su fino in Lucania, nei campi di Scanzano e Metaponto, sono i caporali a trattare con i proprietari e quindi sono loro che forniscono la manodopera. Se vuoi lavorare in agricoltura devi sottostare ai loro ricatti.

Lavori mediamente dalle 7 del mattino fino alle 5 del pomeriggio nella raccolta degli agrumi e il massimo che riesci a portare a casa sono 10 euro al giorno. Dieci ore di lavoro quotidiano, a spezzarti la schiena in mezzo a soprusi, insulti, minacce e una paga giornaliera da schiavi. I caporali che si impossessano dei documenti per poi ricattarti durante le ore di lavoro, i caporali che ti rinchiudono nei furgoni come delle bestie. E come delle bestie ti spostano da un luogo all’altro.

La scena che è apparsa ieri all’alba lungo la Statale Jonica, tra Montegiordano e Roseto Capo Spulico, ai finanzieri impegnati in un posto di blocco era questa: sette furgoni in cui erano stipati all’interno del vano portabagagli, in condizioni degradanti, 56 braccianti di nazionalità pakistana, nigeriana, bulgara e rumena, provenienti dalle campagne della Basilicata. Denunciate 18 persone per caporalato e immigrazione clandestina, identificati 56 soggetti reclutati in violazione dei contratti nazionali e provinciali del comparto agricoltura.

I raccoglitori sono stati accompagnati per essere identificati con l’ausilio di interpreti. Sulla base delle dichiarazioni fornite e della documentazione, è emerso che erano stati reclutati in violazione dei contratti e impiegati presso le aziende percependo paghe nettamente inferiori a quanto stabilito dalle norme.

Sono stati denunciati alla procura di Castrovillari 11 caporali, tra cui i tre titolari delle aziende lucane, in concorso tra loro, per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro: rischiano la reclusione da uno a sei anni e la multa da 500 a 1000 euro per ciascun lavoratore reclutato. In queste lande il refrain di sfruttamento e disperazione umana non è cambiato negli anni. Neanche la morte nel 2016 di Aurel Galbau, rumeno di 49 anni, caduto da un albero sul quale stava raccogliendo le olive in un campo nei pressi di Rossano, ha cambiato l’andazzo. Tra Schiavonea e Villapiana ogni mattina la scena è sempre quella. Un sacchetto di plastica con il pranzo in mano, stivali ai piedi e qualche fuoco improvvisato con i cartoni per scaldarsi dal freddo, i capannelli di migranti che attendono all’alba l’arrivo di camion, furgoncini e macchine che li porteranno sui campi.

Nella Sibaritide il caporalato si nasconde dietro forme para-legali, quelle che i sindacati chiamano “cooperative senza terra”: sono fatte solo da braccia. Il titolare è italiano o straniero ed è lui il vero aguzzino che forma le squadre di lavoro. A volte gli stranieri sono dei prestanome dietro cui si nascondono dei calabresi per non rendere il caporale identificabile. Spesso anche l’autista del pulmino che recluta la manodopera per strada è solo un altro bracciante sfruttato.

La cooperativa offre alle aziende un servizio a basso costo, riduce la paga della giornata di lavoro e tiene sotto ricatto il lavoratore. Alcuni braccianti pur di lavorare arrivano a comprarsi il contratto di lavoro. «Bisogna cambiare marcia con provvedimenti seri ‒ incalza il sindacalista Usb Giuseppe Tiano ‒ potenziando i centri per l’impiego in tema di intermediazione di manodopera, aumentando i controlli degli ispettorati, riformulando i contratti di lavoro nazionali e creando un sistema di filiera corta con un bollino di qualità per il lavoro virtuoso».

Ma nonostante il sistema schiavistico, i migranti non si ribellano, hanno imparato a non vedere e a non parlare. Il clima è di assoluta omertà. La Caritas ha aperto “la mensa per i braccianti” a Corigliano. Nel mentre, lo Stato è assente e silente. Le ruspe di Salvini, qui, non accendono il motore.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 26 marzo 2019